Per distratta sottrazione, di Fosca Massucco

di Daniela Pericone

copertina Fosca Massucco

Fosca Massucco, Per distratta sottrazione, Raffaelli Editore, 2015

“Un libro non si legge, vi si precipita; esso sta, in ogni momento, attorno a noi. Quando siamo non già nel centro, ma in uno degli infiniti centri del libro, ci accorgiamo che il libro non solo è illimitato, ma è unico.” (Giorgio Manganelli, Pinocchio: un libro parallelo). Questo tipo di considerazioni si innesca alla lettura dell’ultimo libro di Fosca Massucco, Per distratta sottrazione (Raffaelli Editore, 2015), nel sentore di averne colto il fuoco centrale ed essere subito dopo smentiti da un altro ritrovamento. Già da tali segni si individua la valenza di un testo e dalla capacità di produrre una visione, tanto maggiore quando le visioni si moltiplicano. Una sorta di geminazione che è anche gemmazione, tanto per introdurci nella sfera del linguaggio prescelto da Massucco, un vocabolario della natura accurato e specialistico, proprio di chi si è immerso in un habitat agreste per predilezione consapevole e ne ha assorbito gli elementi e la nominazione come atto d’amore e di perpetuazione.

Dalla sua “metropoli boschiva” (come Elio Grasso in prefazione ne definisce la realtà oggettuale e quindi poetica) Fosca Massucco trova una prospettiva, sia di sguardo che d’ascolto, che ne rendono viva e per nulla “distratta” la presenza, come il titolo vorrebbe – ma solo in apparenza – fare intendere. Uno dei motivi fondanti della raccolta è proprio in questa attitudine della mente, l’attenzione o il suo contrario, che in varie forme e occasioni ricorre nei versi, a partire dalla “distratta sottrazione” del titolo e della poesia che l’include, poi “memoria distratta di materia”, “fingermi senza / l’attenzione”, “è tutto un universo di avvisi”, “prestare attenzione ai messaggi”, fino al culmine di un’accezione che sembra rovesciare in modo decisivo l’assunto iniziale: “Concentrazione, sforzo sublime!”. Una congerie di tracce e  possibili significati cui Massucco allude, anche e contrario, per dare corpo a un intendimento, alla convinzione che per comprendere la realtà sia necessaria una vigile coalizione di tutti i sensi e al contempo una lieve, radente, de-concentrazione, che consenta di accogliere con serena apertura la varietà di segnali provenienti dalla vita vegetale e animale, sia nel suo apice di rigoglio che nella vicenda più cruenta dei disfacimenti.

Il disordine composto della piana
nel mese mercedonio, i campi gonfi
d’acqua – un giurassico in ritardo
la perfezione vibrante del vapore.

Nutrie indaffarate si levano sedute –
riflessi, acquitrini, ombre rapide
nei campi – lungo i fossi e nelle ripe
in vista i denti arancio, a contemplare
il mio profilo mentre guido.

Se volessi offrirti ancora l’infinito
io mi aprirei qui.

Intanto la “sottrazione” del titolo, secondo perno del sintagma, rafforza lo stigma di  un atto in levare, una diminutio che riguarda il pensiero, ma anche la materia e il suono, entrambi campo di studio e professione di Massucco (in fisica e acustica la sua formazione). Si delinea un altro tema cruciale di scrittura, là dove alla privazione di materia o di suono si fa corrispondere il concetto di vuoto, convocato e affrontato con insistenza nel corso della raccolta:

Ancora pensi all’universo capovolto
dove traspare solo vuoto tra i cipressi
e la cinta delle mura? Il nulla
è immagine di sé e il vuoto
non è vuoto, vacilla in solitudine
[…]

Se ormai sappiamo che il vuoto non è realmente tale, che non esiste alcuna zona di spazio del tutto priva di forme di energia, tuttavia quello con cui ogni essere umano deve fare i conti è il vuoto inteso come inesistenza, perdita, distanza. Come fine. “Anche nelle bare il vuoto / è più denso delle ossa”. E non soccorrono a sufficienza le conoscenze scientifiche o il solo esercizio della ragione ad arginare le implicazioni dolorose: “Il dolore è silenzio del tono puro / per distratta sottrazione”.

Dolore e vuoto possono dunque coincidere e incombere in assenza di suono, pausa della voce, silenzio. Ulteriore punto focale questo, forse il più radicale, perché contiguo alle motivazioni stesse della scrittura poetica. La parola per Massucco è materia fonica, suono da trattare, calibrare, modulare, vibrazione in grado di contemperare istanza emotiva e razionale. Se la realtà tutta non è che vibrazione, la poesia diviene luogo eletto di ricerca di senso attraverso il corpo sonoro delle parole e la corrispondenza fonosimbolica dei segni.

Il linguaggio di Massucco, che attinge alla terminologia tecnica musicale oltre che alla nomenclatura del paesaggio (in un arco di relazioni da Virgilio a Montale a Zanzotto), è sempre spinto verso esiti alti e raffinati, e sottoposto a un’opera di scarnificazione continua, di “sottrazione” (ritorna il titolo come chiave di lettura imprescindibile), lavoro paziente di filatura a conciliare suono, senso e silenzio.

