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Alcune riflessioni su La curva del giorno di Biagio Cepollaro (Arcolaio, 2014)

Ad agosto Carteggi Letterari si prende una pausa e sospende la programmazione ordinaria. Riproporremo post apparsi nel secondo anno di attività. Vincenzo Frungillo riflette su “La curva del giorno” di Biagio Cepollaro (pubblicato il 9 febbraio 2015).


 di Vincenzo Frungillo

In questo nuovo libro Biagio Cepollaro, La curva del giorno, continua il lungo poema iniziato con Le qualità. Anche in questo testo il corpo è il centro propulsore del dettato poetico tanto da formare un poema privo di cornice, privo di un apparente schermo protettivo dall’esterno. Il nucleo tematico del poema, anzi, è ancora un volta la stessa relazione con l’esterno. Per questo possiamo anche parlare di poesia ecologica, nel senso etimologico del termine che indica un movimento di ricollocazione nel proprio ambiente. Per fare ciò la voce del poeta si affida alle percezioni (nel senso di aisthesis) del corpo. Qui il corpo torna ad essere il mezzo, non nel senso biologico della funzione. Non parliamo di un’eziologia, non esiste appunto un occhio esterno che osservi i fenomeni. Qui il corpo è già sempre tramite con l’esterno. In questo possiamo intravedere lo spirito epicureo del poema che già ispirava Le qualità. In tutto il poema di Cepollaro non c’è il primato della ragione o del logos sulla natura, tra loro esiste semmai una relazione problematica. Questa è la forza del libro. Se la poesia lirica, come è noto, si fonda sullo sguardo, e quindi sulle idee e su una consequenziale metafisica razionalistica (ricordiamo che la radice del termine idea proviene da idein ossia vedere), qui non esiste una senso privilegiato rispetto ad altri. Se riflettiamo sulla metafora del bosco, che occupa l’intero poema, a partire dal titolo del prologo Attraversare il bosco, possiamo insistere sulla relazione con la lirica. L’opera simbolo della lirica moderna I fiori del male di C. Baudelaire è spesso interpretata attraverso un testo arcinoto, Corrispondenze, in cui il poeta francese scrive: E’ un tempio la Natura, dove a volte parole/ escono confuse da viventi pilastri;/ e l’uomo l’attraversa tra foreste di simboli/ che gli lanciano occhiate familiari (trad. G. Montesano). Anche qui si attraversa un bosco, ma le cose si presentano come simboli da interpretare. Nel verso che chiude la prima quartina il senso privilegiato è lo sguardo (gli lanciano occhiate familiari). C’è “una corrispondenza” tra l’io e gli oggetti che muove dagli occhi, ed è tramite questi che gli oggetti vengono interpretati. In Cepollaro l’attraversamento del bosco è una relazione tra corpi in cui cessa lo schermo della rappresentazione lirica. Il poeta è ridotto a corpo tra altri corpi e non appartiene più all’Io lo spazio della presenza, proprio perché “il corpo è oltre l’io”, così come è scritto in una delle poesie del volume. Ci muoviamo in uno spazio orizzontale, sul piano della presenza creaturale delle cose. Ogni lassa inizia non a caso con la parola “corpo”, che ribadisce il mettersi in disarmo di fronte ai fenomeni. Nel poema di Cepollaro, come vedremo, questa ripetizione non è per niente un espediente letterario, è un’acquisizione profonda e meditata.

Se risaliamo alla tradizione presocratica, ancora prima della divisione di anima e corpo, e torniamo per un attimo al poema omerico, notiamo che la parola corpo compare di rado come soma, che, come ci insegna Bruno Snell, indica “il corpo privo di vita”, privo di soffio, il “cadavere”. Il corpo è più spesso indicato con “insieme di membra”, “statura, “contenitore”, “pelle” etc. Questi sono termini che definiscono lo spazio che testimonia una presenza. Ciò accade perché il corpo da solo non esiste, esso è sempre in una condizione dinamica, di relazione potenziale con l’esterno (anche se in Omero questa relazione ha sempre un valore agonico). Un altro studioso, Onians, ci dice addirittura che nel poema omerico la parola corpo dovrebbe essere sostituita con la parola thymos, che deriva dal sanscrito dhūmas, poi in latino fumus, «respiro». Ora Cepollaro scrive in una lassa del prologo: mentre il corpo galleggia/ sul suo respiro. Anche in questo poema quindi il corpo è sempre tra gli altri corpi in un rapporto osmotico con l’esterno. Altrimenti sarebbe soma, corpo morto. Il confine tracciato dal poema di Cepollaro è invece una faglia di interiezione tra fenomeni naturali e culturali. Il poema si apre con questi versi:

occorre stabilire i confini del corpo: anche una casa
con le sue camere e le sue funzioni è una guaina
e aderisce ai suoi moti.

