Federico Italiano, L’impronta. (Appunti per un saggio sul modo biologico dell’epica contemporanea)

federico italiano

 

di Vincenzo Frungillo

1.

 

Federico Italiano con I mirmidoni, poemetto d’ispirazione audiana, ambientato nella pinacoteca di Monaco di Baviera, appronta la messa in scena di una nuova arca russa (penso al film di Sokurov) in cui custodi, giovani visitatori, e i guerrieri di Achille intrecciano le loro vicende.

 

Altrove infuriava la battaglia.

Rosenstoltz, il custode dalle cravatte cobalto,

tornò nelle sue stanze

e Maerten ordinò la pils pomeridiana.

«Hai letto l’articolo dello SPIEGEL sull’ambra?

Che roba! Due paleontologi tedeschi

Hanno beccato un geco,

tutta una testa ben conservata. Un buon pezzo,

più grande di un pugno.  Resina pietrificata,

un indurimento di milioni di anni.»

«E qui torna il Baltico. Non ti dicevo che lì girano

forze strane, un magnetismo raro?»[1]

 

Si fa ancora più chiara la poetica di Italiano nella raccolta L’impronta, titolo di per sé emblematico, che si apre con un traduzione dal Richard II di William Shakespeare:

 

E non possiamo dire nulla nostro

se non la morte e questo

calco d’infeconda terra che serve

 

da collante e da guaina alle nostre ossa.[2]

 

I codici e i miti del passato sono il calco da cui ricavare la nostra forma. Il dialogo con la lingua e la tradizione è qui presa d’atto della funzione originaria della parola, ma in questo libro c’è una doppia lettura, l’impronta è quella del padre, il testimone che abbandona il proprio transito terrestre per farsi voce in lontananza. Italiano ritorna sul lascito della tradizione antica e ritrae Aiace, l’eroe più solitario e severo della guerra di Troia, colui che rimane fedele ai riti d’onore, e lo raffigura sulle rive dello Scamandro mentre cerca la porta del tempo che trasbordi il passato nel futuro. Proprio in questa figura eroica si può intravedere il padre ma anche un’idea di poesia, la ricerca di una lingua che si sappia porsi sulle rive del fiume come ci hanno insegnato i pensatori antichi.

 

 

In verità, sono solo un po’ stanco,

respiro dal naso, seguendo l’onere

dei bronchi con riguardo quasi clinico.

 

Siedo su una panca di legno, alla destra

del fiume, dove biciclette e corpi

eliotropici striano la quiete,

 

mentre i volani perlustrano il verde

-topografia pensile

di una placida domenica e fragile.

 

Aiace è morto. Sono cinque estati

ormai che sono morto.

Come fuggono i vuoti

 

di bottiglia nelle mani degl’uomini

raccoglitori …

I sassi mi mancheranno – l’ottusa

 

resistenza della selce sul letto

dello Scamandro – e gli arrosti frugali

che precedono vittorie o disfatte.

 

Ma non c’è più spazio per chi arrossisce

a punture d’orgoglio: questo è il tempo

delle giustificazioni, degli alibi.

 

In verità, sono calmo e respiro

dal naso. Odore d’erba e di crema

solare: Aiace è morto.[3]

 

La lingua della poesia si addossa il compito alto di delineare l’intimo, il biografico, con la storia, per dirla con le parola di Benjamin: “il compito di intendere ogni vita naturale in base a quella più ampia della storia”.

[1] Italiano Federico, I Mirmidoni, il Faggio editore, Milano, 2006, p. 13.

[2] Italiano Federico, L’impronta, Aragno, Milano, 2014, p. 9.

[3]Ivi, pp. 10-11.

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