JOY: Il Cinema del venerdì – di Francesco Torre

JOY

Regia di David O. Russell. Con Jennifer Lawrence (Joy Mangano), Robert De Niro (Rudy), Bradley Cooper (Neil Walker), Isabella Rossellini (Trudy), Diane Ladd (Mimi).
Usa 2015, 124’.
Distribuzione: 20th Century Fox.


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Il successo di Joy sembra essere scritto nel destino. A 10 anni realizza piccole creazioni con una tale perizia nell’utilizzo dei materiali, e con una tale determinazione negli obiettivi, che la nonna Mimi, voce narrante del film, non fatica a vedere in lei l’imprinting della grande imprenditrice, nonché della matriarca di cui la famiglia disfunzionale in cui vivono ha assoluto bisogno per raggiungere un equilibrio apparentemente impossibile.

L’ottavo lungometraggio di David O. Russell (o meglio il nono considerando la burrascosa avventura di “Accidental Love”, che il regista ha firmato solo con pseudonimo), alla seminale sequenza dell’infanzia antepone però un innesto originale, apparentemente incongruo e fuorviante rispetto all’inclinazione favolistica della struttura narrativa: una clip di una finta soap opera, in bianco e nero e inquadratura fissa, in cui una donna minacciata nei propri interessi economici si impossessa di un’arma e si ripromette di usarla contro ogni possibile usurpatore. Il richiamo agli sceneggiati ritornerà anche in seguito, ma avrà sempre un riscontro diegetico, cioè emergerà nella storia solo nelle scene riguardanti la teledipendenza della madre di Joy o nei deliri onirici della protagonista. In apertura, invece, fuori dal contesto narrativo e addirittura prima dei titoli di testa, la sequenza assume il valore di un preambolo, un proemio, o meglio una dichiarazione di intenti: non solo, infatti, anticipa una delle situazioni chiave dell’intreccio, ma rende palese come lo stesso tragga energia vitale in un continuo ribaltamento di temi e trovi pienamente forma solo all’interno di un ambizioso disegno allegorico.

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Joy Mangano è un’imprenditrice americana nota per aver inventato il Miracle Mop, un’evoluzione del mocio, e per aver creato un impero economico grazie alle televendite. Sulla scorta del suo percorso biografico, ma non solo («Ispirato da storie vere di donne audaci», si legge sui titoli di testa), David O. Russell scrive una sceneggiatura perennemente in bilico tra commedia e dramma, tra favola e psicologismo, ma all’interno della quale trovano spazio le poche ma sincere linee della propria poetica (vedi in modo particolare “Il lato positivo”): i conflitti di classe, i dissensi familiari, la tendenza al vittimismo e la tensione individuale al riscatto.

Alunna modello al liceo con una creatività innata da spendere nel mercato del lavoro, Joy rinuncia al college per aiutare i genitori sulla via del divorzio. Madre indifferente, padre autoritario repressivo, sposa un aspirante musicista di scarso successo, che continua a vivere nel seminterrato di casa anche dopo la separazione, e si condanna al ruolo di silenziosa servitrice pronta ad appagare tutti i bisogni di famiglia, figli piccoli inclusi, e a nascondere i propri sotto il tappeto. Una moderna Cenerentola? Sì, con tanto di odiosa sorellastra, ma senza principe azzurro. Il suo arco di trasformazione, infatti, si compirà grazie ad un oggettivamente inverosimile percorso di accettazione del rimosso e ad un conseguente atto di resistenza individuale, rappresentato come una prepotente spinta di autoaffermazione.

Eccentrico sin dall’incipit sia sul piano estetico (le soap, ma anche il ricorso ai video e alle foto di famiglia, le velocizzazioni al montaggio, l’iperrealismo di maniera, l’uso funzionale dei flashback) che su quello narrativo (la voce off della nonna, la totale mancanza di medietà nelle azioni di tutti i personaggi, l’adesione supina e incondizionata ad una sterile e imprecisa retorica progressista fino al forzato quanto inconsueto uso di un sogno come elemento determinante di progressione drammatica tra primo e secondo atto), il film procede per accumulo, mostrando inventiva ma senza mai giungere ad una sintesi adeguata. Nel momento in cui l’intreccio procede spedito su solidi binari drammaturgici e la macchina da presa segue esclusivamente la linea emotiva della protagonista, però, la visione è sostenuta da un buon ritmo e Joy appare personaggio profondo e universale, emblematico nel suo porsi come crocevia di diverse mitologie novecentesche (l’emancipazione delle donne, l’immigrazione, il capitalismo).

Ciò succede più o meno a metà del film, quando entra in scena il personaggio di Neil Walker, direttore commerciale di un pionieristico canale di televendite, e non solo per l’evidente complicità tra due attori, Jennifer Lawrence e Bradley Cooper, ormai al quarto film insieme. Alle prese con la rappresentazione di quel particolare tipo di show-business, infatti, il regista sembra entrare nel proprio terreno prediletto, quello del set. I continui rimandi al mondo del cinema, l’esplicito paragone tra il profilo di Walker e quello di Selznick (un altro David O.), la stessa presenza ingombrante del palcoscenico come luogo centrale dell’azione della protagonista, permettono addirittura l’emergere di uno schema narrativo sottostante al biopic, più autobiografico e metacinematografico: la messa in scena del processo di produzione e commercializzazione di un mocio come metafora del processo di produzione e commercializzazione di un film. Proprio come un regista deve combattere per difendere la propria idea, per realizzarla e infine perché raggiunga un pubblico (Russell conosce bene queste dinamiche, provenendo dalla produzione indipendente e arrivato tardi – e ancora con riserve – alla consacrazione artistica), allo stesso modo Joy dovrà respingere ogni insidia, anche e soprattutto quelle familiari, al fine di realizzare la propria fabbrica, distribuire il prodotto realizzato e, infine, tutelare la proprietà intellettuale dei brevetti. Oltrepassati gli angusti steccati della favola edificante, cercando e trovando proprio all’interno dell’allegoria gli elementi di sintassi più adeguati a dare forma ed equilibrio a un linguaggio così stratificato e sincretico, in questa parte del film e proprio in coincidenza delle due dirette televisive rappresentate da dietro le quinte, Russell regala due sequenze di grande maestria tecnica e forte impatto emotivo, in cui Joy finisce per trasformarsi in una versione performativa, accresciuta e dilatata di se stessa, una sorta di doppio trasfigurato. Il momento viene cristallizzato con un rallenty, ma la scelta tecnica si configura all’interno del film come la chiusa di una fortunata parentesi. Proprio in coincidenza con la scomparsa dall’intreccio della figura di Neil Walker, infatti, l’elemento biografico tornerà prepotentemente ad evolversi solo all’interno di uno schema preconfezionato, con passaggi narrativi prevedibili e non sempre verosimili (soprattutto sul finale), abusate soluzioni visive (firmiamo una petizione per far capire ai registi – Sorrentino compreso – che è banale far tagliare i capelli ai protagonisti per mostrarne un cambiamento interiore) e il ritorno all’infanzia come chiusa di un cerchio magico che, a conti fatti, lascia in bocca il sapore mellifluo di una rivisitazione in salsa picaresca del sogno americano.

Francesco Torre

UNA PARTE DI QUESTO ARTICOLO E’ STATA PUBBLICATA SUL “QUOTIDIANO DI SICILIA” DEL 4 FEBBRAIO 2016.

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