FLASHES E DEDICHE (a cura di Giulio Maffii) – 5. JULIAN ZHARA

FLASHES E DEDICHE

JULIAN ZHARA BADA CHE VENGONO I MORTI (così imparano qualcosa)

Orante orale, oralità e sonorità. Musicalità. Soprattutto ricerca. Assisto ad “esibizioni” poetiche. Qualcuno pensa che è sufficiente “declamare” versi per fare poesia orale, parlata, spoken poetry o spoken music. Declamare : Recitare prosa o versi con intonazione solenne, talora sottolineando la frase col gesto. Siamo nell’errore più completo. Il terreno arato da Voce e Nacci, tanto per citare due nomi fondamentali, è stato seminato da poesia, non dal narcisismo dell’apparire. Ci sono tecniche, approfondimenti. Non entro nel merito degli Slam in questa sede, mi limito a dire che questa forma-poesia con radici profonde è troppo bistrattata per “ignoranza” e pregiudizio. Chiariamoci, per un certo pubblico basta una preparazione da abc di teatro amatoriale. Abituati a cariatidi tronfie qualsiasi deviazione dal sonnolento incedere dei versi suscita attenzione. Tutt’altro. Il due diventa uno. Non basta un po’ di musica in sottofondo, si deve lavorare, come sostiene Voce, a respiro, suono e corpo. Corpo poetico, corpo performativo. Scatta la singolarità aedica, la fusione poetica. Zhara è una delle voci che mi ha colpito per il senso di profondità, di amore per la poesia, per la sua voglia di ricerca. Insieme al compositore Ilich Molin ci fa dono qui, in forma di studio e non in forma definitiva, di un testo potente in cui emerge anche la ricchezza e la raffinatezza sottesa. Chiaro omaggio alla metrica pascoliana ma non solo. Non cerchiamo di definire il genere, non cristallizziamo, non ha nessuna importanza adesso, godiamoci questa cantillazione.

Cuccia

Bada che vengono i morti, rinnovano:
– mode (da morti più che da vivi)
– l’invito a pestare le orme di sogni
già masticati da bocche più grandi di te.

Questo il castigo che in fondo al barile
si raschia in fondo all’a che pro,
poco importa se credi o meno davvero agli altari;
poco importa se il clima rimane
la prima ragione a offrirti ai piedi degli –ismi
una cuccia sicura non è
semplice,
semplice resa all’orrore
e rimanere da solo e scavare
nel colon dell’essere vile, umano,
all’ombra dell’agio borghese,
rifugio che stringe la mano all’alibi antecedente (n.d.r. antiborghese),
col muso altèro dell’altra facciata del conio

il ciano
——–opposto
—————–al rosso
al nome
—————–il cognome,

battaglia dopo battaglia,
incatenarsi all’aberrazione nei geni scartati
con dolce miseria che ingrana in altari uguali/opposti.

Lo schema perfetto perfetto combacia coi
totem del popolo bue a cui appartieni,
pari coi bipedi – ronzano attorno,
penetri strade per rimanere
da solo con loro disposti in scaffali

come peli verticali
sulla pelle del mondo

e risultare lo scarto dell’equazione
risolta da anonimi
X arrivisti.

Mettiti in posa poi traina diritto,
sì tutto bene voialtri dispersi nel vento?
Contento che il peggio non vede la fine
e tu di quel peggio sei l’ombra affogata nel vetro del flut.

Placa l’oggetto tra corpo e corpo
mastica forte, lo senti il suono che fa la frizione
infelice la vedi estinta quando quei corpi
plasmati in oggetti manichinati
si friggono al sole di altre rivolte?

Appeso all’appendi-struzzi,
ritrovi il volto imposto al di fuori
foruncolo nel culo della classe sociale
a cui appartieni, che sai bene esistere
a discapito della sfilza di eccezioni
ed è più grande della rabbia
che coltivi nella milza.

Giulio Maffii


 

File audio di Cuccia (Julian Zhara)


 

Foto-Julian-BN-piccolaJulian Zhara nasce a Durazzo (Albania) nel 1986. Trasferitosi in Italia all’età di 13 anni, ha all’attivo una pubblicazione, In apnea (Granviale, 2009). Oltre che poeta, performer, è organizzatore culturale di eventi poetici e letterari. Assieme al collettivo Blare Out organizza Andata e Ritorno. Festival di poesia orale e musica digitale. A partire dal 2012 inizia una collaborazione col compositore Ilich Molin e il video-artist Enrico Sambenini per il progetto Dune. Con l’omonimo progetto è presente nel documentario sulla giovane poesia italiana, Generation Y, al Maxxi, evento organizzato da Ivan Schiavone e Nanni Balestrini e nel documentario trasmesso su Rai 5.


In copertina: Angelo Accardi, Misplaced, 2015 (tecnica mista su tela, cm 200X140).

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