Recensione a L’uomo di Schrödinger di Giovanni Marchese

di Alfredo Nicotra “Le lettere che affiorano tra le fitte strazianti che mi torturano il cervello formano la scritta Porno Multiplex. Ciò significa che so ancora leggere, che saprei far di conto e anche scrivere, non l’ho dimenticato, e so pure cos’è una città, un treno, un telefono, una motocicletta (…) o un computer (…), so cos’è un’automobile e so cos’è un cinema, cos’è il porno. E quello è un cinema porno”. La Quest per la ricerca del proprio passato comincia ai confini del porno, da questo luogo oscuro riapparso nella luce degli schermi, dove ha inizio, in media res, il viaggio de L’uomo di Schrödinger (l’anonimo protagonista del romanzo di Giovanni Marchese) che rinviene immemore di sé per una sindrome postoperatoria. Mentre tutto sembra precipitato in una distopia agghiacciante. Tra squarci casuali che si aprono sulla sua vita precedente e una soggettiva straniante, ritmata dalla scrittura veloce e franta dalla fitta punteggiatura, il protagonista tenterà di risalire alla propria identità attraversando un’Italia sull’orlo del disastro civile ed economico ma in trepidante attesa dell’arrivo degli extraterrestri. L’autore è uno sceneggiatore di graphic novel, di cui questo esordio narrativo mantiene le atmosfere splatter e pulp, ma il nodo vero è il romanzo d’avventura, nel solco del Viaggio dell’Eroe e del Monomito descritti da Joseph Campbell, declinato però nella detection del genere giallo e nel fantastico di Philip K. Dick. L’agnizione e il possesso della chiave del mistero non conducono però a una salvezza. In questo viaggio di trasformazione del sé, si dispiega invece la pletora delle leggende e delle mode circolanti sul web, con cui l’autore ha imbastito accuratamente la trama, facendone le scene progressive della narrazione: la spettacolarizzazione della pornografia, il controllo della mente da parte della Cia attraverso l’LSD, le ragazze romene che circuiscono i maschi italiani, le sette segrete dedite ai sacrifici rituali, il Necronomicon di H.P. Lovecraft, le scie chimiche, i complotti politici, i bambini indaco, i rettiliani. Sono gli stereotipi dell’immaginario virtuale dell’italiano medio che in questo “viaggio allucinato” e surreale, attraverso la metafora “di una realtà misteriosa e disturbante”, rappresentano il “ventre oscuro e perverso di un’Italia nascosta, cattiva e demente”. “Un’intera società, un intero paese che naviga a vista, dice. Da più di vent’anni almeno. Senza memoria. Senza forza”. Allegorie che raccontano i fantasmi a cui è capace di dare corpo l’Homo videns contemporaneo, succube dei propri simulacri ma inerte e smarrito davanti al futuro.

Giovanni Marchese, L’uomo di Schrödinger,

pp. 200, € 13, Verbavolant, Siracusa 2014

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