Madame Ferrante c’est moi, anzi no: analisi semiseria di un popolo di (non) lettori

di Elisabetta Viti

Se da giorni, nel paese europeo ad alto tasso (Istat) di inattività culturale (un italiano su cinque non legge un libro in un anno), il caso Ferrante infiamma di like e tweet i nostri cuori, non è certo per amore di letteratura. Lo svelamento (presunto) dell’identità dell’anonima autrice della fortunata quadrilogia dell’Amica geniale rischia di diventare infatti, oltre la diatriba tra i sostenitori del diritto alla privacy dell’autore e quelli del diritto alla conoscenza (senza limiti) di ogni libro, il banco di prova su cui tracciare – in bilico tra giallo e commedia all’italiana – il ritratto del lettore che non c’è (più). Popolo di avatar che cita ma non legge, posta ma non pensa, twitta ma non canta – sotto la doccia – stralci dall’ultimo concerto live: il pubblico di Elena Ferrante e colleghi millanta passioni senza storia a colpi di emoticon e altri click.

E’ la dimostrazione che l’idea di Elena Ferrante, quella di dare, chiunque lei o lui sia, ai suoi libri (al libro in genere) una vita indipendente da quella del suo autore, è stata una scommessa longeva ma perdente. Certo rivoluzionaria, visto il carattere quasi ascetico del proposito di non metterci la faccia nell’era dei Costanzo-show prima e dei selfie poi. Ma se, dopo venticinque anni di sobria carriera, il centro d’attenzione del pubblico non sono le vite di carta di Lila Cerullo ed Elena Greco ma, incontestabilmente, il “chi” le ha inventate – con tanto di clamore mediatico intorno ai conti (e non racconti) di quel “chi” – il nobile progetto di Madame Ferrante mostra infine la sua debolezza: il sottrarsi dell’autore al riconoscimento pubblico di maternità (paternità) della sua opera non ha aiutato i lettori a concentrarsi su di essa ma, sin dall’inizio e sempre più insistentemente, sul mistero di chi l’ha creata. Al punto di poter persino insinuare il sospetto di strategia. Più ti celi, più ti comprano (il che non equivale ancora a leggere). E allora, forse, Elena Ferrante dovrebbe decidere di venire definitivamente allo scoperto, rinunciare ad un segreto divenuto troppo redditizio per non ingombrare la lettura, e dimostrare di riuscire a restare Elena Ferrante scrittrice anche dopo la “fine” di Elena Ferrante-caso letterario che interseca le ragioni dell’economia (l’inchiesta di Claudio Gatti), più o meno falsamente modesti echi evangelici (“Voi chi dite che io sia?”) e più ovvi richiami a Flaubert: la solita Madame Bovary pietra d’inciampo di tutte le dichiarazioni di pura causalità dell’ispirazione. Senza ignorare peraltro che l’agnitio, l’improvviso disvelarsi della vera identità di qualcuno, è un topos della tragedia classica e del giallo, il che sancirebbe in un colpo – letteralmente di teatro – la definitiva  appartenenza (trasformazione) della persona Ferrante -a (in) quello – metaletterario e ancora più intrigante – dei personaggi di finzione.

O forse no e, resistendo alla tentazione del gossip e del suo paradosso (sviluppo quasi pirandelliano di uno pseudonimo che cercando l’autore, si fa-scopre personaggio), continuare a rispettare (e tifare) per la conservazione del mistero (ipotesi preferita). Perché – se il racconto dell’amicizia di Lila ed Elena c’entrerà sempre con lo scrittore che da venticinque anni si cela dietro lo pseudonimo di Elena Ferrante; se l’autobiografismo in letteratura non può essere eluso (tanto più per negazione) e se l’obiettivo, più o meno dichiarato e sempre legittimo, di tutta l’operazione di riservatezza è tentare di vedere che effetto fa (o che vita ha) un’opera quando non puoi sbirciare tra una riga e l’altra nella vita dell’autore – più di due decadi dopo quella sfida ha cambiato significato. Essa diventa uno specchio in cui provare a capire – attraverso il voyerismo negato al (non) lettore 2.0 – chi è oggi, ovvero quel che resta, del (presunto) medesimo lettore.

Venticinque anni fa, nella civiltà dell’immagine ma non ancora di Facebook, il mistero “Ferrante” riguardava l’autore: la possibilità per un autore di esistere letterariamente, cioè di essere letto, senza un nome e un volto che lo identificasse. Oggi quel mistero chiama in causa il lettore, cioè chi si cela dietro i “mila” like, tweet, emoticon e “cit.” che scendono in campo a difendere o rifiutare le scelte – e le pagine – di un autore. E chiunque essi siano, fintantoché esisterà una Elena Ferrante autrice più o meno (sempre meno, ahinoi!) avvolta nel mistero, sarà bello poterle dare una mano (anzi un post) e scrivere: Madame Ferrante c’est moi, anzi no. E passare al post successivo.


In copertina: Harry Wilson Watrous, Just a Couple of Girls, 1915


Elisabetta Viti è giornalista e scrittrice, si occupa di critica cinematografica su “Sentieri Selvaggi” ed è coautrice, nello stesso ambito, de I segreti di Wayward Pines. Ha scritto per il “Quotidiano della Calabria”, “Cinema Sessanta”, “Archeologia Viva” ed altre testate. Ha pubblicato la silloge poetica Dintorni Lontani (Rhegium Julii, 2009). Collabora al blog di critica sociale “Il Furibondo”.

 

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