Flowers in the sky

Hidden Gems (a cura di Alessandro Calzavara) – 52) Revolving Paint Dream

Non credo sia possibile attribuire in toto la differenza tra esseri umani a una qualità intrinseca. Il saggio non è qualcuno i cui geni abbiano già sviluppato ex ante tutte le caratteristiche che permetteranno poscia di guadagnargli l’impegnativa nomea.
Dopo una frequentazione coatta di 43 anni con il mio corpo potrei azzardare a considerare una delle mie più ricorrenti etero-qualificazioni come frutto d’una serie di accidenti, uniti a un’azione consapevole di modellazione. Non che il gene vi sia escluso, anzi invero vi gioca una parte centrale; eppure il corredo genetico ne costituisce solo il punto di partenza. È il materiale grezzo su cui si esercita la superfetazione coscienziale, ammesso che 1) si possa giungere a essa e 2) che essa sia sufficientemente prepotente da non restare vitanaturaldurante gregaria della semper-contingenza dell’istinto, oggi organizzata dal mercato globale.
L’osservazione della realtà circostante, e in particolar modo il lavoro nelle scuole, a contatto con quella straordinaria fucina di apprendimenti sulla natura umana che sono i ragazzi, mi spinge a valutare pessimisticamente il sistema di stimolazioni che –troppo generosamente- potremmo definire cultura diffusa, o più tecnicamente biopolitica.
Sembra appunto che il sistema educativo dei nostri tempi scivoli sempre più velocemente nella direzione dell’inconsapevolezza. Il cammino educativo, che prevedrebbe un lavoro di autonomizzazione atto a permettere all’individuo una deambulazione indipendente, è stato ferocemente sabotato. La stimolazione si è, viceversa, infittita in quantità e pervasività. Le giornate sono scandite da banalità e condivisione di banalità; il tempo del pensiero aggredito da un’agenda fittissima di cazzate; l’infanzia (su cui sono tarate le poche comprensibili “grandi verità”) protratta sino al tempo della vecchiaia. Ogni passo è guidato, ogni azione incerta senza l’avallo della macchina cultural-burocratica, la possibilità dell’autodeterminazione spinta sino al terrore dell’esclusione sociale. La possibilità di esempi culturalmente “altri” è marginalizzata in zone non battute, o financo spaventevoli.
L’autopercezione del ragazzo implicherebbe una distanza del sé dall’organismo sociale, uno scollamento identitario, un margine minimo che consentisse il denso lavorio del giudizio sia su oggetti diversificati, sia a partire da un più ampio ventaglio di qualificazioni possibili. Al contrario gli si fornisce sempre la stessa roba, attinente a sfere fisiologiche brutalmente elementali, paccottiglia che giunge carica della sua stessa valutazione, rinforzata dal ciclo infinito della simbolicità d’appartenenza al mondo (un unico mondo). A condizioni fisse, risposte fisse, rinforzo unico.
Dovendo esercitare la propria umanità nella frenesia costante, gravato da un’ansia cronicizzata, ogni individuo maturerà gli stessi bisogni, il cui ambiente sarà naturalmente pre-disposto dal mercato. La malattia; il bisogno; meglio ancora: la dipendenza, sono infallibili motivatori all’acquisto e alla conformità.
Il mantra della socialità (il bisogno assoluto di “far gruppo”) risulta infine la distorta parodia d’una realtà esasperatamente atomizzata; la comunità reale è rimpiazzata dalla connettività virtuale, ove il più piccolo screzio assume le dimensioni d’una brusca separazione e l’elemento collante ha la stessa aderenza d’uno sputo.