*

Non c’è differenza con il carro bestiame –
ritorno inanime dal mattatoio,
lo scivolo lieve sull’anello cittadino.
L’aria si sperde tra le camere del cassone
con la compiutezza ineluttabile
del vuoto – smarrisce gli odori nel cammino,
non oscilla al fiato di condensa.

Sono il giusto, ripetevi, getto in mare
cavallo e cavaliere – con bracci d’equilibrio
ondeggio intonando l’eterofono
e accordo l’assoluta inconsistenza.

Per te sono il sentiero –
spazio tra via e banchina,
il compiuto accomodamento
del vilucchio alla tua terra.

D’improvviso domandavi: “Com’è il vuoto
visto da dentro?

*

Immersa in una tonale di gioia, io trionfo
incessante negli anditi riverberanti dell’anima
come un crine ebbro di pece sulla corda.

Il dolore è silenzio del tono puro
per distratta sottrazione.

*

È la rabbia che fa maledire la terra
sotto la quale si dimora. Fermami
se puntuale scaccio la grazia – cacciami
al fondo delle ripe, campi già santi
di bestie dove la rabbia s’allunga
nell’aria con braccia di rovo.
Risalirò. Io che posso fuggire ancora
i rovi e la rabbia, fingermi senza
l’attenzione – la precisione
lasciata a dio.

*

Bisogna avere grande prudenza,
è tutto un universo di avvisi.

                “Lavori in corso” – “Caduta pietre da sinistra”

Prestare attenzione ai messaggi
ritardi annullamenti partenze
non attraversare i binari, non mangiare
con le mani, nessuna mano
nelle mutande, i congiuntivi.

                Nessuna leggerezza, pericolo!

Si potrebbe perdere un’acca o l’ombrello,
un ricordo doloroso, la testa per un critico,
la garanzia che per un paio d’anni
qualcuno aggiusti gratis tutti i cocci
sostituisca i fusibili, speli i fili e le vene.

                Cautela,
                un dosso (o una cunetta)

la doppia croce di Sant’Andrea avverte:
passaggio a livello, reazione chimica
in colonna a sinistra
due concentrazioni di liquidi al centro
e in mezzo quella da raggiungere.
Concentrazione, sforzo sublime!
Ma ci vorrebbe pace, e quel fruscio
invariante delle foglie d’aprile.

                  “Animali selvatici vaganti”

li intravedo nei cespugli di erba sparta,
nascosti dagli steli fino a notte.
Poi stelle – e buona condotta.

                   (pericolo, onde elastiche!)

Meglio, ottima conduzione
che rende tenero il mio focolare –
su cui appendo stelle di porporina
con la perfezione del buio.

*

Se davvero vuoi che dia un nome alle cose,
inquadrate, schedate, aspettando la voce
oh, bontà loro! – in cui la verità si disvela,
tamburello sul legno che rischiocca
in bocca un nome amaro
come il chicco di fieno greco.
Se dietro gli occhi passa un’immagine
capovolta – e afferro solo contorni,
sagome di putti e trionfi,
è inutile, perfetta epifania
quel che solo posso dire

*

All’imbrunire s’alzano torpide
le condense della terra rivoltata,
frammenti fragranti – capriole
aeree di povere avvezioni.
Dalla bruma bassa si affacciano
elianti tuberosi con corolle villane –
cicogne zafferano su steli esagerati.
Sotterraneo il topinambur
ha infestato d’estate, inestinguibile
tra i rovi del bordo strada.
Così la mia voce come l’elianto,
gira e soffre, dentro mi guasta
senza placarsi – si riversa
in nuovi campi e molesta.
Sorrido barocca fuori
dalla foschia, schiacciando
tutto sotto suolo, ondeggio
spagnoleschi capelli zafferano.

*

Gli archi scagliati dai rovi sarmentosi
drappeggiano nel gelo – la galaverna crocchia
cupa dalle rive. Un attimo di fumo bianco,
è pari l’incanto della gramigna e della rosa bifera
innestata sullo spino. Ora che ogni voce tace,
quale rifugio darò alle mie parole?


Fosca Massucco è nata a Cuneo nel 1972 e vive su una collina del Monferrato astigiano. Laureata in Fisica e specializzata in Acustica, è Tecnico del Suono e sviluppa progetti di musica jazz e poesia in un personale studio di registrazione. Ha pubblicato i libri di poesia L’occhio e il mirino (L’arcolaio, 2013), prefato da Dante Maffia, e Per distratta sottrazione (Raffaelli Editore, 2015) con prefazione di Elio Grasso. È stata tradotta in rumeno dalla poetessa Eliza Macadan. Una sezione del primo libro è stata sonorizzata dai musicisti E. Fazio e G. Malfatto e presentata in anteprima alla Rassegna “Precipitati e Composti”. Un brano del secondo è stato sonorizzato e inserito nel disco MOODS (CMC, 2015) di C. Lodati e E. Fazio.

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