Francesco Macciò: l’oscuro di ogni sostanza (un intervento di Marco Ercolani)

Francesco MacciòL’oscuro di ogni sostanzaLa Vita Felice, Milano, 2017.

«Ad attenderlo un poco sulla riva
scorrerà imbalsamato
il mondo nostro di cose dissolte
e ricucite a pezzi.

Ma è breve ora il respiro,
il sole declina.
È solo polvere bianca
questo greto disseccato
nel mezzo

e alla fine del cammino.
Mi dici che dagli alberi
dobbiamo imparare e dai fiori
e da ogni forma vivente
che si protende verso la luce».

 

macciò_copertina

 

L’ambizione di nominare il mondo della nostra percezione per renderlo poeticamente visibile è la scelta del poeta, è il tono della sua voce. Un tono, una prospettiva, uno stile che – in quanto stilus – incida con chiarezza il proprio intento. La poesia – «rivelazione di parole espressa in parole» (Wallace Stevens) – ha rinunciato da tempo ad essere soltanto le parole che compongono i singoli versi. Dentro quel tessuto verbale saldo e preciso vibra un alone psichico dove si addensano percezioni, epifanie, sorprese, sospensioni, catastrofi; dove si dissolve e si riforma ogni volta il mondo e l’io e non esiste la parola giusta che definisca entrambi. Il poeta parla di qualcosa che sempre gli sfugge. La sua poesia, come uno strumento musicale mai accordato su una sola nota, si espone, soffre, ansima, desidera, è labile, intrepida, rocciosa. Cerca e poi trova la sua cifra specifica, la sua chiave insostituibile di lettura del mondo.
Lo stilus – incidere la propria esperienza nelle parole – è la forza interna della poesia di Macciò, che in questo ultimo libro perviene a uno dei suoi risultati più alti. Le parole si intrecciano tra di loro, consentendosi libertà analogiche e strutturali. Il poeta le sceglie, le dispone, le combina. Organizza un contrappunto, un controtempo. Attraverso questo contrappunto la poesia è quella pausa, come direbbe Hölderlin, “fra pathos e precisione”. Una pausa dove, se la materia verbale è visionaria, esige un’eccezionale chiarezza compositiva; dove, se la materia verbale è razionale, esige una particolare densità della sintassi. La costruzione è quella di una lingua esatta e classica, che domina la sua intima malinconia.

«Una doppia cornice di parole,
un intralcio di materia,
una ferita, una lama
che volteggia e colpisce.
Essere per sempre così
tra un declino e una crescita,
essere nuvole, fiori, l’oscuro
sfiorire di ogni cosa».

In Macciò l’esperienza umana, affettiva, speculativa, è “radiante”, continua a plasmarsi nella lingua e a plasmare la lingua. «Ciò che accade va disfacendosi / ma afferra le cose passate, / le scioglie in una luce cieca / le riplasma in un altro movimento. / Come queste parole taciute, / invetriate, questi passi / bloccati sullo stesso sentiero. / Come il silenzio che ci unisce / e si scompone in noi nell’ora / immobile in un altro tempo». Quando la poesia si addentra verso l’universo delle cose tentandone una trascrizione, l’oggetto corteggiato dalla parola, invece di mostrarsi di più, si mostra di meno, e ogni ulteriore descrizione, anche la più dettagliata, lo avvolge in una nebbia che sembra dissolverlo. Le parole che avrebbero dovuto arricchire la percezione la disorientano, aggiungono imprevedibili chiaroscuri alla cosa evocata, accrescono paradossalmente l’ombra, dissolvendone i contorni. Questo paesaggio, che è dentro la foschia ma fuori dalla foschia, Macciò lo osserva con classica compostezza: «Metro dopo metro si addentra / il sentiero, si frammenta / nel grumo di un bosco. / Un ingorgo d’acqua. Niente altro. / Un bagliore d’acciaio che intacca / le pupille: uno specchio, una lama. / Solo questo rumore bianco, / questa fissazione di un movimento». Nonostante l’evidenza di una parola poetica che incide sul foglio le forme della sensazione, l’effetto che ne risulta è un vuoto profondo, che la poesia sa contenere nella sua saldezza – una frattura che, nella pienezza della voce, si mostra nuda e reale. Il poeta è portatore di una visione del mondo che non coincide con nessun’altra prima, che sovverte le percezioni altrui, passate e future, per ri-accoglierle trasfigurate. La parola di chi sta per ammutolire non si consegna a nessuno: articola il linguaggio come se lo scoprisse per la prima volta, insolente e nuovo, cristallino e imperfetto. Andando verso una strada non vista, il poeta sa farci sentire ogni oggetto che nomina come se lo toccassimo nel buio, come se leggendo lo illuminassimo, come se da ciechi tornassimo vedenti attraverso la parola. La sua parola non la pensano né i vivi né i morti: resta impensabile.
Nella sezione di poetica (a più voci) del suo precedente libro, Abitare l’attesa, Francesco Macciò scriveva:

«…il poeta non ha che il nulla davanti a sé, tutto è maceria dietro di lui: non vedente ma ‘veggente’, sente voci che lo mettono in cammino, ha visioni che ‘dettano dentro’… La poesia nasce dal ricordo di queste visioni, di queste voci…».

Comune a questo libro come a quello è lo stesso progetto: percorrere una via di inappartenenza, dove non si conosce la rotta, dove non si sanno le tappe, e ascoltare le voci udite nel viaggio, le concrezioni della memoria, i confini e i non-confini della nostra esistenza. Questo è il compito, fluttuante ma rigoroso, del poeta contemporaneo, erede di antiche musiche e sismografo di ritmi nuovi.

 

 

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