FLASHES E DEDICHE- 39 – MISERIA E RELIGIOSITA’ DI CLAUDIA DI PALMA

Mentre mi stavo gustando “Ottativo”, libro di Daniele Poletti edito dalla mitica “Edizioni Prufrock spa” di Luca Rizzatello, mi sono incrociato silenziosamente con una opera prima, “Altissima Miseria” di Claudia Di Palma (Musicaos editore).  Ricordando che sabato 4 febbraio dalle 19 in adelante  presso l’ex foprufrrno MAMbo in via Don Giovanni Minzoni 14 a Bologna si terrà il Prufrock’s  party con  libri,  dj set di SuperBarbecue on AIR e le illustrazioni di Davide Baroni, spero che Poletti non se ne abbia a male se lo accantono un attimo, quest’oggi ,parlando della Di Palma.  La lettura di questa “miseria” è sorprendente. Nella prefazione al testo Alessandro Canzian, deus ex machina,  della Samuele Editore vede e colloca la poesia della Di Palma nel contesto di testimonianza ed invenzione. Su ciò non si può che concordare ma soprattutto Canzian coglie anche ciò che scorre sotto l’apparato, maturo e coinvolgente, della raccolta : il senso mistico. Ecco nei versi scorre una venatura religiosa  ma è una venatura laica, profonda, interrogativa e spiazzante. Il senso della scrittura della Di Palma è proprio questo , scoperchiare attraverso dissacramenti continui, le consapevolezze flebili del lettore. Il lettore è un lettore-dio a cui l’opera è diretta, non ci ingannino i riferimenti ad un sacro che non c’è. Un lettore terrestre protagonista, suo malgrado, delle belle “invenzioni”  piene di altissima miseria umana.

 

Sono incinta dell’evento,dipal2
di ciò che è a venire.
E mi fido, spalanco il grembo
e gli occhi a ciò che sarà figura
– adesso è ancora buio.
Adesso è l’alba, il gesto annuncia.
E io cammino sicura
con le mie membra di spavento.

Ti gonfi come un temporale
e la tua doglia è rassicurante
tuono, gioia che ti cresce dentro
con la voglia di venire fuori.
La vita si apre, si snoda dal tuo
gomitolo stretto, casca, si sbuccia,
sembra matura come una parola nuova
sulle labbra appena increspate,
le tue labbra spoglie e diroccate.
Ogni parto è un trapasso,
non ti riempie ma ti fora la parola.

Eterna gola di gloria: parola
appena giunta sul molo, appiedata –
ma con piedi di polvere – dopo onde
e naufragi, sempre rediviva, ti
lascio incensita – e per questo divina.
Forse frutto del seno del mare che
sempre materno si gonfia e si svuota,
segno perennemente varcato.
Ti leggo come fossi scrittura postera.

dipal

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