La musica è affare dell’anima ~ Intervista ai KUNSERTU – Casa Peloro

di Marta Cutugno

Messina. Ci sono melodie che restano per sempre ancorate alle nostre vite e più passa il tempo più sentiamo risuonare l’eco di notti in riva al mare, vibrazioni naturalmente sentimentali che, ai giorni odierni, resistono alla banalità dell’estinzione. Ce lo ricordano i KUNSERTU  che il 30 agosto saliranno sul palco del Capo Peloro Fest 2018, evento no profit ad ingresso gratuito giunto con successo alla sua quarta edizione ed organizzato dalla Pro Loco Capo Peloro. Grande attesa per la partecipazione della storica band messinese che nei giorni scorsi abbiamo incontrato a Casa Peloro, primo social cafè della Sicilia: tre componenti del gruppo, Maurizio “Nello” Mastroeni, Egidio La Gioia e Roberto De Domenico, hanno chiacchierato con me e Nello Cutugno, direttore artistico del CPF18 insieme a Paolo Alibrandi. Una grande emozione per tutti i presenti deliziati, in chiusura, dall’esecuzione live di una splendida versione di Mokarta, canzone simbolo della band. Dai loro occhi e nel loro racconto immediato, con la naturalezza e la passione che li accompagnano da quasi quarant’anni in giro per l’Europa, emerge una sola sintesi: la musica è affare dell’anima. 

I Kunsertu ieri e oggi 

Nello Mastroeni: questa è la seconda vita del gruppo. C’è stata una prima vita da inizi anni ‘80 fino al 1995. Nel 1980 il gruppo prese il nome di Kunsertu. Nel ‘79 avevamo fatto una tournée in Sardegna e ci eravamo accostati al popolo sardo che può vantare una tradizione popolare, culturale e linguistica fortissima. In quel periodo venne pubblicato un testo sulla cultura popolare, l’ autore era Luigi Cinque ed il titolo era appunto “Kunsertu”. Dall’esperienza in Sardegna e dalla lettura di Cinque venne fuori questo nome che per noi ha un significato profondissimo. Kunsertu è il nome della custodia delle launeddas, strumento popolare sardo per eccellenza, ma indica anche il momento topico, culminante di una festa ed i nostri concerti vogliono essere questo.

Il tema del CPF18 è “Dalla terra al mare”. La terra che cinta dal mare diventa ancora più speranza di Salvezza. Che collegamento c’è tra i Kunsertu e l’Africa? La multiculturalità dei Kunsertu ė stata una scelta oppure no? 

Nello Mastroeni: non c’è mai stata forzatura in questo. Naturalmente il cuore del Mediterraneo è la Sicilia. Ogni dominazione ha lasciato parti imponenti della propria cultura, dalla fisionomia, alle lingue, alle tradizioni. Siamo partiti dalla ricerca delle tradizioni popolari siciliane, abbiamo poi esteso a tutto il Meridione d’Italia e poi abbiamo capito che bisognava superare le frontiere ed estendere la nostra ricerca fino a tutto il Mediterraneo e ai ritmi dell’Africa. 

Roberto De Domenico: La band ha avuto componenti africani, delle Mauritius, un suonatore di Kora del Mali, non dimentichiamo Faisal Taher che è palestinese, che è ancora insieme a noi e che ha contribuito in modo decisivo alla direzione mediorientale e multietnica. Oggi è argomento dominante ma noi parlavamo di immigrazione già nel 1980-81. Strumenti, sintesi e contaminazioni africane hanno sempre fatto parte della nostra musica. Già a partire dai 14-15 anni, mentre i nostri coetanei andavano a divertirsi, noi passavamo le giornate presso la biblioteca universitaria a leggere, approfondire e fare ricerche. Abbiamo conosciuto così Buttitta, Rosa Balistreri e le tradizioni dei cantastorie. Il ricordo dell’odore di quelle pagine antiche mi da ancora i brividi. Da lì abbiamo voluto costruire ponti con il mondo. Dalla Sicilia all’Africa. La terra è soltanto una e non mi stancherò mai di ripeterlo. Noi siamo solo ospiti e nemmeno tanto in gamba. Cerchiamo attraverso la musica di riflettere su queste tematiche, divertimento si ma con riflessione. 

Quindi il multietnico, il multiculturale ha investito tutti gli aspetti della vostra produzione, dai timbri strumentali impiegati, alle musiche ed anche i testi. 

Nello Mastroeni: certamente. È proprio così ed in ogni elemento della nostra musica. Penso alla Palestina che per noi è sempre stata lo spartiacque del mondo. In tutti questi anni la situazione è anche peggiorata e finché non ci sarà pace in Palestina sarà difficile avvertirla in qualsiasi altra parte del mondo. Un nostro brano dell’82, “Sabra e Shatila” racconta, per esempio, lo sterminio di donne e bambini e fa chiaro riferimento ai campi profughi palestinesi. La canzone fu poi inserita nel primo disco Kunsertu del 1984 ed il videoclip, due anni dopo, vinse il Festival Internazionale del Cinema Giovane di Torino.

Uno sguardo veloce sull’ultimo disco 1984-2016 che raccoglie 32 anni di successi.

