Tiziano Salari e la mortale nudità dell’Essere – di Mario Fresa

In occasione della recente scomparsa di Tiziano Salari, uno dei più intensi poeti e saggisti degli ultimi decenni, proponiamo una riflessione critica di Mario Fresa dedicata alla sua ultima raccolta poetica, Fuori di sesto (Neos edizioni, 2012).

 

Tiziano Salari
Tiziano Salari

 

 

Mario Fresa

Tiziano Salari e la mortale nudità dell’Essere

1.

Il nucleo fondante dell’ultimo lavoro poetico di Tiziano Salari coincide con il persistere di una ininterrotta contemplazione del volto acuminato del dolore.

I versi emergono con la potenza della Necessità, risorgendo, con ansia, dai buchi neri di un’esistenza che si profila come un’accesa, febbrile contesa mortale che fa convivere la continuità e la dissolvenza, l’eternità e la finitudine.

La meditazione della poesia ci ricorda che sono proprio lo smarrimento e la disintegrazione a mostrarci il volto puro, finale, degli eventi.

Così la terra dei fatti si rivela tremolante, fragile, granulosa; ed è sempre vicina a spaccarsi, a sbriciolarsi, a risucchiare tutto in un istante.

2.

È una terra nella quale gli estremi si toccano, si perdono, si trasfigurano nell’aspro gioco delle differenze e della consumazione.

Entrare in questo mondo, perciò, significa disorientarsi.

Procedere è errare. Fuggire è ritornare.

Conoscere è allontanarsi dalle certezze, è sprofondare in un «misterioso esodo», affrontando e interrogando – senza mai ottenere ascolto, né tantomeno risposte – l’inafferrabile, cupo riverbero degli accadimenti che ci colpisce «tra le torri evaporate dell’essere».

3.

La parola è il segno di una caduta, è la traccia di un acuto sperdimento.

Dire corrisponde a limitare, a de-finire.

La lingua e l’occhio, nel tentare di catturare lo spettacolo irrappresentabile della vita, non fanno che ripercorrere il sentiero straziato di un luogo privo di indicazioni e di risoluzioni, ripiombando ciclicamente nel vortice della bruta insignificanza, e nella vertigine dell’insensato scorrere e sfiorire del tempo, segnato dalle ferite di un attimo che il poeta definisce «da carnefice», e che è pronto a braccare, a distruggere, a de-costruire ogni azione, ogni progetto, ogni desiderio con una violenza inesorabile e invincibile.

Il verso, dunque, per Salari, è indizio di assenza, è l’annuncio e la testimonianza di una polverizzazione dell’essere che sempre si mostra e poi scompare, e  che «vivendo s’immiserisce», tornando al buio primordiale dell’indistinto e dell’increato.

4.

Si rifletta sul coro tormentoso del timbro di tante immagini, voci e visioni che affastellano, torturandolo, il corpo dei versi, immergendolo in un’atmosfera che parla sempre di sottrazioni, di lacerazioni e di dissolvimenti; è un universo fragoroso e incandescente, dilaniato da accenni e accenti di sbaraglio e di abbattimento, di disfatta e di demolizione: perciò siamo sonoramente colpiti da parole come «devastante», «sbriciolate», «schiacciava», «cancellate», «cadute», «frastornato», «saccheggio», «vertiginosamente roteanti», «esploso», «sommerso», «stronca», «annaspavo», «graffiante», «rigettanti», «strazianti», «incrinato», «abbaglia», «tumultuoso», «olocausto», «tagliato», «deperimento», «stremata», «affondata», «insabbiati». Un’estrema galleria fitta di strappi, detonazioni, fuochi e spaccature che investe con violenza il lettore, facendolo precipitare in un luogo smisurato e mostruoso, rigonfio di terribili sorprese e di paurosi avvistamenti.

5.

Ecco, l’uomo è sbalestrato, confuso, fuori di sesto, prossimo al tramonto di ogni punto fermo, di ogni saldezza, di ogni convincimento. L’eterno fluire rimanda indietro, verso la selva annichilente di un «nulla floreale», nello specchio deformante e ossessivo di un «fondo oscuro di memorie».

Le domande sono molte. La voce che le proietta, nondimeno, è afona, priva di timbratura, priva di consistenza e di volume.

La sua energia si perde nell’aria di un fiume inospitale che ci accoglie e che, infine, tritura e disperde le nostre membra.

Il tragico impone la non reversibilità delle opposizioni.

Nessuna risorsa. Nessuna riparazione. Nessun premio.

I gesti si muovono senza mai nulla costruire: non sappiamo «se siamo fermi o stiamo correndo».

Realtà o incubo? La via di fuga è forse l’abbandono, il felice inabissamento nella sospesa beatitudine dell’ora dei demoni meridiani, cioè nella profonda liquefazione di un istante di incoscienza che risplende per un attimo eterno: una liquefazione del sé, magicamente «gravida di fantasmi» e galleggiante sul dono di una suprema intermissione della conoscenza e della stessa volontà (e, dunque, del dolore).

