Una lettura de L’ambasciatrice di Viola Amarelli, 2015

Ad agosto Carteggi Letterari si prende una pausa e sospende la programmazione ordinaria. Riproporremo post apparsi nel secondo anno di attività. Vincenzo Frungillo legge “L’ambasciatrice” di Viola Amarelli (pubblicato il 2 settembre 2015).


Di Vincenzo Frungillo

lambasciatrice

Chi è l’ambasciatrice? È colei che porta il messaggio tra terre distanti, ed è questo il mestiere che si ripromette di intraprendere la protagonista del poemetto che dà il titolo all’ultimo libro in versi di Viola Amarelli. La bambina-ambasciatrice, che ha per amica prediletta una piccola rom, etnia per eccellenza della migrazione continua, incarna la caratteristica più propria della poesia di Viola, ossia il passaggio costante tra territori differenti della scrittura, che siano prose poetiche (come in Cartografie), poemi (il bel Notizie dalla Pizia), o, come accade in questo suo ultimo libro, versi brevi, epigrammi marziali e poemetto in quartine. Così pure è emblematico l’altro soggetto del libro, la rana:  una forma di vita anfibia che trova il proprio ecosistema tra terra e acqua, tra sostanza liquida e solida (la rana compare anche sulla copertina di questo originale volume, pubblicato in proprio in cinquanta esemplari, realizzato dalla cura artigianale della Sartoria Utopia). Allo stesso modo i versi di questa raccolta si pongono in costante equilibrio tra la corposità teorica, o meglio metafisica, e la levità del canto. L’attitudine alla mutazione, del resto, sembra suggerircela proprio una delle prime composizioni de L’ambasciatrice:

Movendo metamorfosi di muta,

serpe terragna fra pietre e polvere

la cerca di

gradienti verde.

Tutto dovrebbe essere alberi ed erbe.

Per più di cento pagine Viola Amarelli ci illustra una sintomatica biografia, registra gli snodi di un’esistenza, come se misurasse nel verso la traccia delle ferite corporali ed esistenziali:

l’argine dei corpi,

la buccia, il margine che disfa

lo scarto dell’umano. umano.

E la bellezza di questo testo è proprio nella capacità di tenere il limine della parola, modularlo in fasi di crescita e deperimento, di maturazione e degenerazione (il riferimento all’organico resta costante per tutto il libro). Le otto sezioni che compongono L’ambasciatrice sono le fasi di una vita che parte da una riflessione esistenziale profonda sull’origine e il nulla, il “troppo difficile da dire” che ricorda un verso di Giuliano Mesa, per arrivare alla parte centrale del poemetto che dà titolo al libro, in cui l’infanzia è presentata come l’epifenomeno della multiforme e dell’inafferrabile, ed è qui che risuona più forte il verso delle rane. Qui, nella storia della giovane Liz, l’infanzia è lo stagno da cui le rane continuano a far sentire il loro verso, il verso di una mutazione costante. Così come accade nella famosa commedia di Aristofane in cui Dioniso si reca nell’Ade per recuperare il corpo di Euripide e si diverte a confondere il suo canto con il gracidare delle creature anfibie. L’informe è proprio delle cose originarie, incipienti. Eppure, con un gioco di maestria poetica, Amarelli struttura questa sezione del libro in strofe regolari e piane come se volesse rendere visibile, anche a se stessa, ciò che si nasconde, ciò che è più lontano nel tempo, la puntura originaria che ci costringe al canto; come se volesse recuperare dall’Ade il poeta della tragedia e lo volesse convertire alla leggerezza della commedia:

Cinque anni, è un tempo dannato

un ago dentro un fottuto pagliaio e certo

Liz Liz solo tu ci riesci, è essenziale

trovarla, non fallire.

La sezione centrale del libro è lo specchio, lo stagno in cui si riflettono le altre sezioni, ma quanto di tragico possiamo cogliere dal fondo originario, ci viene restituito con un delizioso tocco ironico:

metafisicizzando

la trascendenza un blu scuro luminoso

l’immanenza un grigio perla chiaro

senza più un granello di polvere,

comunque.

Il merito della conversione è della giovane fanciulla:

Per anni continua a guardarsi attorno. Sua madre deve star quieta.