Lo spazio del corpo è dato da quanto noi riusciamo a trattenere nel fiato, a riprodurre nel verso. Le cose omesse costringono ad un allontanamento. Bisogna saper calibrare il proprio mondo. La reiterazione della parola corpo ad incipit di ogni verso è come se obbligasse il poeta ad un compito: trovare il proprio spazio, la propria misura, non disperdere energia, non perdere fiato. Così come l’etica epicurea ci insegna.  Leggiamo ancora dal testo:

occorre stabilire i confini del silenzio non rispondere sempre
non sempre essere informati fare in modo che ogni parola
sia pleonasmo a fronte di ciò che già c’è. non dicendo
di sé ma dando voce alle spalle alla schiena curva dell’intuizione
che ha percorso tutta la stanza trafiggendo in uno i molti pensieri
occorre che ogni parola distillata sia essa stessa una guardia
di frontiera che vigili insonne i confini dall’alba al tramonto
con gli occhi rivolti al silenzio sia la sua unica verità corporale

La misura dettata dal corpo e dalla sua legge non è passiva accettazione dell’istinto, è invece anch’esso uno sforzo. Il respiro, che nel poema di Cepollaro è tradotto in misura metrica perfetta, deve trovare con forza e precisione la propria forma. Se fosse mero istinto sarebbe accettazione dell’indistinto, del si dice o del si muore. Nel De rerum natura di Lucrezio -allievo di Epicuro- il clinamen è la deviazione dalla caduta degli atomi, è la faglia che costituisce la natura umana, che gli permette di sentire e di parlare. Scrive Lucrezio: “Ma che la mente stessa in ogni/ sua iniziativa non segua una necessità insita in lei,/ né come domata sia costretta a sopportare e a patire,/ deriva da quella esigua inclinazione dei corpi primordiali/ che si produce in un punto dello spazio e in un momento indeterminati”. Senza la differenza di un corpo senziente, nel senso della percezione estetica, l’uomo sarebbe una specie come le altre, confuso nella caduta libera degli atomi. Cepollaro si ricollega a questa verità in una fase post-umana e post-ideologica della nostra Storia. Scrive su questo una mirabile lassa:

il corpo nel verso si sottrae al senso
stabilito e si muove come se non vi fosse
argine e direzione: è luogo questo
dove sembra fermarsi il potere
tale è l’impatto del singolo corpo
che di sé nella lingua fa allegoria

Restando tra le cose si riesce a salvare la differenza e l’inciampo che ogni corpo porta con sé. E Biagio lo fa con un dettato apparentemente semplice e lineare, lì dove la versificazione asseconda il respiro. La misura e il respiro permettono al corpo di essere qualcosa di nostro e di mostrarlo nello spazio come dono. La poesia è allora esperienza del confine, ma è anche presenza nello spazio della condivisione. Qui c’è il portato profondamente etico dell’opera di Cepollaro. “Occorre lasciar passare da quei confini la notte/ e lasciar mescolare i corpi perché parlino tra loro”.  Questo è il nucleo della seconda parte del poema La luce dell’immanenza. Il tempo, che è per eccellenza il tema della poesia lirica, si misura ora con lo spazio imposto dalla dinamica del corpo.  Questa poesia chiede di essere condivisa, in quanto è espressione stessa della vita (bios) del poeta. Se in questa prospettiva la solitudine non esiste, essa è da considerare come condizione dell’ascolto degli altri, ma ancora prima del silenzio da cui ogni verso e ogni nostra forma proviene:

il corpo distende sotto ai suoi piedi il pezzo di terra
che limita il presente: sa che al di là di questo cerchio
si diffonde l’incerto non solo della cometa e dei suoi
incontri ma anche della replicazione cellulare e delle
movenze benevole o tragiche della statistica
dentro il cerchio su cui poggia il corpo respira
e cerca di fare del tempo e dello spazio una cosa sola

Questa meravigliosa lassa contiene il nucleo stesso del poema. In particolare il verso finale ci indica il tentativo di far coincidere il tempo (metrico, cronologico) con lo spazio. Ricollocarsi appunto. Un’altra lassa recita:

non dicendo
di sé ma dando voce alle spalle alla schiena curva dell’intuizione
che ha percorso tutta la stanza trafiggendo in uno i molti pensieri
occorre che ogni parola distillata sia essa stessa una guardia
di frontiera che vigili insonne i confini dall’alba al tramonto
con gli occhi rivolti al silenzio sia la sua unica verità corporale