6.

«Pane fresco, fragrante, mi piaceva addentarlo

da ragazzo, Ad ogni morso perdevo

un pezzo di vita, non mi chiedevo la differenza

tra l’essere e l’ente»…

Una lontana immagine che riemerge, malinconica e dolce, insieme oscura e cristallina. Inevitabile è il dramma atroce e penetrante che a tale visione consegue: andando avanti, e abbandonato l’Eliso dell’incoscienza, o ci illudiamo, o soffriamo.

C’è da scegliere, cioè, tra la persuasione e la rettorica: tra l’azzurra aspettazione del sogno e la discesa nel mezzo di una foresta insanguinata.

7.

La poesia stringe e condensa i termini irrisolvibili della presenza e della sottrazione.

Scrivere è accogliere il fiume di questo essere-per-svanire.

Dialogano e si alternano il danzare e il franare, il precipitare e il risalire.

Ora già sfavillano meravigliati inerpicamenti della vista, miracolosamente coincidenti con lo splendore irriferibile di una «vita sospesa sugli abissi / sconosciuti di un divenire tumultuoso»; ora, sùbito dopo, lo sguardo discende nei gorghi di un’umanità abnorme, in cui si muovono figure alienate di «mangiatori di fuoco» e di «strimpellatori Rock»; il divenire comprime e distrugge il mistero portentoso delle oscure vibrazioni divine, mescolandolo alle grevi rovine del contingente, al loro cumulo di «penosa impotenza», in mezzo a inarrestabili disgregazioni nullificanti.

8.

Poi – visione non salvifica, ma vivo segnale di un inarrestabile, definitivo azzeramento consumante – è l’immagine della pioggia a far intendere, al lettore e al poeta stesso, il significato e l’eredità della sorte assegnata all’uomo: la pervicace crudeltà del suo essere-per-svanire.

Tutto, allora, (parola, vista, movimento e stasi), l’intero «viaggio nella steppa sconfinata», ci conduce alla finale lotta con lo spettro del nulla: «poi ci voltiamo, il nulla. Dal nulla andiamo verso il nulla».

Il poeta-cercatore ora si ferma, tace, sprofonda nel largo vento di un naufragio che lo affranca dalle catene del tempo e del desiderio, consegnandolo all’abisso desertificante dell’oblio, del Tutto, del non-separato.

9.

La «sfera obliqua della pioggia» lava, cancella, frantuma il senso e l’origine di ogni pensiero e di ogni esistenza.

Niente è accaduto, e ogni evento ci sovrasta e poi scompare.

Noi non siamo mai stati, ci suggerisce la dolente meditazione poetica di Tiziano Salari, e tutto è, forse, la proiezione di un gioco crudele e paradossale, sulla cui scena agiscono, increduli e paurosi, comparse, maschere e figuranti già dispersi in partenza.

Di tale gioco noi ignoriamo le regole segrete; e ignoriamo, soprattutto, la consistenza del suo tragico, indicibile conto finale.

Poesie da Fuori di sesto

*

Deserto giorno di filamentosi scrosci

Di pioggia scura e avvolgenti

Onde verdi di lago che cerchiano l’orizzonte

Nella pace malata dei paesi lacustri.

Tutto dorme nel pomeriggio buio, anche

L’impiegato di banca e il portiere dell’hotel,

e le macchine non fanno rumore sullo stradone.

Solo si sente battere la pioggia

Contro le vetrate

Della Madonna di Campagna.

Ho cercato rifugio nell’ombra

Sobria, romanica, tra gli ippocastani,

E qua, solo, ricordo

Che Dio non è mai stato per me altro

Dal fumo dell’incenso di una vuota

Trascendenza. E nient’altro che sonno.

 

*

Ricordo quando il cupo rovescio del mondo

Di colpo si spalancava alle mie spalle

E soffocavo l’urlo di terrore

Guardando le ondate che si frangevano

Contro i fradici moli dove attraccavano

I battelli oscillanti sulle acqua profumate

Di vento. Ero giovane, allora, e l’angoscia

Si mescolava al pane nella gola in un groppo

Unico e sordo alle ragioni

Del divenire eracliteo. L’attimo, solo l’attimo

Da carnefice mi braccava

E nell’attimo il precipizio dell’oblio.

 

*

Non guarirò certo dal male

Assillante che mi pervase

Con un nitore assoluto, devastante

Del brutto anatroccolo

Che annaspava nell’acqua

A pochi metri dalla spiaggia

A contendersi le briciole di pane

Sbriciolate da una vecchia sadica

In un marasma di volatili.

 

*

Un filo di sole che attraversa la stanza

Berlinese, dalle pareti nere e dalle luci rosse

Nel bagno rivolto a una specchiera nell’atrio.

