Matías Miguel Clemente, “Dreno” (La Bella Varsovia, 2015). Selezione e traduzione a cura di Francesco Caserta

Il breve testo che dà il titolo alla raccolta racchiude in poche parole l’essenza stessa del libro: “Devo fare un poco di ordine e in questo poco far sì che tutto sia in ordine”.
Drenare significa prosciugare, ridurre all’essenziale e, in questo caso, mettere in ordine ciò che rimane dell’esperienza. Sensazioni e pensieri sono rivisitati e rivoltati per offrirci un punto di vista nuovo sulle cose, che, nello specifico, è quello di vedere quello che giace più in là della semplice immagine che si para davanti al poeta e (ri)donarla al mondo nero su bianco investita di nuovi significati. Drenare gli attimi e la conoscenza fino a far scorrere tutte le sensazioni relative a un’immagine o a un sentimento per salvare solo quanto c’è di più significativo.
È un’operazione complessa, che richiede un lavoro certosino. Il risultato qui è una scrittura che sembra immediata, quasi da flusso di coscienza. E se la scrittura risulta subitanea non altrettanto si può dire della sua interpretazione. Più letture serviranno per cogliere in toto il messaggio che il poeta vuole lanciare e nonostante questo, l’essenziale, ciò che rimane dal drenaggio, continuerà forse a sfuggirci in un vortice di immagini, metafore e suggestioni.
Dopo aver letto tutto il libro ho deciso di tradurre quattro poemi.
Agujeros e Ballena blanca mi hanno colpito per la capacita di Clemente di fare poesia partendo da personaggi e fatti quotidiani, quasi banali come un uomo che copre buche sulla strada o un impiegato delle poste che placidamente svolge il suo lavoro.
Tirar è forse il poema che mi ha toccato di più. Un monito a non aver fretta e accontentarsi di quello che si ha senza cercare di fare di più di quanto permettano le nostre forze. Il tutto unito alla rassicurante prospettiva che il tempo e le esperienze alla fine ci renderanno più forti (il richiamo alla conciatura della pelle, operazione che la rende più malleabile e resistente, è molto evocativo).
L’ultimo poema tradotto è intitolato Mot Rojam, che letto al contrario dà Major Tom, riferimento (omaggio?) più o meno esplicito al brano Space Oddity di David Bowie. L’impostazione sembra alludere a un viaggio fuori dai confini terrestri ma anche e soprattutto a un viaggio metaforico alla riscoperta di sé. La cavità, la coperta di placenta, il sonno dal quale ci si sveglia per “partorirsi” al di fuori di tutto senza lasciare traccia sono le immagini utilizzate per trasmettere le sensazioni di quello che può essere un viaggio vero verso l’immenso vuoto del cosmo o solo onirico verso una rinascita interiore.

Francesco Caserta

Balena Bianca (p. 17)

L’impiegato delle poste stava timbrando le lettere e le cartoline di tutte le persone, con una sensibile contraddizione d’animo simile a quella di una balena bianca. Gli offrii allora la mia cartolina, sulla quale una vecchia Cinquecento aspettava di essere abbandonata a uno stop, e la osservò con lo stesso sguardo di sottomissione di una balena bianca. Si soffermò a guardare il cielo dietro l’auto, e la terra sotto di essa, e guardò poi, senza ulteriori indugi, l’auto, con la predilezione di chi vede per la prima volta una balena bianca.

Girò la cartolina e vide dov’era diretta, e si perse allora in un mare remoto, come si perderebbe una balena bianca davanti a un lucernario, su di una barca abbandonata. Disse con voce da batiscafo il nome della città, che si trovava a duemila chilometri verso l’entroterra rispetto a lui e ai suoi occhi. Io lo ripetei, e come una balena bianca che dà un colpo sulla superficie dell’acqua con la coda, la timbrò e disse: ci sono stato lì, trent’ anni fa con un’auto come questa. E io divenni allora, per qualche giorno, clandestino nella bocca di una balena bianca.

 

Tirare (p. 20)

Tirare avanti non significa andare più veloci – non ho così tanta spinta. Tirare non significa arrivare prima, c’è sempre qualcuno che aspetta con il volto colmo di sudore, con la respirazione tremula, sorriso, e gli occhi sincope e accento. Tirare non significa aggrapparsi a una corda che ti allontani dalla paura e dall’insana mania di contare alla rovescia i problemi, con le dita.