Il ritorno all’elemento creaturale non è quindi un ingenuo ritorno alla natura. Cepollare non fa un salto oltre il razionalismo, oltre la complessità del postmoderno, per ritornare alla vita semplice della natura. Qui non c’è nessuna fuga roussoiana. Con un bellissimo verso Biagio sentenzia:

anche la pace senza un volere non vuole
dire niente

Ricordandoci la hybris che è propria della nostra cultura. Il rapporto osmotico con l’esterno, sia quello mondano con gli altri corpi che quello originario con il silenzio, deve fare i conti sempre con una forza che induce alla dispersione. Il movimento di conservazione dello spazio si relazione sempre con un movimento opposto.

il corpo sembra fatto per ripetere l’accumulo e la felice
dispersione è palmo che raccoglie all’inverosimile e
palmo che disperde allargando le dita e aprendo finestre
il suo godimento funziona come il doppio ritmo
del respiro e del cuore è un muoversi e uno stare
è uno stringere ed un allargare: è sempre entrare e uscire

Cosicché ogni pieno si posiziona grazie ad un vuoto, che si palesa nella parola, ed ogni verso è la cucitura della luce e dell’ombra, della conservazione e della dispersione: “la meta condivisa è quel pieno che ti svuota” scrive Cepollaro. Ed è proprio il vuoto, con la sua alacrità, ad occupare la terza parte del poema (L’alacrità del vuoto). La dinamica del corpo che si concentra sul respiro per dare misura allo spazio, deve a sua volta tenere conto della forza contraria che tende alla dispersione degli atomi. Questa legge universale riguarda tutti i corpi, non solo quelli della nostra biosfera. Così nel poema, dall’attraversamento del bosco iniziale, passiamo all’immagine astronomica di una meccanica celeste.

il corpo nella sua navigazione provvede per quel che può
a fronteggiare l’incerto mentre ai suoi lati l’agitazione prende
i passanti e anche gli amici ognuno incastrato nella situazione
che lo dipinge: i racconti sono dell’esser presi e costretti
invece per lui davanti ad ogni passo spesso ritorna il vuoto
che permette con l’assenza di nomi il suo moto: c’è cielo

La resistenza al vuoto, che ci porta a ruotare intorno ad un altro corpo (altrimenti, ricordiamo, saremmo soma), è compresa a sua volta in una dinamica maggiore. Il nostro nucleo è frutto di una reazione, ma anche di una relazione, col nucleo di corpi dalla massa maggiore. Questo è ciò che solitamente si definisce legge gravitazionale. Dalla gravitazione terrestre, che stabilisce l’attrazione e la repulsione di ogni corpo, si passa a quella celeste. Tutto è regolato da una dinamica superiore che noi dobbiamo assecondare. Grazie al moto di rotazione e di rivoluzione della terra siamo compresi nell’alternarsi del giorno e della notte, e delle stagioni.

il corpo nel verso si distende: il suo dire
incede di piede in piede di accento
in accento verso un suo luogo che andando
chiarisce. poi si volta tornando a capo
per mostrare il raccolto: intorno vede
la curva del giorno come sua misura

***

9 pensieri su “Alcune riflessioni su La curva del giorno di Biagio Cepollaro (Arcolaio, 2014)

  1. Splendido quest’intervento, così sapiente e articolato, scritto in una lingua elegante e ricca; si tratta di una lettura molto profonda, partecipata, capace di liberare le innumerevoli suggestioni del libro.

  2. Concordo in tutto con il caro Antonio (Devicienti). Complimenti, caro Vincenzo. penna eccelsa! Sono orgoglioso di questo libro. Biagio è poeta raffinatissimo, di alto lignaggio. E’ anche persona umanissima. Di classe. Un grazie a voi tutti, anche al mio altro autore, Gianluca; vi saluto con stima e affetto. Gianfranco.

  3. L’ha ribloggato su Via Lepsiuse ha commentato:

    Un intervento di rara finezza e sapienza (uso volutamente questa parola forse desueta: “sapienza”) su di un libro che, da poco pubblicato, già s’impone come un’indicazione di rotta per la poesia (e non solo).

  4. Ringrazio Gianfranco. Ringrazio anche Biagio per questo nuovo libro. Concordo naturalmente su quanto avete scritto a proposito dell’altezza della poesia di Cepollaro. Che se ne accorgano anche i “grandi editori”!

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