La madonna nera

Ad agosto Carteggi Letterari si prende una pausa e sospende la programmazione ordinaria. Riproporremo post apparsi nel primo anno di attività. Un racconto inedito di Natalia Castaldi (pubblicato l’8 novembre 2014).


 

 

Madonna nera del Santuario di Tindari: Patti: Messina: Sicilia: Italia: EuropaNon so esattamente cosa mi spinse ad addentrarmi in quella terra arida, così diversa dal biancore della mia pelle tutta imbibita di cortisonici, ma fu la prima cosa che feci appena uscito da quel ricovero forzato. Ne avevo sentito parlare in quei giorni di degenza come meta per i pellegrini in cerca di grazia, tuttavia, la ragione del mio viaggio aveva radici diverse dalla necessità d’intercessione col Padreterno e dalla fede, che peraltro non mi avrebbe mai illuminato. Ciò che mi incuriosiva al punto da decidere che sarebbe stata la prima cosa da fare con ancora il bagaglio appresso e l’odore di anestetici addosso, era l’idea della spiaggia sotto la rupe su cui capeggiava l’immaginetta di una madonna nera con le braccia aperte e uno sguardo triste, che mi aveva mostrato un compagno di stanza nell’ora del suo quotidiano recitare vespertino. Era un uomo mite, silenzioso, di una fede riservata e misteriosa, poco invadente, rara in questo senso. Ne percepivo il pregare a voce soffocata, rotta dentro un silenzio fatto di sguardi e paure, ma anche di speranze cui aggrapparsi tenacemente.
Così appena presi il primo respiro d’aria sufficientemente profondo da risvegliarmi polmoni, odori, pensieri e rimettere insieme obiettivi e ricordi, decisi che per prima cosa avrei imbucato la scorciatoia sulla destra dell’Ospedale Civico, che mi avrebbe condotto, su indicazione di un solerte infermiere, direttamente nella traversa alle spalle della Chiesa Maggiore, dove avrei trovato la sede di una piccola agenzia viaggi che, nonostante la crisi di settore, continuava a vivacchiare organizzando piccoli tour con mezzi di trasporto sgangherati nelle zone limitrofe alla città: due famose mete di svago e una destinata al pellegrinaggio di fede e dolore. Non appena varcai la soglia della MFTA, Manitta e Figli Travel Agency, un piccolo tugurio a gestione familiare, la mia attenzione fu subito rapita dalla voce di un vecchio barbuto che, dalla stanzetta sulla destra della biglietteria, urlava prendendo accordi telefonici di orari e partenze conditi da insulti e benedizioni. Solo in seguito notai una giovane donna corpulenta e priva di espressione che, chiusa nel gabbiotto a vetri della minuscola biglietteria, chiedeva meccanicamente quale fosse la destinazione del viaggio, riferendo costo e orario di partenza, arraffando avidamente i soldi e restituendo il resto senza aggiungere una parola o un sorriso, che rivelasse un minimo di umana partecipazione all’azione che svolgeva.
Quando arrivò il mio turno mi ritrovai di fronte alla donna con i soldi già in mano, come se fossi stato anch’io risucchiato nell’ingranaggio del suo compito da automa destinato a smistare corpi e destinazioni. Fu così che mi venne assegnato il posto numero ventidue sul pullman che mi avrebbe condotto in un luogo arroccato su un promontorio che si affaccia sul Tirreno dove, secondo la leggenda, intorno alla fine dell’ottavo secolo, una madonna nera nascosta nella stiva di una nave proveniente dall’Oriente per sfuggire alla persecuzione iconoclasta, aveva deciso di far arenare l’imbarcazione proprio in quel sito per stabilirvi la sua dimora. L’orario di partenza segnato sul biglietto indicava le dieci e trenta, quindi esattamente tra venti minuti, mentre il rientro alle diciotto e quarantacinque con arrivo nel medesimo piazzale dirimpetto all’agenzia previsto per le venti e trentacinque, perfettamente in tempo per andare a mangiare un boccone decente in una trattoria che ho adocchiato tra il viale della Chiesa Maggiore e l’alberghetto in cui pernotterò per l’ultima notte prima di riprendere il treno in serata domani. Salgo stancamente sul pullman, prendo posto, sistemo il bagaglio, mi siedo al ventidue.

Oggi sono il ventidue,

mi dico.

