Hidden Gems (a cura di Alessandro Calzavara) – 55) Steve Tibbets

Più o meno, per iniziare a scrivere immaginavo mi sarebbe servito soltanto, magari con pochi altri piccoli, minimi accorgimenti, smettere di vivere. E bisognava capire se un paio d’ore sarebbero bastate, se la scrittura avrebbe potuto correre s’un terreno appena più ampio d’un cortile scolastico, attaccata com’era al guinzaglio retrattile del dovere, della Strutturata Bellezza di dare un senso a ciò che da qualche parte deve avere importanza (qualcosa cioè che assumiamo solo in assenza di reale alternativa logistica).

Ma ancora peggio: ero finito per diventare una persona educata, e questo significava filo spinato e alto voltaggio. Può una persona educata e sensibile scrivere di qualcos’altro che non delle sue infinite e afflittive combinazioni di educazione e sensibilità, che sono poi nella quasi totalità, aperti conflitti?
Certi rinunciano facilmente alla letteratura. A 43 anni ogni gesto mi conferma invece che mi sbarazzerei più facilmente della vita che del mio modo di dirla.
In fondo sono una persona capace nel passaggio di pochi secondi di concepire una densa esplorazione masturbatoria del dicibile e d’un tratto dormire tanto profondamente da non poter essere svegliato neppure con la violenza. Pochi secondi. Lo stupore è tutto lì: appena un istante prima sei profondato nei labirinti del concetto più torbidamente relato alla vita e –tac!- eccoti in un soffio assalito dall’assenza assoluta. È la tua mente ad averlo propiziato, ma la mente è esattamente come qualsiasi altra cosa quando perdi il filo del discorso. L’osservi passare come una bicicletta sullo sfondo di qualcosa che forse è solo il tuo posto vuoto nell’universo.

Ma c’era un premio da vincere. Un’ebbrezza gorgogliante che ruzzava sottopelle a dettare le parole.
Quel premio è stato sottratto e la bacheca è vuota. Non c’è più un mondo per cui scrivere, manca il silenzio che dà forma alle parole, le proteine hanno sconfitto la bellezza.
C’è troppa confusione, l’aria è satura, ogni criterio di distinzione ha finito per coincidere con il flusso disordinato dell’espressione. Se mi conosci, non vedo perché tu debba dare più retta alle mie parole che a quelle che autonomamente puoi produrre. C’è posto per tutti là dove le sedie sono scomparse e c’è da stare in piedi.

Ho questi dischi disposti tutti assieme in una libreria che da lontano sono solo colori non armonizzati, e avvicinandomi vi scorgo la polvere accumulata negli anni, polvere di storie i cui protagonisti sbiadiscono e si disperdono più ancora quando sono rievocati che quando tacciono nel sonno del già trascorso.
Piazzarli in fila, ri-ordinarli giorno dopo giorno è servito a consumare abilità sovrabbondanti rispetto al compito complessivo. Ecco: se vuoi un po’ di tempo dimentica il complessivo. Dimentica l’interminabile addestramento a una vita sproporzionata alla morte che l’attende e già impera. Dimentica che non hai nessuno ad ascoltarti, quando ogni parola ha meno senso per te che per coloro a cui rechi il dono.

Ogni potenziamento è l’altra faccia del terrore. Ogni sforzo identitario è un mattone che separa, che tiene fuori il freddo della costante aggressione della vita. Avremmo dovuto stancarci, arrenderci, esporci alla pienezza della resa. Giacché non possiamo concepire altra quiete che nell’essere, nel consistere in qualcosa che gli accidenti non modifichino e non necessiti espressione. Ma intanto il potere era quel tenere lontano il vicino, e poi il vicino del vicino.

Poi, dunque, venne la consolazione del ricreare la resa nella passività di mondi musicati, in cui il senso armonico consisteva semplicemente nell’incastro che rende felice il bambino con i primi puzzle. Come la fame saziata, il sonno attraversato, ecco che gli atomi talvolta si accordano e solidificano in costruzioni magiche su cui la mente occlude ogni varco all’esistente e si abbandona al silenzio del quadrare a se stessa.

steve

Dammi due note che si bacino, il gatto che faccia le fusa in grembo, il fuoco che scoppietti consumando, e un colore adatto al mio umore.
Nel tragitto di oggi dal desco al letto riesumo “Northern Song” di Steve Tibbets, e ne lascio risuonare la stanza. Non servirà alzare troppo il volume, come a infliggersi la puntura d’un ago. Non servirà provare a introdurre la testa dentro le casse, o drogarsi pesantemente. Le note fuggono via, come farfalle distolte dall’essere: afferrarle pizzicandone le ali ne comporterebbe la morte. Non c’è soluzione: la mente deve rimbalzare. Provare a immaginare il luogo ove tutte volano via, e sperare che abbia un senso. Domandarsi se rompere i coglioni al dolce consistere dell’invano sia l’unica prerogativa dell’esistere.
Che almeno il tuo cuore porti con sé le scuse che dobbiamo al silenzio.


In copertina: “Northern Song” (front cover, Steve Tibbets, 1982)

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