I luoghi e le scritture (rubrica di Antonio Devicienti): tre poeti e Tubinga

Ritorno dopo qualche anno a  Tubinga ed è un vero e proprio secondo pellegrinaggio, a lungo preparato, molto desiderato, dedicato alla memoria di Hölderlin e di Celan. Tanti, in Germania, i luoghi abitati dallo spirito della poesia – Tubinga è, per me, il più sacro, anche più di Weimar o Jena.

neckar
Vi arrivo di nuovo in treno, mi dirigo verso il fiume, il Neckar. Ottobre sfolgora imperiale e i platani, altissimi, formano una galleria di luce verde e maculati tronchi – il fiume scorre oltre il parapetto (i passi fanno frusciare le foglie per terra) e lì di fronte c’è sùbito la Torre, si riflette nell’acqua, si stacca contro l’elevazione di facciate, finestre, cuspidati tetti ch’è Tubinga contemplata dalla Platanenallee. L’edificio che vedo è rifacimento successivo, lo so bene, ma identico è il luogo, l’indirizzo lo stesso: Bursagasse 6, quello dei molti anni della reclusione, quando il poeta firmava col nome di Scardanelli apponendo in calce alle sue liriche date inverosimili.
Bisogna seguire il corso del Neckar fino al ponte, attraversarlo e risalire lungo la riva opposta per raggiungere la Torre: si percorre uno stretto passaggio tra gli orti e il fiume, acqua e terra si compenetrano, si cercano.

tuebingen

Andrò alla Torre più tardi; voglio ancora prolungare l’attesa; salirò invece verso il centro della città.
La Tubinga di Hölderlin è infatti anche lo Stift (il seminario teologico evangelico) degli studi giovanili: percorrete con me, vi prego, la lieve salita che conduce alla Pforte vom evangelischen Stift, superiamo la grande fontana sulla destra ed entriamo nel cortile e sentirete montare in gola la commozione: le ragazze e i ragazzi che incrocio e che, gentili, mi salutano, si dirigono verso le stesse aule in cui il giovane Friedrich s’innamorava dei Greci e della Rivoluzione Francese, in cui stringeva amicizia con Hegel e Schelling e tutti e tre leggevano infervorati i rispettivi manoscritti. Attraverso le finestre dello Stift il poeta vedeva le tegole dei tetti, udiva le voci dei bimbi dalla scuola vicina, osservava il trascolorare delle foglie stagione dopo stagione. Lo Stift di Tubinga è uno di quei luoghi che la mente trasfigura fin da quando ci si dedica ai propri studi (posso dirlo? non suona ridicolo?) prediletti: all’Università, studiando pagina dopo pagina l’immensa Storia della letteratura tedesca di Ladislao Mittner, immaginavo i luoghi in cui ha abitato lo spirito della poesia e qui, in questo quadrato di qualche chilometro, Nürtingen, Stoccarda, Tubinga sono nomi di luoghi e sono geografia di una poesia capace anche di attraversare a piedi in pieno inverno la Francia rivoluzionaria per raggiungere Bordeaux o di una poesia che si struggeva per una Grecia ideale e idealizzata. Lecce, città dove studiavo, sembrava infinitamente lontana dal Nord e dal centro d’Europa, dalla Germania giungevano soltanto i racconti degli emigrati quando tornavano in Terra d’Otranto d’estate per le vacanze o definitivamente a casa dopo anni d’emigrazione – oppure per me, dopo lunga attesa, i libri che mi procuravo tramite il prestito internazionale tra biblioteche.
Forse nelle ore libere Friedrich sedeva anche lui sui gradini dello Holzmarkt (l’antico mercato del legname) tra decine di altri studenti (avverto i suoni di molte lingue in mezzo al rincorrersi musicale del tedesco) (la poesia si coglie nella presenza di tantissimi giovani che siedono a leggere, a scambiarsi un bacio, a chiacchierare, a mangiare un gelato) (qui la poesia è salire poi fino al castello di Hohentübingen – Tubinga alta-, scoprire che Tubinga è un moto ascensionale, sbucare nell’ampio cortile per una lunghissima scala di pietra costruita nel corpo buio della fortezza e avvicinarsi alle stanze della Facoltà di Archeologia: Marija Gimbutas vi studiò a guerra appena finita e cominciava per lei il pluridecennale esilio dalla Lituania, lo studio appassionato dal quale sarebbe germogliata l’idea di una civiltà pacifica nel nome della Grande Madre pre-indoeuropea).

hohentuebingen
Esilio, nostalgia, la Germania luminosa sognata da Hölderlin e quella tenebrosa del Nazismo – ecco, sorge ora l’altra stella poetica che mi guida nel pellegrinaggio: Paul Celan. Egli venne più volte a Tubinga a tenervi pubbliche letture, poeta ebreo di lingua tedesca. Porto con me anche una poesia di Fabio Pusterla; s’intitola Sera dei morti a Tübingen e rievoca sia la figura di Hölderlin che i rastrellamenti delle SS nel quartiere ebraico della città che vi entrano su lugubri lunghe vetture nere, veri e propri carri funebri.