Nello Mastroeni: la prima volta che entrammo in studio di registrazione in autoproduzione era il 1984, l’ultima il 2016. Questo disco raccoglie i brani più caratteristici ed è stato difficilissimo selezionarli perché sono veramente tanti. 

Musicalmente ci raccontano di una Messina degli anni ‘80 molto diversa. È così ?

Egidio La Gioia: Negli anni ‘80 a Messina c’era un fermento notevole ed a Catania ancora di più. Era un’epoca lontana dal digitale. Si registrava su nastro e quando si sbagliava si tagliava ed incollava. Ricordo l’odore particolare di quel nastro e che per comprare i dischi arrivavamo in autostop da Villa San Giovanni alla Ricordi di Roma. Oggi la tecnologia permette aggiustamenti immediati e maggiori comodità, c’è molta carne al fuoco e meno aggregazione. La vostra attività, l’impegno della Pro Loco Capo Peloro mi ricorda l’entusiasmo di quegli anni ed è una cosa molto positiva. Lo spazio per eccellenza era la piazza, ricordo i raduni a Villa Dante, a Villa Mazzini, in Piazza Municipio. Oggi ci sono più mezzi, più professionalità ma è fondamentale riuscire a mantenere la stessa energia di un tempo con il supporto della semplicità.

Roberto De Domenico: la nostra più grande soddisfazione sta nella resa dal vivo. Le nostre canzoni sono ancora più apprezzate durante i concerti che su disco. 

Siete la band messinese più longeva. Cosa vuol dire ritrovarsi sul palco dopo tutti questi anni insieme? Cosa si prova e che dinamiche si creano dopo così tanto tempo? E quando avete avvertito il successo? 

Nello Mastroeni: Tra la prima e la seconda vita del gruppo sono passati 21 anni ma nel frattempo ci siamo moltiplicati ed impegnati in altre band. Tra noi non è mai esistita nessuna prevaricazione. C’è un grande rispetto reciproco e l’umiltà che è fondamentale per far funzionare le cose. In giro per l’Italia vedevamo le folle ai concerti e quello già suggeriva che il messaggio fosse arrivato ma il successo, a mio avviso, è coinciso con l’uscita del disco SHAMS del 1989. 

I Kunsertu non hanno mai partecipato a Sanremo. Perché? 

Roberto De Domenico: perché, per ragioni discografiche, era lontana l’idea che una band italiana ma con un componente di nazionalità araba partecipasse al Festival della canzone italiana. Esisteva questa difficoltà a monte. Abbiamo ricevuto altri riconoscimenti, tra questi il Premio Città di Recanati.

Mokarta è la ballata che vi rappresenta e che vi ha consacrato. Come è nata e da dove viene questo titolo?  

Nello Mastroeni: Le prime note risalgono all’83, un semplice giro armonico, poi la melodia e soltanto dopo le parole che nella prima parte riportano un testo tradizionale campano di autore anonimo, seguono sezioni popolari siciliane per le altre due strofe e la famosa frase “Pueti, sunaturi e stampasanti campanu sempri poveri e pizzenti” che è tutta nostra. Mokarta è una bella donna che ha avuto tanti amanti perché negli anni l’abbiamo eseguita in diverse versioni ma resta il brano che più di tutti ci ha consacrato al grande pubblico. A Salemi, in provincia di Trapani, c’è un castello che si chiama Mokarta e porta il nome di un condottiero arabo. Trovandoci sul posto con Giacomo Farina abbiamo immaginato che Mokarta dedicasse una serenata ad una ipotetica fanciulla innamorata che abitava nel castello e da lì il titolo della canzone. 

Una canzone che non ha raggiunto il successo di Mokarta ma per la quale avreste desiderato uguale riscontro e a cui siete particolarmente affezionati?

Nello Mastroeni: difficile scegliere. Le canzoni sono come i figli. Forse più delle altre “Snow in Istanbul”.

In generale, c’è grande poesia nel vostro racconto e nel vostro fare musica. Ma chi è l’anima poetica per eccellenza nel gruppo? 

Roberto De Domenico: l’anima poetica è Nello. Lui traduce in parole e musica le gioie ed i dolori con grande maestria. Io lo chiamo e lo trovo impegnato a tirare fuori emozioni e metterle in musica. In questo non esiste nessun calcolo e decade l’aspetto prettamente economico perché è un lavoro dell’anima.  

Un genere, un artista o una personalità del panorama musicale che vi ha segnato.

Egidio La Gioia: Peter Gabriel in assoluto.

Nello Mastroeni: Peter Gabriel senz’altro ma anche i Talking Heads e Brian Eno.

Roberto De Domenico: Talking Heads ed una adorazione particolare per tutta la musica africana.

Un consiglio a tutte le band che si affacciano a questo mondo con la speranza di raggiungere il successo. 

Nello Mastroeni: metterci cuore, perseveranza e non evitare i sacrifici. 

Roberto De Domenico: Sacrificio e cuore: il tempo passa, durante i concerti le lucine degli accendini sono diventate le luci dei telefonini ma noi siamo ancora lì sul palco, incrociamo i nostri sguardi ed è ancora un’emozione unica. 

 

 

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