Non è che bisogna dir tutto. Segreti. Farà, decide, l’ambasciatrice.

Grande è il mondo

e misericordiose tutte le rane.

La mutazione è anche il passaggio della forma tradizionale, controcanto dell’amorfo originario, alla forma più asciutta e marziale, dall’effetto comico-grottesco, delle sezioni successive del libro:

D’inesistenti amori vo’ cianciando, ché quelli veri si bruciano vivendo.

Fino a giungere alla corruzione della carne:

strofina e ristrofina

macchie di urina,

il giovane e il vecchio – candeggina

Anche in questa filastrocca la vecchiaia si trasforma in gioco, quanto più esibita, tanto più sdrammatizzata, quanto più spudorata tanto più scanzonata, tanto più si è vicini, ci si crede prossimi alla fonte originaria della vita, tanto più il meccanismo allegorico dei versi mette in moto il proprio antidoto. Perché dell’io che rivendica il giudizio dei vivi non c’è traccia in questo libro. Mi auguro sia ormai chiaro che non si tratta di mero nascondimento, dell’incapacità di far fronte alla tragedia della vita, siamo piuttosto nel magistero di una poesia che riesce a tenere insieme, legate fin nella struttura dell’opera, bellezza e dannazione, pienezza e vuoto, nel nome della leggerezza. Siamo piuttosto nella terra della saggezza orientale, basti pensare alla presenza nel testo dei versi del poeta sufi Jalal al-Din Rum: “Ah potesse, potesse un orecchio mostrarsi/ capace d’intendere dei nostri uccelli il linguaggio”. Ed è nel nome di questa acquisita levità che la lingua di questo libro è permeata di influenze alte (le lingue classiche) e basse (la poesia vernacolare). Ci sono poesie che mettono insieme il ritmo delle filastrocche della tradizione dell’entroterra campano e il biascicare preveggente della Sibilla cumana:

Strido rime petrose

sillabe atonali degne di un’orfana sibilla

a mille a mille i giri della

mente, pure endorfine

ah, fossi buio

rifugio numinoso e saettante.

In questo si può rintracciare una linea di continuità con il pluristrato linguistico sperimentato da poeti campani e meridionali: pensiamo a Michele Sovente e alla sua versificazione in triplice veste italiano-cappellese-latino, al Biagio Cepollaro dell’idioletto, o anche a Jolanda Insana che spesso risuona in questa raccolta. L’effetto può essere una forma di manierismo barocco, mai fine a se stesso, finalizzato a cadenzare certi snodi del libro da contrapporre alla narrazione in versi della parte centrale del testo (lì dove è raccontata per l’appunto la storia della piccola ambasciatrice). Per inciso, se la poesia è fatta di lingua, metrica ed evocazione, è un bene essere capaci di gestire uno strumento polifonico, e il monotono è quanto di più lontano si possa immaginare dalla poetessa Viola Amarelli:

di lato esanguano con utopie nostalgiche

neo-manierismi di età mai state d’oro

fughe non dette-ricerca di rifugi

necessità di tende.

Questo sprofondare nella faglia della parola, a ben vedere, è l’effetto di un incedere sul posto che equivale a rigettare l’idea di un’evoluzione lineare della lingua. La sezione ultima del libro infatti ha per titolo il simbolo dell’infinito (∞). Il calcolo infinitesimale prende avvio dal famoso paradosso di Zenone: per raggiungere l’estremità di uno stadio, bisognerebbe raggiungerne prima la metà della metà e poi la metà della metà della metà, e così via, fino a fermarsi di fronte all’impossibilità di coprire qualsiasi distanza spazio-temporale posta su un piano. La lingua di questa sezione ultima del libro asseconda il passo frazionale del poeta, ed è in questo punto del libro che ritorna l’immagine dell’ambasciatrice:

scivola liquida nel sonno la bambina

si stende, caprioleggia e si addormenta

la veglia che era e resta la vita,

la vecchia, il cielo, la luce del terrazzo

a fiotti lo scorrere del tempo.

Mostrandosi in forma liquida, la novella Alice deleuziana, annulla i debiti con il tempo.

questo vecchio sacco

rappezzato

ripulito

vecchi io

serve poco

serve ancora

io qui ora

Sono questi i miracoli della poesia.

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