Sera dei morti a Tübingen

Su ponti, attraversando
acque lentissime, anse
nell’incendio d’ottobre. Un salice
s’incurva, e questo senso
di vastità e d’angustia, un desiderio
fluviale, Lombardia o Svevia, la pianura
che chiama e annichilisce, travolta. Scorre al mare
distante ogni cosa, all’orizzonte
di nuvole veloci e trasmutanti. Ma sui ponti:
come pensare ai carri neri, al vortice
che li percorse sconcio? Eppure passarono di lì,
diretti a Judengasse. Nella torre
Scardanelli digrigna i denti, suona il piano, balbetta.

Lunghe automobili sfilano silenziose nel paesaggio,
l’ubriaco si stappa una birretta.

La dolcezza di un fiume come questo,
e il mistero dei platani; ma altrove
si squassa la terra, un paese
piange bambini morti. Che Begeisterung,
poeta, che superni? Come acqua
von Klippe zur Klippe geworfen: come acqua
che cade.

Poi esplode il palloncino.
Verde, portava scritto: Hölderlin. Non sale
lieve a nessuna stella in nessun cielo. Scoppia in basso,
rimane fra di noi, come una smorfia
di Halloween.

È in questa giuntura tra la Germania che amo, nella quale mi sento libero, zu Hause come si dice qui (a casa mia) e la Germania del male assoluto, è in questa giuntura che la voce di Celan s’accende luce di faro: il poeta di Czernowitz veniva fin qui a rendere omaggio a Hölderlin, veniva a dire che la parola può e deve testimoniare per i vivi e anche per i morti e lo diceva parlando e amando la lingua ch’è stata anche degli sterminatori, di coloro che avevano ucciso i suoi genitori, deciso a riscattarla e restituirla luminosa all’umanità. Ma poneva pure la domanda radicale “chi testimonierà per il testimone?” ben conoscendo le argomentazioni di chi metteva in dubbio la realtà del genocidio e soffrendo fino alla disperazione delle ignobili e false accuse che gli furono rivolte, di “estetizzare” la Shoah e di aver plagiato il poeta Yvan Goll. Fu nel tardo gennaio del 1961, a Parigi, che Celan scrisse il testo seguente e lo fece appena tornato da Tubinga dove aveva incontrato il poeta Walter Jens per informarlo circa le accuse di plagio che gli laceravano in modo irreversibile l’animo:

TÜBINGEN, JÄNNER

Zur Blindheit über-
redete Augen.
Ihre – «ein
Rätsel ist Rein –
entsprungenes» –, ihre
Erinnerung an
schwimmende Hölderintürme, möwen-
umschwirrt.

Besuche ertrunkener Schreiner bei
diesen
tauchenden Worten:

Käme,
käme ein Mensch,
käme ein Mensch zur Welt, heute, mit
dem Lichtbart der
Patriarchen: er dürfte,
spräch er von dieser
Zeit, er
dürfte
nur lallen und lallen,
immer-, immer-
zuzu.

(«Pallaksch. Pallaksch»).

E già nel 1954 aveva scritto:

ANDENKEN

Feigengenährt sei das Herz,
darin sich die Stunde besinnt
auf das Mandelauge des Toten.
Feigengenährt.

Schroff, im Anhauch des Meers,
die gescheiterte
Stirne,
die Klippenschwester.

Und um dein Weißhaar vermehrt
das Vlies
der sömmernden Wolke.

La “Klippe”, la roccia-scoglio cui fanno riferimento e Celan e Pusterla è quella dei celeberrimi versi conclusivi del Canto d’Iperione di Hölderlin che descrivono il destino dell’essere umano “Wie Wasser von Klippe / Zu Klippe geworfen, / Jahr lang ins Ungewisse hinab” (come acqua di roccia / in roccia precipitata, / lungo gli anni nell’incerto in giù); il titolo Andenken (ricordo) è richiamo diretto all’omonima, inesauribile lirica hölderliniana; pallaksch, secondo le testimonianze di chi lo venne a visitare nei lunghi anni vissuti nella Torre, era il vocabolo, sua invenzione, che il poeta usava per rispondere alle domande che gli venivano rivolte e poteva significare “sì” oppure “no”; mi sono provato a traghettare, con le mie forze e conoscenze, i testi celaniani in italiano, anch’io “zappettando” (cioè abborracciando, sbagliando secondo quanto qualche contemporaneo disse delle traduzioni del poeta svevo da Sofocle, espressione che Celan riprende in una lettera all’amica Ileana Shmueli parlando proprio della disperata e disperante lotta di Hölderlin con la parola e con il silenzio). E scelgo per la prima resa/proposta una struttura diversa dall’originale per amplificare l’effetto di balbettio e di faticosa ricerca della parola –

TUBINGA/GENNAIO: Alla cecità per-         suasi occhi.        Il loro –         “un enigma è il puramente-           scaturito” – il loro         ricordo di         hölderliniane nuotanti torri, circondate dai gridi         dei gabbiani.         Visite di falegnami ubriachi in occasione         di queste         parole affioranti:         venisse,         venisse un uomo, venisse un uomo al mondo, oggi, con         la barba di luce dei patriarchi:          gli sarebbe concesso, parlasse egli di questo          tempo, gli         sarebbe         concesso         solo di balbettare e balbettare,         ripetuta-, ripetuta-         mentemente.         (“Pallaksch. Pallaksch”).

