CONSONANZE E DISSONANZE / Nulla è sicuro, ma scrivi: “L’arte della sconfitta” (Qudu, 2017) di Luca Mozzachiodi

In questa intervista, Velio Abati, curatore del volume Franco Fortini. Un dialogo ininterrotto. Interviste 1952-1994 (Bollati Boringhieri, 2003), afferma che la presenza della “funzione-Fortini” (espressione usata per la prima volta da Pier Vincenzo Mengaldo nella “Lettera a Franco Fortini sulla poesia” del 1983) è sempre stata minoritaria, nella letteratura italiana. Qualche anno più tardi, la stessa definizione è stata posta sotto scrutinio all’interno di un questionario sottoposto a una serie di poeti italiani dalla rivista fortiniana L’ospite ingrato, ottenendo, in quel frangente, rivendicazioni di continuità molto più consistenti.

A qualche anno da quel sondaggio e nell’anno successivo al centenario della nascita di Fortini stesso, sembra lecito proporre di nuovo questa domanda, davanti alla riemergente questione dell’eredità fortiniana in senso stretto – tra compagni di strada e allievi che variamente ne tramandano la figura, passando poi dall’acrimonia o dalla nostalgia alla loro stessa invenzione, nelle generazioni che non hanno potuto conoscerlo direttamente – e anche in senso lato. Capita, infine, nel caso de L’arte della sconfitta (Qudu, 2017) di Luca Mozzachiodi di poterne leggere la vigenza stessa nella scrittura poetica, come “funzione” e influenza (e al di fuori di ogni ristretta discendenza genealogica).

Il fortiniano “Nulla è sicuro, ma scrivi” non risuona, infatti, soltanto nella serie di imperativi al centro del poema che reca lo stesso titolo del libro (p. 24: “… ma ridi / tu qualche volta che vivi nel poema / di santi e cavalieri” e ancora: “… del male impara il nome e questo basta. / Dillo ridendo se puoi”) ma è conatus che informa l’intero volume. Così come reca impronta della matrice fortiniana il frequente understatement del poeta, che si trova incapace, per varie ragioni, di dire quella verità della quale è, comunque, ostinatamente alla ricerca. Collima, infine, con alcune pagine saggistiche di Fortini anche un distico che è uno tra i vari squarci gnomici (e nondimeno luminosi) del poema, di sicuro valore politico: “«Non il nome degli oppressi ora dimmi» / gridò, «ma come vinti si vince»” (p. 19).

Che si tratti di epigonismo o meno, non sembra rilevante in questa sede, essendo più spesso l’epigonismo il riflesso di un’epoca (e forse il presente è attraversato da una questione politica ben più lacerante della “funzione-Fortini”, ma che in quest’ultima trova ancora la possibilità di peculiari sviluppi) che non il vizio stilistico da imputare a questo o quell’autore, sancendone, così, un’irrilevanza che ha un rapporto assai vicino e perciò fecondamente ambiguo con i metodi della damnatio memoriae.

Di certo, poi, la questione dell’epigonismo non si pone affatto con almeno altre due figure del canone letterario europeo che emergono dalle pagine di Mozzachiodi, come Miguel Hernández e Paul Éluard, quest’ultimo destinatario di un serrato dialogo in alcune pagine appassionate del Poema per Parigi. Si è qui, piuttosto, sul terreno dell’anacronismo, che interviene in ogni filosofia della storia lineare e teleologica per mostrare oggi, prima di tutto, la dimensione materiale della “sconfitta” politica e culturale in atto.

Evocata nel titolo e ripresa più volte (con le frequenti figurazioni dell’io e del noi come “morto” e “morti”, tutto fuorché epigonali, anzi, paradossalmente “vissute”), la sconfitta si accompagna nel titolo con un’arte che, però, è ancora tutta da elaborare, per i molti (ma non moltissimi) che oggi vi si confrontano. Nel caso specifico, l’impresa è affrontata di petto: il discorso poetico si mescola e rimescola, e talvolta s’impania, in una voce a tratti epica a tratti retorico-assertiva (p. 63, ad esempio: “e voi dovreste odiare questi versi, / bisognerebbe essere forti, / accettare di perdersi”), sfiorando, infine, l’incontro con la propria contraddizione nella menzione di alcune stragi della storia recente (da Srebrenica agli attentati di Parigi del 2015), a supportare il tentativo già citato, e che resta unico lecito, non tanto di dare nome agli oppressi (in un movimento paternalista, dall’alto), quanto di capire (insieme a loro, alla loro storia) “come vinti si vince”.

Arte sulla quale interviene spesso il momento della divisione, come accade anche in questa nota di lettura, perché l’epilogo del libro – con l’esposizione aforistica di una poetica che, come indirettamente conviene lo stesso autore, è costituita da “Pallidi istanti d’ordine” (p. 145) – non è necessariamente condivisibile, almeno per quel che attiene alla sua rigorosa perentorietà.

Arte sulla quale è però giunto il momento di unirsi, entro un certo gradiente (ancora, appunto, da trovare, per chi scrive) di diversità, perché, come appare evidente proprio dalla lettura di alcuni di questi elementi di poetica, è “reazionario” (p. 147) ritrovarsi altrove – senz’avere alcunché da dire, né da scrivere.

 

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