Ogni esistenza ha la sua numerologia. Deve esserci qualcosa di scientifico in mezzo a tutto questo caos numerico da cui non riesco a trarre un esatto significato, 

bisbiglio osservando il tagliandino numerato per la vidimazione. Sono sempre stato aduso alla parola, il segno grafico ha sempre avuto nel mio immaginario percettivo una consequenziale correlazione tra azione, sogno e realtà circostante. La parola che si fa voce del pensiero tradotta su carta genera un alfabeto di possibilità di cui percepisco suono e materia, volta per volta, pensando le cose e appuntandole per non farle sfuggire nel dimenticatoio del tempo. Questa necessità di fissare le cose oltre il tempo mi fa ripensare alla frase di Federico:

“solo le parole sopravvivono al corpo”.

Me lo scrisse l’altro ieri in un breve scambio. È corto di cerimonie Federico, mi piace per questo, trova sempre la sintesi perfetta al disordine dei miei nessi logici con pacatezza e misura. Ma ecco che torno per un attimo alla consapevolezza del mio posto risvegliato dall’odore intenso di sudore, aliti, dopo barba e deodoranti da supermarket che sollecitano le soglie della mia percezione, rendendomi nuovamente presente alla mia destinazione, con il ventidue tra le mani, pronto per la pinzatura del controllore.

– Biglietto prego.

Porgo il tagliandino facendo un cenno di saluto col capo per non distrarmi troppo dal mio consequenziale filo logico, che in qualche modo mi aveva portato a salire su quel pullman per una ragione a me ancora ignota, e ritorno a concentrarmi sulle parole di Federico: “solo la parola sopravvive al corpo”.
Dicevo della numerologia dell’esistenza. In effetti non so molto di numeri, li ho sempre considerati come qualcosa di funzionale all’esistenza e allo svolgimento dei calcoli necessari a mestieri e opere a me lontani, ignoti, fruibili semmai, ma già compiuti, come una musica perfetta, una variazione Goldberg suonata da Gould

o le Duport variations suonate dalla Haskil

con tutta la numerologia di quantità, durata, pause e accenti e silenzi che ne determinano la perfezione.

– Eppure, Federico, siamo anche noi numeri, imperfetti numeri, e a ben vedere le cose da un altro punto di vista, di una numerologia assegnata al caso, o a ciò che comunemente si intende come destino.

Di certo Federico saprebbe dire la cosa giusta, ma il mio pensiero si limita all’osservazione di coincidenze e fatti che non sanno andare oltre il tangibile che a me pare inconfutabile, con tutto il carico di inesattezze che mi trascino pesantemente dietro come un bagaglio sgualcito da una settimana di precarietà ospedaliera fuori sede. Dunque tutto quello che posso dire con certezza è che nell’arco di pochi giorni sono stato il cinquantasette di una camera d’albergo,il terzo in ordine di sala operatoria, il quattordici rosso in sala chemio e, adesso, il ventidue su un pullman che mi condurrà a vedere una statuetta di legno che raffigura una madonna nera, per la febbre di capire la speranza della fede come antidoto al dolore.
A pensarci bene anche il tempo è una sequenza di numeri tra orari di partenza e arrivo, così come il giorno del mio compimento sarà già stato assegnato al numero di una data ora, di un preciso giorno, di un prestabilito mese dei dodici di quest’anno o, se avrò fortuna, di quello a venire.

Forse dovremmo nascere con un numero seriale tatuato sulla pelle, un codice a barre con data di emissione e compimento. Expiry date, dicono gli Inglesi, e mi pare un’espressione calzante alla percezione che ho del frangente nell’attesa risolutiva.

