Eugenio Borgna intervistato da Laura Di Corcia

Pare venire da lontano la voce di Eugenio Borgna, uno degli esponenti di punta della psichiatria fenomenologica in Italia (è stato a lungo primario emerito di psichiatria presso l’Ospedale Maggiore di Novara) e autore di libri in cui racconta, utilizzando spesso le immagini fornite dalla grande letteratura, del complesso viaggio alla scoperta dell’interiorità e del male che spesso si annida nell’animo umano e tace. “Parlarsi. La comunicazione perduta”, il titolo del libro recentemente edito da Einaudi (100 pagg, 11 euro), si riferisce ad una dimensione duplice: quella del dialogo con l’altro, ma anche quella del confronto con se stessi, conditio sine qua non per ascoltare e accogliere chi ci sta di fronte.

(A cura di Laura Di Corcia)


 

Prof. Borgna, questi sono tempi segnati dall’ossessione per la comunicazione. Ma parlarsi è diventato più semplice o più difficile?
È diventato sempre più complicato e infrequente, divorato da altri mezzi di comunicazione, come la tv, internet, i cellulari. Il linguaggio in questo modo diventa povero e perde l’intimità che ha quando ci si guarda negli occhi. Se per parlarsi intendiamo scambiarsi parole vuote, chiacchiere, allora sì, ci si parla senza fine; ma se con il termine parlarsi intendiamo entrare in relazione con gli altri, dobbiamo ammettere che oggi come oggi ci parliamo ben poco.

Una domanda provocatoria: non è che nascondendosi dietro uno schermo, come può essere il caso di chi comunica per esempio attraverso le chat e i telefonini, si riescono a dire cose che di fronte alla presenza enigmatica di un altro corpo non si sarebbe in grado di esprimere?
Guardarsi, vedersi, implica un parlarsi con le parole ma anche con il linguaggio del silenzio e con quello del corpo. Le espressioni dei volti, i gesti, l’abbracciarsi, questi sono i modi che entrano in gioco nella dimensione più profonda della comunicazione. Abissali sono le differenze tra le parole che vengono dette guardandosi in faccia e quelle che vengono passate attraverso quei modi cui faceva riferimento con la sua domanda. Non si parla solo con gli altri, ma anche con se stessi: ebbene, questo oggi è diventato straordinariamente difficile. Il timore è quello di scoprire abissi, come diceva Nietzsche, nei quali potremmo forse sprofondare. Quando è un fenomeno non solo intersoggettivo, ma anche intrasoggettivo, “parlarsi”, il titolo del libro, assume quella completezza dialogica che si oppone alle forme comunicative attuali e che crea la relazione. Si riesce ad ascoltare solo quando si è capaci di interiorità, quando siamo capaci di trasformare le parole che udiamo in qualcosa che vive dentro di noi.

Nel libro spiega che per aprirsi all’altro, quindi al significato della sua esistenza che spesso passa attraverso il dolore, è necessario dialogare con se stessi, ritagliandosi uno spazio di silenzio. Come è possibile, questo, in una società dominata dal mito della velocità?
Tutta questa corsa che non dà un attimo di tregua si ferma solo se diventa acquatica, quando accade qualcosa dentro di noi. Quello che dolorosamente ci salva è il sentimento della tristezza – non intendo quella patologia, ma la malinconia leopardiana, che ci consente di cogliere il senso della vita. Quando – o per carattere o per destino – siamo portati a vivere insieme a qualche squarcio di questa tristezza che a volte nasce proprio dentro la gioia, indipendentemente dalla cultura che abbiamo, siamo incredibilmente al riparo da quella frenesia. Il nostro è un mondo de-emozionalizzato: è questo che ci porta a correre disperatamente alla ricerca di successo, apparenze, apparizioni, televisione, radio, ecc.

Eppure, più che da parole, siamo circondati da immagini.
Anche questo è un discorso di grande importanza. La parola implica una distanza totale fra chi parla e chi ascolta: nelle immagini sprofondiamo, non ci consentono una presa di distanza. La maggior parte delle immagini sono flash che finiscono solo con l’accrescere il bisogno di cambiarle: un’immagine dura un secondo e siamo subito alla ricerca di un’altra raffigurazione. Anche questo ci porta sempre più fuori di noi.

La new age e le dottrine ad essa affini dicono che bisogna pensare positivo, quindi lasciare da parte la sofferenza e i vissuti più difficili. E soprattutto non comunicarli agli altri, altrimenti si passa loro energia negativa.
Questa tesi è priva di ogni fondamento psicologico: non sono certo le direttive o le proposte teoriche che riescono a dare senso alla propria vita. Se seguissimo questi consigli diventeremmo più o meno dei robot. I sentimenti e le emozioni vengono quando vogliono e seguono i loro cammini, che possono essere quelli della gioia, della passione e della speranza, ma anche quelli del dolore. Le emozioni vere non subiscono imposizioni. Si tratta di tesi fantasmatiche che creano illusioni e speranze inutili; quando scompaiono, inoltre, generano disperazione e una sofferenza che francamente si potrebbe evitare.

Chi parla con l’altro, si libera di un peso. E chi ascolta, cosa ci guadagna?
Dare qualcosa di noi agli altri ha un enorme significato terapeutico e psicologico. La riconoscenza che devo ai pazienti e alle pazienti che vedo e continuo a vedere non è una forma retorica: spesso chi ascolta riceve più aiuto di più di chi viene ascoltato. Sono cose che sono scritte nei grandi testi di psichiatria. Importante anche la questione del tempo: se si conta il tempo di ascolto, si passa il senso di una freddezza di cuore. Il tempo di chi ascolta dovrebbe essere sintonizzato col tempo di chi parla, che non è mai quello dell’orologio.

Non ha mai cronometrato le sedute con i pazienti?
Mai. Come psichiatra ho avuto a che fare con le grandi sofferenze umane. Se con un paziente può bastare scambiarsi una stretta di mano e guardarsi negli occhi (cosa apparentemente banale e invece spesso decisiva per creare un clima di fiducia), con un altro può servire un’ora e anche di più; l’importante è sentire quale sia il suo bisogno. Che spesso è il bisogno disperato di chi sta annegando. Nella sofferenza più profonda si agonizza, capisce? Si agonizza.

Ai genitori che si trovano alle prese con un figlio o una figlia adolescente si fa sempre presente l’importanza del dialogo. Eppure a volte niente è più difficile di questo, perché i ragazzi a quell’età tendono a erigere barriere e a escludere le proprie madri e i propri padri. Come fare?
Apparire agli occhi dei propri figli come quelli che abbattono le loro mura significa dimostrare di non capire le ragioni che inducono al silenzio e alla solitudine. La sola cosa concreta che si può dire è che quanto più una madre, un padre ma anche uno psichiatra sa rivivere quello che è stata per lui o per lei l’adolescenza, quanto più ha memoria per ricordare quali emozioni e sentimenti ha provato in quel periodo, tanto più troverà delle sonde terapeutiche per avvicinarsi ai ragazzi e alle ragazze, scoprendo gesti, parole, silenzi che riescano a costruire delle passerelle in grado di aprire brecce in queste monadi dalle finestre chiuse quali sono i giovani di oggi, colpiti dal bombardamento mediatico di cui dicevamo prima.

(Questa intervista è stata pubblicata su “Azione”, settimanale della Svizzera italiana).


In copertina: Eugenio Borgna.

 

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