InVersi Fotografici: il tempo, la gioia di vivere, sgocciolando a colpi d’ascia – Jane Evelyn Atwood Vs William Ernest Henley

L’InVerso fotografico di oggi nasce dall’aver trovato un tassello di un puzzle che, a mia insaputa, prendeva forma nella mia testa. Da sempre sono stata affascinata dal tema delle bagnati, ritratte da Renoir, Picasso e Matisse. Viene rappresentata la gioia di vivere, incarnata da ninfe che nella vita reale sono prostitute. Come prostitute, per lo più, sono le detenute ritratte dalla fotografa Jane Evelyn Atwood in una prigione di Ryazan, nella vecchia Unione Sovietica nel 1990.

Gli uomini raffigurano le “bagnati” mentre danzano incuranti della nudità, esibita come vessillo della gioia di vivere. Nella realtà la nudità è prezzolata. La quotidiana esibizione del corpo è per il puro piacere dell’uomo.

Questo prima di aver visto lo scatto della Atwood.

Qui il tema delle bagnati si ammanta dell’originaria purezza. Le detenute sono fotografate da una donna, accettata dal gruppo, resasi presenza discreta, in un momento intimo. Sono ritratte come ninfe mentre si dedicano con grazia naturale alla toletta quotidiana senza alcuna volontà di compiacimento alcuno se non quello di assecondare la propria grazia.

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ATWOOD Jane Evelyn, LE SAUNA DE LA PRISON. COLONIE DE TRAVAIL POUR DELINQUANTES JUVENILES

e la mia vera vita va gocciolando,
gocciolando, sgocciolando, goccia a goccia, gocciolando
nel goccia dopo goccia della cisterna

(W.E. Henley)

Jane Evelyn Atwood nasce a New York. Nel 1971 si trasferisce a Parigi, si occupa di prostituzione e cecità infantile. Nel 1980 vince il premio Eugene Smith. Fotografa la legione straniera, un malato di aids nei mesi prima di morire, e nel 1989 inizia l’impegnativo progetto durato dieci anni sulle donne in carcere. Quaranta prigioni in nove paesi, dagli Stati Uniti all’Europa, ritratte nel volume “Too much time. Women in prison”. Il suo ultimo lavoro, “Sentinelles del’ombre”è dedicato alle vittime delle mine, dall’Angola all’Afghanistan.

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Il tema della prigionia si fonde con la privazione provocata dalla malattia. Gli ospedali diventano prigioni per chi ha lasciato fuori la libertà di una vita “normale”. L’uomo si accartoccia su se stesso, si contrae nel tentativo di spiegare se stesso, di dare un senso al percorso inceppato.

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William Ernest Henley nacque il 23 agosto del 1849 a Gloucester, a sud ovest dell’Inghilterra. Nel 1861, appena dodicenne, gli fu diagnosticato il morbo di Pott, una grave forma di tubercolosi ossea che gli causò l’amputazione della parte inferiore della gamba sinistra, all’età di venticinque anni. In questo periodo iniziò a scrivere le sue prime poesie, alcune delle quali apparvero sul Cornhill Magazine, diretto dal critico letterario Leslie Stephen (1832-1904) che successivamente saranno riunite nella raccolta intitolata: In Hospital, pubblicata nel 1903. A questo periodo risale anche la sua poesia più celebre: Invictus, dedicata a Robert Thomas Hamilton-Bruce (1846-1899). Originariamente la poesia, inclusa nella sezione Echoes of Life and Death, della raccolta A Book of Verse, del 1888, si intitolava semplicemente To R.T.H.B. Dopo la morte di Henley, Arthur Quiller-Couch, un editore de: The Oxford Book of English Verse (una voluminosa antologia della poesia inglese) le diede il titolo: Invictus, quando incluse la stessa nella citata antologia.

Invictus

Dal profondo della notte che mi avvolge,
Buia come un abisso che va da un polo all’altro,
Ringrazio qualsiasi dio esista
Per la mia indomabile anima.

Nella feroce morsa delle circostanze
Non mi sono tirato indietro né ho gridato.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
Il mio capo è sanguinante, ma indomito.

Oltre questo luogo di collera e di lacrime
Incombe solo l’Orrore delle ombre,
Eppure la minaccia degli anni
Mi trova, e mi troverà, senza paura.

Non importa quanto stretto sia il passaggio,
Quanto piena di castighi la vita,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.

La poesia era usata da Nelson Mandela per alleviare gli anni della sua prigionia durante l’apartheid. L’ultimo verso – “I was no longer captain of my soul”- viene citato da Oscar Wilde nell’epistola De Profundis del 1897, scritta durante la prigionia nel carcere di Reading, in seguito alla condanna per omosessualità

 

© Jane Evelyne Atwood / Agence VU Trop de peines  femmes en prison selection livre 1989/1999 N¡9658 Czekoslovakia Pge 8-9 Detunues montrant leurs bras laceres et brulŽs.il ne s'agit pas de vraies tentatives de suicide, mais plutot d'auto mutilation comanter dans les prisons de femmesCentre correctionnel pour femme de Pardubice (Republique tcheque, ex tchecoslovaquie)
© Jane Evelyne Atwood / Agence VU
Trop de peinesfemmes en prison selection livre 1989/1999
Czekoslovakia

Le poesie di seguito sono tratte dalla raccolta: In Hospital [1903] di William Ernest Henley [1849-1903]

Traduzione di Emilio Capaccio

 

Notturno

Dal cuore sterile di mezzanotte,
quando l’ombra si chiude e si schiude
come alte fiamme che pulsano e sfarfallano,
io posso sentire una cisterna che goccia.

Gocciolando, sgocciolando, in un ritmo
grezzo, diseguale, mezzo-melodioso,
come le misure imitate dalla natura
nell’infanzia di musica;

come il fruscio di un insetto,
ancora irrazionale, persistente …
Io devo ascoltare, ascoltare, ascoltare,
in una passione di attenzione;

finché si scuotono le corde del mio cuore,
e la mia vera vita va gocciolando,
gocciolando, sgocciolando, goccia a goccia, gocciolando
nel goccia dopo goccia della cisterna.

 

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Antierotico

Ride il mattino del felice Aprile
attraverso la mia piccola, nera finestra
e un dardo di luce disperde
le ombre nella piazza.

I cani si rincorrono nell’erba,
i corvi gracchiano intorno ai camini,
dietro e avanti il bucato
l’Ovest giocherella a nascondino.

Forte e allegra tintinna la campana.
Ecco le balie s’adunano a colazione.
Belle, brutte, tutte son donne …
O, Primavera – Primavera – Primavera!

 

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Dimesso

Portami fuori
nel vento e nella luce del sole,
nel bel mondo.

O, le mirabilia, l’incanto delle strade!
La statura e la vigoria dei cavalli,
il fruscio e l’eco dei passi,
lo scroscio piano e battente delle ruote!
Un celere tranvai flotta enorme su di noi …
è un sogno?
L’odore di fango scuote intrepido
le mie narici — come un alito di mare!

Come di vecchio,
ambulante, ondulante drappeggio,
vagamente e stranamente provocante,
sfarfalla e fa cenni. O laggiù —
Cos’è? Lo scintillio di una calza!

D’improvviso una guglia
incastonata nella nebbia! O, le case!
Una lunga linea di alte, grigie case,
tramate al crocevia con ombra e luce!
Ci sono le strade …
ognuna un viale che conduce
dove voglio!

Libero …!
confuso, isterico, debilitato,
siedo, e la carrozza sotto di me rolla
nel meraviglioso mondo.

 

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