RICORDO

Nutrito di fichi sia il cuore,
in esso l’ora si rammenta
dell’occhio di mandorla del Morto.
Nutrito di fichi.

Erta, nell’alito del mare,
la naufragata
fronte,
la sorella dello scoglio.

E attorno ai tuoi capelli bianchi aumenta
il manto
della nube che va facendosi estate.

la_torre

S’è fatta intanto l’ora di tornare verso la Torre; incontro ponti e corsi d’acqua: Tubinga è città d’acqua e d’alberi, di tetti da contemplare dall’alto e di cortili, grandi cortili d’onore e altri piccoli, molto intimi.
Entro finalmente nella Torre; la luce, dolcissima, allaga le stanze, dalle finestre si scorge il fiume e l’autunno dorato del Württemberg. È in questi ambienti che ancora oggi poeti da tutto il mondo vengono invitati a leggere proprie poesie nel ricordo di Hölderlin. E mi piace immaginare Paul Celan uscire nel piccolo giardino ai piedi della Torre e cercare con lo sguardo i punti cardinali del suo esistere: l’Est della patria e della famiglia perdute; il Nord-Ovest dov’è Parigi, patria elettiva; e il Qui (Tubinga / Tübingen) della poesia; lo penso poi rientrare nelle stanze della Torre, andando incontro ai convenuti ad ascoltarlo leggere, pensando per un attimo a Martin Heidegger, ancora e ancora sperando in una parola da parte del filosofo, parola che denunziasse i crimini del Nazismo, chiara parola di condanna – che mai sarebbe venuta.

torre_interno

 

La scrittura si genera dalla scrittura altrui, ci nutriamo di versi amati e di mitologemi: il ritratto del giovane Friedrich e le descrizioni che parlavano d’un Apollo appassionato e affascinante, i ritratti a penna eseguiti da chi lo visitò nella Torre e nei quali si vede un anziano goffo e spesso afasico – e Paul Celan che leggeva e commentava i propri testi nella Torre avrà avuto presente questa parabola di slancio e smarrimento, lui che disse, nel discorso tenuto a Darmstadt quando gli fu conferito il Premio Büchner, che scrivere poesia è come camminare tenendosi in equilibrio sulle mani lungo un sentiero di ortiche e i piedi sospesi nel cielo, abisso rovesciato e celeste.
Pochi anni fa mi sono provato a dare una mia versione in prosa ritmica di Andenken, uno dei capolavori di Friedrich Hölderlin (non una traduzione, si badi bene, ma un atto d’amore, un avvicinamento, un’approssimazione):

RICORDARE È RITORNO perché soffia il Nord-Est amatissimo infocato spirito, bel viaggio per i naviganti, promessa.

Torna ora laggiù e saluta la bella Garonna e i giardini di Bordeaux: lì, lì scoscende il sentiero lungocosta, nel fiume precipita il torrente. Alte le coppie di querce, di pioppi – argento e sguardo.

È ricordo: cime, vaste, piega l’olmeto al di sopra del mulino e nel cortile cresce il fico. Nei giorni di festa donne brune si muovono sulla seta della terra: è marzo: è l’equinozio: dolci venti spirano sui lenti sentieri – oro pesante i sogni.

Oh! mi porga qualcuno un bicchiere colmo d’oscura luce: cerco quiete: quiete porgetemi: dolce il sonno nell’ombra. Non è bene starsene incoscienti senza coltivare umani pensieri. Bene è conversare e i pensieri del cuore dire, molto udire di giorni amorosi e di accadimenti.

Ma dove sono gli amici? Bellarmino e il suo compagno?

Andare alla fonte: timore trattiene alcuni. Il mare è avvio di ricchezza. Sono pittori i poeti: assemblano la bellezza della terra e non disdegnano l’alata guerra: vivono soli per anni e anni ai piedi dell’albero maestro nella notte buia, muta di musica e di danza, si privano dei bagliori festivi della città.

Adesso sono andati verso le Indie i viandanti – lì sul promontorio tra le vigne dove precipita la Dordogna, dove s’incontra vasta nel vasto mare la Garonna splendida.

Ma prende e dà memoria il mare e l’amore ha occhi intenti. Il sopravveniente lo fondano i poeti.

Im Hofe aber wächset ein Feigenbaum “Ma nel cortile cresce un albero di fico” (Hölderlin, Andenken – Ricordo, ca. 1803).

Feigengenährt sei das Herz “Nutrito di fichi sia il cuore” (Celan, Andenken – Ricordo, 1954).

 

Le foto che illustrano il presente intervento sono state scattate dall’estensore dell’articolo e sono di sua proprietà.

 

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