IL LIBRO DELLA GIUNGLA: Il Cinema del venerdì – di Francesco Torre

IL LIBRO DELLA GIUNGLA

Regia di Jon Favreau.
Usa 2016, 105’.
Distribuzione: Walt Disney.


il libro

“Il libro della giungla” di Rudyard Kipling è uno di quei testi (in realtà si tratta di due raccolte di racconti, pubblicati nel 1894 e nel 1895) che più o meno tutti potrebbero giurare di conoscere, magari senza averne mai letto nemmeno una pagina. Gli adattamenti cinematografici prodotti dalla Disney, a partire dal classico animato del 1967 (lascito testamentario del mitico fondatore Walt, morto durante la produzione) fino ai meno popolari remake live action del 1994 e sequel del 2003, ne hanno infatti consentito una diffusione planetaria e intergenerazionale, ma anche una fondamentale mistificazione. La perfetta struttura aristotelica del racconto, gli inserti musicali, la semplificazione e stereotipizzazione dei profili psicologici dei personaggi – quegli aspetti cioè che hanno reso la pellicola degli anni ’60 un film di culto – hanno veicolato atmosfere, contenuti e forme del racconto che poco o nulla hanno a che fare col lirismo picaresco di epoca vittoriana di cui è pervasa l’opera del Nobel inglese.

Reduce dai successi dei primi due “Iron Man”, Jon Favreau sembra voler tentare con questo nuovo adattamento live action 3D di accorciare la distanza tra immaginario letterario e cinematografico, eliminando timidamente alcuni gradi di separazione ma rimanendo sostanzialmente fedele all’estetica Disney.

Gettando via dalla tavolozza i colori pastello, aiutandosi con tamburi tribali e usando tutta l’effettistica di cui la CGI al momento può disporre, il regista esige fin dalle prime battute uno stile di ripresa e montaggio estremamente muscolare, funzionale alle tante sequenze di inseguimento e all’esibizione di barbarie e distruzioni. Mortificato nei suoi istinti, allontanato dal branco, costretto ad una fuga disperata tra i bufali e infine sommerso da una valanga, prima di incontrare l’orso Baloo e imporre a se stesso la propria identità umana Mowgli viene così rappresentato quasi come un “revenant” ante litteram (o comunque ante Di Caprium), immortale e tragico guardiano di valori animalisti ed ecologisti propagati sottotraccia insieme con i vari richiami cinefili (“Apocalypse Now” su tutti).

Mito dell’infanzia e del buon selvaggio, metafora sociale, riflessione sui conflitti di appartenenza e sul rapporto tra individuo e comunità sono esibiti come traits d’union tra Kipling, Disney e l’universo Marvel, ma nonostante il mantenimento forzoso dello storyboard del ’67 – comprese alcune memorabili sequenze musicali (su tutte la canzone “Lo stretto indispensabile” di Baloo, un vero marchio di fabbrica) – l’insieme sembra mancare di leggerezza e gusto dell’avventura, perdendo di vista anche quella dimensione di incontro e accettazione delle diversità che sembrava l’unico substrato ideale e morale su cui Rudyard e Walt potevano convergere.

Francesco Torre

UNA PARTE DI QUESTO ARTICOLO E’ STATA PUBBLICATA SUL “QUOTIDIANO DI SICILIA” DEL 21 APRILE 2016.

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