Alan McGee
Alan McGee

Saggio è però chi ha saputo concepire distanza. Colui che è stato capace di selezionare i propri bisogni alla luce non soltanto del loro immediato soddisfacimento, ma della loro qualità. Colui che ha “costruito” i propri dintorni alla luce d’una lucida e spesso inconciliante coscienza dell’umanità del bisogno, piuttosto che della sua sublimazione ideale (e manipolata). Colui che ha scelto per sé non sulla base dell’influenza circostanziale (ivi compresa la famiglia o la fidanzata) ma su quella della maturazione cognitiva, lungamente vagliata tramite la propria esperienza. Colui che, mentre nutriva il suo piacere, ha contemporaneamente addestrato plotoni di anticorpi al piacere stesso, esca sin troppo facile delle lusinghe delle forniture a domicilio. Colui che ha saputo porre tra sé e il proprio desiderio una zona di decompressione intellettuale.
Un tempo il piacere era costantemente differito, sublimato, regolamentato. Il neoliberismo gioca grandemente sulla fasulla opposizione tra un passato “mortificante” e un “presente liberale” e lo slogan è: se non puoi ottenere (a pagamento) tutto ciò che desideri allora sei un nostalgico del potere coercitivo. Logica binaria: o tutto o niente, semplificazione massima, ricatto ben formulato. Tra l’essere immoto del concetto e la frenesia annichilente del divenire la scelta cade –per citare Woody Allen- su “ciò che dà latte”.
Reclamo per me la possibilità di non essere né il vetusto barbogio né il vorace bulimico di merci: e già affinare le facoltà critiche ci permetterebbe di non essere violentamente etichettati. Chi si definisce in qualunque modo, credendosi appendice di quell’astratta gabbia, amputa a priori tutte le possibilità a essa non congeniali. Saggio è dunque indefinibile, strano, eccentrico, indifferente alla valutazione sociale delle proprie azioni, distante ma al contempo presente alla propria vita: presente proprio perché distante, non collimante, non soccombente a un sistema che divora se stesso.

Revolving Paint Dream

Non cedere alla musica del nemico, tutta la musica che senza fatica troverete accendendo la radio o la televisione, è essenziale, ed è essenziale molto presto: a partire dalla vostra età più verde, quando i vostri gusti smaniano in tondo alla ricerca di acquietamento.
Se leggete qui siete già un po’ oltre quell’età e molto probabilmente avete scansato l’esiziale tranello, oppure siete arrivati a fine pagina soltanto per quantificare la vostra deplorazione per l’autore di queste righe.
Probabilmente non concederete mai alle vostre orecchie la possibilità di affrancarsi dalla dipendenza dalla tendenza, o dalla tendenza alla dipendenza. Se cambiate idea, o quantomeno provate un minimo di curiosità per il lato oscuro d’un satellite di cui avete sempre inconsciamente considerato solo due dimensioni, provate a dedicare un ascolto a “Flowers in the Sky: the Enigma of the Revolving Paint Dream”, l’opera omnia d’una delle prime (e meno conosciute) band che adornarono il roster della Creation Records di Alan McGee (che qui presta saltuario servizio in parecchi brani). C’è tutta la vibrante atmosfera d’un esperimento generazionale che mira a fondere, all’interno della forma della canzone pop, la straightforwardness del punk con la divagazione della psichedelia, e la cui riuscita attesta la grandezza dell’intuizione discografica del mite scozzese che presto ospiterà sotto i suoi scudi My Bloody Valentine, House of Love e Oasis (perlomeno i primi, e più decenti).
Andrew Innes (poi nella prima formazione dei Primal Scream) è qui la mente, coadiuvato dall’allora fidanzata Christine Wanless: le 22 tracce qui raccolte volteggiano tra ghirigori acidi, batterie pestone dai riverberi eighties e soleggiati vocalizzi femminili. Per capirci: tra Jesus and Mary Chain de-feedbackizzati e Biff Bang Pow! immersi nella dietilamide 25 dell’acido lisergico.


In copertina: “Flowers in the Sky: the Enigma of the Revolving Paint Dream” (front cover, Revolving Paint Dream, 2006)

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