Nei labirinti di questa qabbalah numerica le due ore di viaggio sono finalmente giunte alla fine e il pullman inizia rumorosamente a fare manovra andando avanti e indietro su se stesso per posteggiare nello spiazzale del terminal da cui si accede ad una salita stretta e ripida, percorribile solo a piedi, quale ennesimo atto catartico di dolore per pellegrini in cerca di grazia e purificazione prima di giungere alla vista del sacro volto della madonna nera.
La componente del sacrificio e del compiacimento del proprio dolore credo sia un forte elemento schizoide della fede: è come chiedere la pace arrovellandosi tra le proprie stesse spine, compiacendosene. Sono lacrime donate a piene mani, ginocchia ferite e mortificate dal freddo marmo su cui camminano ferendosi per cancellare un dolore più grande: la consapevolezza della solitudine umana dinanzi al mistero di un’esistenza senza alternative.
La vista del Santuario che si staglia sul promontorio dominando il panorama che dalla roccia si apre all’immensamente sconfinato, ha in sé una sacralità topografica tindari_laghettiche surclassa ogni pensiero meramente oggettivo. La paura della fine si fa vertigine tra la profondità della vista che precipita giù per la terrazzata del Sagrato, fino a cogliere la bellezza della spiaggia bianca trapuntata di laghetti naturali e poco oltre il mare smisurato, immobile fino alla linea dell’orizzonte, che annulla la netta divisione tra materiale e ultraterreno, in un unico celestiale spettacolo tutto immanente.
Genera sgomento. Non è paura, né un vacillare del mio proverbiale ateismo. È sgomento, sgomento per l’immenso, che nel suo tutto rivela il senso profondo del nulla che inevitabilmente ci aspetta.
Avrei voluto vedere l’espressione di Federico in questo scenario. Conoscendolo avrebbe taciuto a lungo, poi avrebbe fotografato il silenzio nel brusio delle preghiere e dei canti che da dentro il Santuario si estendevano fino alla balconata, cui mi aggrappavo in preda alle vertigini. Finalmente mi decido a varcare la soglia del Santuario, una gigantesca struttura moderna che incastona la vecchia chiesetta nel suo interno. Percorro il corridoio centrale fino all’abside, dove dietro l’altare si apre la nicchia che ospita la statua di fattura bizantina, intagliata in legno scuro, che raffigura la madonna bruna seduta con il bambino sulle ginocchia. È una statua semplice, ivolti sono allungati e il naso della madonna decisamente pronunciato, le vesti sono rosse e il copricapo da cui parte il velo sulla testa della madre sembra riprodurre un turbante più che la corona classica dell’iconografia cattolica romana. Ai piedi della statua si legge chiaramente un’incisione

“Nigra sum sed formosa”.

Si tratta di un’immagine di estrema povertà e tenerezza che stona con lo sfarzo del Santuario e con il negozio adiacente alla Chiesa, in cui si fa mercanzia di coroncine, reliquie e riproduzioni dell’immagine sacra realizzata in ceramica, terracotta o pietra lavica. Rimango a fissare quel volto ed il suo sguardo profondo e oscuro lungamente, dunque decido di tornare all’aperto a respirare quel panorama innaturale per poi riprendere la via del ritorno verso il pullman dove mi siederò ad aspettare l’orario di partenza con pazienza.
Mi svegliai direttamente all’arrivo nel piazzale di fronte alla Manitta e Figli Travel Agency, scosso dalle braccia possenti dell’autista che ripetendo

“signore siamo al capolinea, si scende”,

mi invitava a raccogliere il bagaglio e liberare il posto. Ubriaco di sonno e stanchezza, raccolsi la valigia e mi trascinai direttamente in albergo, dove stavolta mi assegnarono la sessantaquattro, sul corridoio di destra. Entrato in stanza tirai fuori dal bagaglio giusto il pigiama e le pantofole e mi catapultai nel letto sopraffatto dall’angoscia per l’immenso che avevo sfiorato con la stanchezza del mio corpo provato.

“Nigra sum sed formosa”,

fu l’ultima cosa che mi ripetei come un rosario:

non era una preghiera, ma una rivendicazione di stato,
una rivoluzione di saggezza
che in una particella avversativa
raccoglieva tutta la sua incoerenza.

Raccolsi il respiro nel sonno, pensai che l’avrei scritto a Federico appena rientrato acasa, sapendo che con la delicata e logica pacatezza del suo sguardo, mi avrebbe dato del matto per essermi sottoposto a una fatica troppo pesante per la mia salute, ma che se solo fossi riuscito a descrivergli il bianco della salita ripida che portava al Santuario, costeggiata da case rustiche tutte bianche, con i muri in pietra a secco su cui spiccava il rosso delle scocche di pomodori e peperoncini appesi sull’uscio, e se ancora fossi riuscito a dirgli quella linea di demarcazione che svaniva a vista d’occhio tra il blu del mare eil cielo che si respirava a pelle, avrebbe saputo trovare la frase giusta, il giusto verso per sintetizzare la pace e lo sgomento della mia qaballah verso la fine.

natàlia castaldi

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