Non sapevamo che era un albergo per gay

E che dal letto potevo guardarti nuda

Sotto la doccia e dal bagno io osservarti

Nuda tra le lenzuola immacolate, e il corridoio

Una sorta di labirinto nero pieno di specchi

In cui ci vedevamo avanzare come due estranei

E poi rendendoci conto che eravamo noi due

E che dalle pareti grandi foto in bianco e nero

Di maschi a petto nudo e con occhiali scuri e pose leziose

Ricordavano continuamente, dicevi, gli ultimi secoli

Dell’impero romano, i cinesi, e come la storia cambia

A pensare che i nazisti li avevano accomunati agli zingari

E agli ebrei e che nelle vicinanze un museo

Documentava il loro olocausto… Come sono mutati

I tedeschi dal tempo in cui hanno messo a ferro e fuoco

L’Europa… un popolo edonista ma pur sempre ordinato

Sono oggi i tedeschi… E a sera nei ristorantini

Lungo la Sprea mangiatori di fuoco e strimpellatori

Rock, mescolati ai turisti, “Ich bin berlinisch”

Dissi, alzando il boccale di una cattiva birra

Agli dei di Hölderlin e al cielo stellato di Kant

Nel divenire noi postumi di tutto il bene e il male

Della Storia.

 

*

Pioggia, lontane pianure trasformate in pantani.

Il cerchio ampio di vite che hanno l’orizzonte come margine estremo.

E carri e carri che vanno, ma non sanno dove e perché.

Uno scroscio più forte, la situazione ideale per immergermi in un silenzio interiore.

Staccarmi dalle cose (non solo esteriori, come un tavolo, finestre, quattro pareti), ma anche dal mio corpo, il dolore reumatico nel collo e nella mano sinistra, le gambe accavallate sotto il tavolo, per uscire, ma per andare dove (quei carri non hanno meta, segnano l’orizzonte di solchi profondi, sotto la sferza obliqua della pioggia).

Andare, il viaggio nella steppa sconfinata, nel deserto, sulle acque dell’oceano.

Poi ci voltiamo, il nulla. Dal nulla andiamo verso il nulla.

Rintoccano le campane, le corde all’interno dei grigi campanili di tutta Europa.

Un suono metallico, profondo, evocativo dei secoli passati.

Duemila anni di cristianesimo, duemila anni di cupa sofferenza, duemila anni di rintocchi.

Selve di candele accese, di boschi in fiamme, di perdite.

E i mattini di luce vagante di collina in collina gravavano come una colpa sui fuggitivi dal nulla, che vanno verso il nulla.

Le voci delle Madri salgono da ogni cunicolo luminoso dove vengono accolte le vittime del naufragio.

 

*

Il giorno in cui morì mio padre

Ero ancora un fanciullo e non capivo

L’irreversibilità di quell’istante

E quel trambusto in casa, l’andirivieni

Di parenti ed estranei, e quel ronzio

Di campane nelle vie del paese

Oscillanti nella scialba luce

Di un marzo irrepetibile in cui stringevo la mano

Di mio fratello ancora più ignaro

Di me, di essere orfano…

 

 

Tiziano Salari (1938-2014), poeta e saggista. Tra i suoi libri: per la poesia, Grosseteste e altro (Edizioni Forum/Quinta Generazione, Forlì 1983), Alle sorgenti della Manque (Editrice L’angolo Manzoni, Torino 1995), Strategie mobili (Verona, Anterem Edizioni, Verona 2000), Il Pellegrino Babelico (Verona, Anterem Edizioni, 2001), Versus (Château de Rosemonde, 2003), Quotidianità della fine (Edizioni Orizzonti Meridionali, Cosenza 2004), Il fruscio dell’essere (a c. di Mario Fresa, Salerno, Nuova Frontiera, 2007); Fuori di sesto (Neos, Rivoli, Torino, 2012); per la saggistica, Il grande nulla. Percorsi tra Otto e Novecento  (Tirrenia, Torino 1998), Le asine di Saul (Anterem, Verona 2004), Il grido del vetraio, scritto in collaborazione con Mario Fresa (Nuova Frontiera, Salerno 2005), Sotto il vulcano. Studi su Leopardi e altro (Rubbettino Editore, Catanzaro 2005), Le tentazioni di Marsia, a cura di Mario Fresa e Tiziano Salari (Nuova Frontiera, Salerno 2006), Novellino. L’inatteso e l’antico (Prova d’Autore, Catania, 2007), La poesia e la carne. Tra il labirinto dei corpi e l’inizio della parola, curato insieme con Mario Fresa (La Vita Felice, Milano 2008); Essere e abitare. Da New York a Parigi. Dialogo sulla poesia e le metropoli (Moretti & Vitali, Bergamo, 2010). Ha pubblicato su varie riviste saggi su la poesia di Antonia Pozzi, Vittorio Sereni, Cristina Campo, Federico Tozzi, Giorgio Caproni, Arturo Onofri , Federigo Tozzi, Carlo Emilio Gadda, Pierpaolo Pasolini.

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