Hidden Gems (a cura di Alessandro Calzavara) – 12) Lofty Pillars

Lofty Pillars

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C’è musica che può essere solo consumata. La si assume nelle pause del lavoro, dove per lavoro s’intenda qualsivoglia attività ricada entro la meccanizzazione dei processi vitali (che ancora fatica a perdere l’antica denominazione di “vita”, offrendo al capitale un pretesto per mimetizzarsi dietro la propria pervasiva violenza). Tale assunzione fa parte della meccanica della “vita sociale”: musiche come deodoranti per ambienti, musiche come appartenenze tribali, musiche come pasticche per l’umore. La si genera attraverso procedure stereotipiche: ai giovani s’insegnano “tecniche” di produzione, al pubblico si somministrano veloci zuccheri da bruciare rapidamente, che non includano l’onere della riflessione né che traccino percorsi che conducano oltre i recinti della città. Il bosco è una riserva di legna e tale deve rimanere.
Tutto ciò che non possieda l’arte dell’immediatezza (che, si badi, non è solo una misura temporale) pertiene a condizioni che non si danno più, ma devono essere perigliosamente “sottratte” al ricatto della sopravvivenza. Rarissime sono le enclavi al cui interno il tempo non sia stato scomposto e ricomposto in figurazioni funzionali. Colui che dall’arte ricercasse non la mera evasione/anestesia della pausa lavoro ma vedesse in essa “un luogo” a sé bastante e per sé significante dovrebbe o tagliare i ponti col presente (rivolgendosi all’enorme lascito della musica precedentemente fonografizzata) o accontentarsi di andare a funghi, ove per fungo s’alluda a organismo nato nel bosco, ben nascosto, talvolta letale.
È letale un disco lento che a ogni ascolto non rilasci molto altro che la propria insostenibile durata. È letale un disco che celasse dietro coltri di fastidio il fastidio più pressante della propria vacuità. È letale un disco attorno a cui si decida di costruire a tavolino un culto e ovunque annoi e disperda energie d’ascolto.
Esistono però ancora artisti. Esistono condizioni umane al limite. O esistono i casi fortunati di coloro che troverebbero indecorosa la propria fortuna e si dedicano ad arte senza parte, ovvero ad arte che sia parte per sé, che afferma sé a prescindere dal presumibile riconoscimento: arte che crea.
Non è arte ciò che può essere automaticamente generato, non è arte un disco che deve solo occupare un posto che i propri parenti hanno già prenotato. L’arte, come l’amore, è un andare al buio.
“Amsterdam” dei Lofty Pillars è un disco insostenibilmente lento. Non avvicinatevigli se la vostra idea di musica è dover recensire musica e rapidamente: dopo quindici anni io non so ancora come pensarlo e mi accontento di catalogarlo come eccezione a tutto. Stategli lontano se non siete disposti a offrirgli le vostre orecchie again and again and then again, tornando su queste composizioni per l’esatto tempo che la loro complessa lentezza richiede. Butta tempo chi è abituato a giudicare una voce a partire da ciò che la natura le ha elargito: la voce di Michael Krassner non è particolarmente bella. Bisogna dunque preliminarmente disporsi sapendo (sulla mia parola) che ha tantissimo da dire e che ciò che ha da dire non può essere assorbito nel breve lasso di un paio di ascolti.
Poi c’è da capire che razza di musica sia. Americana? (Sì. Krassner ha collaborato in passato con Will Oldham) Musica da camera? (Sì, ci suona Julie Billey dei Rachels e più volte potrebbe venirvi in mente la Penguin Cafè Orchestra.) Musica d’autore? (Sì, Jim O’ Rourke e Jeff Tweedy sono amici di Krassner e più volte in passato hanno unito le forze. In “Wasted” io ci sento persino Robert Wyatt.) Folk? (Sì, “Mother Arms” richiama alla mente “Sound of Silence”, ma dannatamente rallentata.) Lounge? Classica? Broadway? Dylan? (Sì, sì, sì, sì.) Si astenga pure colui per cui il genere viene prima dell’esperienza d’ascolto: il duo Michael Krassner/Will Hendricks non conosce mai a priori ove una propria sessione di composizione condurrà e l’apporto del raffinatissimo arrangiatore Fred Lonberg-Holm apre, di volta in volta, ulteriori e insondabili percorrenze.
I giovani probabilmente casseranno questo disco a primo ascolto: non sia detto per pregiudizio, ma ogni traccia d’urgenza qui è talmente ben celata da risultare irreperibile. Suona come il disco di una combriccola di anziani rassegnati alla morte e all’irreperibilità: ogni traccia di paraculismo è meticolosamente bandita.
Accontentatevi di sapere che è Arte. Ed è Maiuscola. Non arte impossibile, ma arte impegnativa, che secerne le proprie ricchezze solo a patto di essere scelta. Un monolite di creatività. Una Summa. Un capolavoro.

Alessandro Calzavara


In copertina: Amsterdam (front cover, Lofty Pillars, 2001).

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