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Sincopi Deliqui Infarti e Altri Mancamenti (Čechov fa male!) di e con Sergio Basile

di Marta Cutugno

Nell’ultimo weekend di marzo, la QuasiAnonima produzioni regala al pubblico messinese uno spettacolo di smisurata finezza reduce dal debutto dello scorso 7 marzo al Teatro dei Conciatori di Roma. “Sincopi Deliqui Infarti e Altri Mancamenti“, andato in scena alla Sala Laudamo, è omaggio al maestro russo Mejerchol’d, attore, impresario, regista e riformatore del teatro del ‘900, nonché padre della biomeccanica teatrale. La pièce è stata scritta e diretta da Sergio Basile che ritroviamo sul palcoscenico insieme a Claudia Natale, interpreti eccezionali dalla disarmante espressività.
Siamo a Mosca ed è il 1939. Serghiej Kozinkov, allievo prediletto di Mejerchol’d, e la moglie Varvara Ozolin, compagni di scena e di vita, tentano di far approvare all’istituzione dedita al controllo delle rappresentazioni teatrali, nella Russia staliniana, il progetto per un loro spettacolo ispirato ai “33 svenimenti” di Mejerchol’d, celebrazione degli atti unici di Anton Čechov.
Lo spazio scenico è organizzato in modo semplice ma estremamente efficace: a destra l’archivio, due sedie, una scrivania e tanti fascicoli su cui ribatte prepotente il numero 557; a sinistra, una panchina, due soprabiti ed un quadro con la foto di Stalin che scende giù dal soffitto. Sullo schermo, alle loro spalle, immagini e flashes si rincorrono e riportano al pubblico date, fatti e luoghi. Impossibile non riconoscere, tra i tanti riferimenti musicali in sottofondo, “The Second Waltz” di Shostakovich. La narrazione conduce lo spettatore in ambientazioni diverse. La scrittura di Basile trasfigura i due personaggi di fantasia rendendoli essenza di luoghi: pochi passi per trasferirsi dalla sala d’aspetto a casa Kozinkov, da Hollywood al carcere. Nella tessitura emergono la scrupolosa ricerca, i riferimenti storici documentati e la costruzione leggera, delicata e profonda di una vicenda d’amore e d’arte.

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I due attori si siedono alla scrivania dell’archivio, sfogliando fascicoli, mentre una voce fuori campo passa in rassegna le tappe della vita di Varvara, dalla Russia ad Hollywood. “Perché sono diventata un’attrice?” Varvaruska commuove raccontando dell’ incontro con il morente Lev Tolstoj, ne ricorda l’anziana sagoma riflessa sulla carta da parati e le preziose parole che interrarono in lei il seme amoroso dell’Arte. Nella sala d’aspetto della Glavrepertkom, seduti sulla panchina, sentono correre i secondi che li separano dall’arrivo del “secondo collaboratore del primo assistente del delegato del direttore”. Dietro di loro corrono le sigle del regime, sempre più veloci, sempre più opprimenti. Quel senso di vuota, forzata sottomissione nella speranza che tutto cambi smette di esistere quando, nella loro casa, si abbandonano alla serena complicità delle prove di scena. Due visioni opposte, le loro, che innescano confronti sul movimento, sull’interpretazione, sulla “quarta parete”, secondo le teorie e l’esempio dei più grandi: un’amorevole parentesi, esempio di teatro immerso nel teatro. La censura, ovviamente, bloccherà il progetto perché “Čechov, simbolo della decadenza borghese, fa male alla rivoluzione, fa male al popolo” e le loro vite prenderanno strade diverse: Serghiej, in attesa che Varvara rientri dagli States e porti a termine il suo incarico come coach di Greta Garbo sul set di “Ninotchka” – e ne doppierà anche la risata – morirà fucilato e vittima della repressione russa, l’identico destino toccato a Mejerchol’d, ucciso il 2 febbraio del 1940 per ordine di Stalin. Serghiej esorcizza brillantemente quel triste momento con naso e movenze da clown e raggiunge la più amara tenerezza salutando, lentamente con la mano, Varvara ormai salva nella lontana America: “Addio mia Divina, Elita regina dei marziani“. Lui che, da uomo di teatro, alle malvagie torture aveva risposto dicendo: “Sono solo un attore“.

“In questa epoca distratta, in cui il Teatro sembra aver smarrito il suo ruolo-guida nella formazione delle coscienze e sembra svolgere un ruolo molto subalterno ad altre forme di spettacolo, “Sincopi Deliqui Infarti e altri Mancamenti (Checov fa male!)” vuole raccontare – dice Sergio Basile – quanto invece sia importante; così importante che nello scontro tra chi vuole controllarlo (Stalin o altri dittatori che ne temono la forza dirompente e vogliono asservirlo ai loro fini propagandistici) e chi vuole farlo liberamente, lasciandosi guidare solo dalla propria fantasia e ispirazione (come Mejerchol’d e Serghiej e Varvara), si può anche morire”.

Il 14 e 15 maggio, in programma l’ultimo appuntamento della rassegna “Atto Unico. Scene di Vita, Vite di Scena” con “Prometheus”, scritto e diretto da Auretta Sterrantino.

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