Occhio al testo (9). Alfonso Gatto: Seguendo l’erta di Conca

di Diego Conticello

Alfonso Gatto (Salerno, 17 luglio 1909 – Orbetello, 8 marzo 1976) dopo un brevissimo periodo di militanza fascista – in seguito ampiamente ripudiata – nel 1938 fondò, con la collaborazione di Vasco Pratolini, la rivista Campo di Marte la cui esperienza durerà tuttavia poco più di un anno. Corrispondente per l’Unità e altri giornali, fu anche critico d’arte comparendo anche in brevi cammei su alcune pellicole neorealiste di registi quali Pasolini, Rosi, Monicelli e altri.
La sua poesia si inserisce a pieno titolo nel solco della corrente ermetica, soprattutto per la tendenza all’impressionismo figurativo di matrice surrealista – molto vicino al tratto rimbaudiano – sovente sottoposto ad una studiata torsione metrica in direzione delle forme chiuse della tradizione ed, inoltre, ad una costruzione del dettato spiccatamente analogica, in cui si innesta la predilezione piuttosto marcata per occorrenze lessicali difficili, in una generale propensione all’ellissi, nella quale detiene un ruolo rilevante un’oscura quanto armonica musicalità di fondo. Proponiamo qui la lirica Seguendo l’erta di Conca, tratta dalla raccolta Poesie d’amore.

Il mezzogiorno lastrica le mude
di calce spenta, mi sostiene il vago
terrore di mancare, così nude
le gambe irragionevoli che appago
del ricordo del sole, così mio
l’inganno di seguirle al tremolìo
dell’universo vuoto.
Nel precipizio del cadere immoto
la mia paura a strèpito del cuore.
Ad attrarmi così, nel lieve moto
di quegli aghi silenti, fu stupore
di vita la sembianza dell’addio
che a distinguere il volto mi trovavo.
Ero l’orma sparita nell’incavo
del segno, a rilevarmi dall’oblio
fu la musica torrida, la spera
d’un riverbero alato, la Chimera.

Una sorta di sinestesia dissociativa (visivo-cinetica) inaugura il componimento, ripresa più avanti nel dittico “gambe-irragionevoli” e rafforzata in chiusura di verso dal termine tecnico “mude” che rimanda al lessico scientifico (calzante ed ardita l’analogia tra la “muta” faunistica e quella “stradale”) ed, inoltre, è richiamo dantesco nell’accezione di “prigione” (se ne avranno altri nella seconda parte del componimento: “sembianza” e “spera”. L’andamento incrociato tra doppi distici alternati e baciati subisce qualche sporadica variazione strutturale, ma viene mantenuto nella sostanza inalterato sino alla chiusa con una rima grafica tra quintultimo e quartultimo verso a corroborare l’iniziale “terrore di mancare”, all’interno di uno scenario in cui anche l’universo appare “vuoto”. Sono effettivamente assai numerose le occorrenze riguardanti la mancanza e il terrore di una nullificazione del soggetto in pur pochissimi versi: spenta, terrore, mancare, tremolìo, vuoto, precipizio, cadere, paura, strèpito, addio, sparita, incavo, oblio. Persino il desiderio pseudo-costruttivo finale non rappresenta altro che un “riflesso utopico” di quello che per antonomasia è simbolo di un’impossibilità di reificazione, ovvero la creatura mitologica padrona poi anche dei bestiari medievali. Altre due sinestesie accompagnano il distico conclusivo – precedute da un forte richiamo al “male di vivere” di montaliana memoria – con una doppia tensione agente dapprima su un contrasto (“musica torrida”) e, appena dopo, a dissolvimento – comunque in accezione negativa – del contrasto medesimo, a sottolineare l’andamento fatalista di fondo che pervade tutto il componimento.

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