Tirare avanti significa sapere che ai lati c’è tanto niente quanto è l’odio per il niente, e che non c’è spazio per tutta l’assenza che si accumula, e che tutto e niente sanno di residuo come tu e io sappiamo di parte. Tirare significa spogliarsi, guardarsi le mani, fermarsi, guardarsi di nuovo le mani nonostante il vento che le frusta e le fa diventare movimento di campana. Tirare significa guardarsi dalla punta dei piedi fin sopra ai capelli, e baciarsi piano la punta delle dita. Notare come le labbra si abituino ad ogni momento sempre di più, nonostante non sia passato neanche un secondo, perché è sempre lo stesso istante.

Tirare avanti significa sapere che la pelle si concia e baciarsi la conciatura, e lasciare che ti bacino la pelle secca, e le mani secche e i polpastrelli secchi e le corde rotte. Tirare avanti significa forse restare calmo e assicurarsi che non manchi la saliva.

Tirare avanti significa non aver bisogno di più saliva di quanta ne riesca a tirare fuori la tua bocca.

 

Buche (p. 53)

Un uomo copriva buche sulla strada, una settimana in cui pioveva molto, e io scrissi una poesia sul tipo che copriva le buche del terreno, perché la sua onestà verso la strada la pioggia e il passaggio mi scossero, e quel tremore era una poesia perché mi ritrovai denudato e solo, con l’onestà dell’uomo, che raccoglieva diligente, ieratico, una pietra dopo l’altra, e copriva una buca dopo l’altra con la terra ancora umida, con il lombrico e il pugno vivi, palpitanti.

E io facevo parte di quella strada quando vedevo le pietre una dopo l’altra coprire le buche, e scrissi una poesia che persi poco dopo, e che non ritrovo, e da allora penso, da quando l’ho persa, che quella poesia stessa è una buca e che non smetterà di caderci dentro un’onestà dopo l’altra e non mi dà pena la perdita, giacché non esiste la poesia originaria, né che la poesia posteriore sia altra terra o altra pietra o un serpente affamato, perché preferisco essere parte del fondo, dell’alveo di una poesia dopo l’altra e di un terremoto in uno qualunque di essi.

 

Mot Rojam (p. 47)

Si calò nella cavità senza aggrapparsi a nulla lì fuori né a mani né a pali né a rimedi artigianali Mise dentro la testa guardando in giù e non già verso il fondo Entrò con il corpo vide una semina nera seduta e una tazza aperta sul fondo e varie cavallette con un discorso abbastanza logico e didattico e unghie che gli si appoggiarono in testa e lo accarezzarono per poi morderlo E si sedette e usò una coperta di placenta per dormire Non vedeva nulla fuori e volle quindi guardare di nuovo e ancora non vide nulla né sentì nulla e presto si sedette e si addormentò e sognò di essere nello spazio e chiamava la terra agitando le mani e nessuno lo ascoltava Una volta sveglio si partorì e lasciò un messaggio girando intorno alla terra senza lasciare né traccia né colore di falò

 

Matías Miguel Clemente (Gabaldón, Albacete, 1978). Laureato in Filología Hispánica, nel 2003 riceve il Premio Nacional de Poesía Joven Radio3 per il suo libro Lo que queda (DVD Ediciones, Barcellona). Vince il Premio de narrativa y de poesía del Certamen Jóvenes Artistas de Castilla-La Mancha sia nel 2003 che nel 2004. Nel 2007 pubblica Los Límites per la casa editrice di Barcellona La Garúa, mentre nel 2015 esce Dreno per i tipi di La Bella Varsovia. È presente nelle antologie 33 de Radio3 (Calamar ediciones), Inmaduros, Poesía joven de Castilla-La Mancha (Ediciones de la Junta de Comunidades de Castilla-La Mancha), Que la fuerza te acompañe e Serial (El Gaviero Ediciones), El llano en llamas (Fractal Poesía).
È coordinatore del Festival de Poesía Fractal di Albacete. Ha insegnato lingua e letteratura spagnola a Torino per 5 anni e ha diretto il programma radiofonico La mano del teñidor sulle frequenze di Onda Cero Ciudad Real. È stato tradotto in francese e italiano.

Francesco Caserta (Benevento, 1991) ha conseguito la laurea triennale in Lingue e Letterature straniere e Mediazione Linguistica Applicata presso l’Università di Perugia. Vive attualmente a Pisa dove sta concludendo il corso di Laurea Magistrale in Linguistica e Traduzione, con una tesi di traduzione del romanzo Best Seller di Roberto Fontanarrosa. Ha recentemente tradotto il saggio introduttivo di Jaume Pont all’ultimo libro di Antonio Machado, La Guerra (Passigli, 2017) curato da Valerio Nardoni.

L’immagine in apertura è un dettaglio della copertina di “Dreno”, un collage dell’artista Francisca Pageo.

 

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