Le cinque lune di Myskin di Nicola Bozzo: un romanzo della notte e del sogno

Questa città sotterranea ospitata nella profondità insondabile dell’abisso avrà assunto dentro il mare le sue forme, si sarà dislocata secondo la legge della casualità in modo incomprensibile, ma tuttavia esiste e con il ritrarsi dello Stretto potremo ritrovarla come emblema della memoria insieme ai segni della contemporaneità che assumono la consistenza di rifiuti tossici, birre, lettere d’amore scritte e mai spedite e affidate al mare con la speranza che la sapienza delle onde e delle maree possa in qualche modo farle arrivare a destinazione. (Nicola Bozzo, Le cinque lune di Myskin, Pungitopo editrice).

 

Una recensione di Marco Olivieri

Una scrittura che sorprende in continuazione. Una scrittura ricca di pensieri e di riflessioni ma soprattutto d’immagini, di scavo interiore e di profondità. È un romanzo della notte, dei sotterranei, delle oscurità, per vedere davvero dentro l’essere umano, l’esordio di Nicola Bozzo, Le cinque lune di Myskin, appena pubblicato da Pungitopo editrice. Un romanzo del sottosuolo, caro a Dostoesvskij, richiamato anche nel titolo, da L’idiota.

Avvocato messinese, con un passato significativo in campo politico e una passione viscerale per la letteratura, l’autore mette in scena, in un continuo gioco dialettico tra vita e pagina scritta, paradossi e umanità ferite, confessioni e deliri, in un’alternanza coinvolgente di congetture, sfumature oniriche, cronaca, storia, invenzioni e ipotesi romanzesche. Il tutto nel segno di una pluralità di voci che valorizza questo viaggio nell’interiorità. Un viaggio di memorie e lampi di creazione allo stato puro intrisi di compassione nei confronti dell’umanità, di pietas per la sua essenza fragilmente disperata.

Scrive Bozzo: “I ricordi, ora, sono glaciali come carne ossificata, sono immagini sfocate come fatte di pietra. Credo che la memoria non sia riposta in una sorta di teca trasparente dalla quale fuoriescono intatti. Stanno sempre in quel punto dove il già stato si incrocia con l’adesso e dunque bisogna vivere per ricordare, perché ogni ricordo è come trascritto secondo la vita che nell’adesso si attraversa. I morti non ricordano.”

In una città ventosa, un po’ Messina un po’ Lisbona, si sviluppa una forma narrativa che combina un’ambizione romanzesca alimentata dalla crisi dell’io, figlia del Novecento, e flussi di coscienza. Fra digressioni jazzistiche e notturni che celano segreti e verità intime, il libro risulta colmo d’interrogativi impressi nella carne come il tatuaggio della ragazza, uno dei personaggi del romanzo, eppure eterei al tempo stesso come sogni, ombre, silenzi e suoni non detti.

In questo quadro fascinosamente sfuggente, dove conta ciò che non ha voce e ciò che solo la letteratura, con una funzione salvifica e sacrale, può rendere vivo e vero, si muovono l’uomo che aveva permesso che il passato non diventasse un destino; il ragazzo magro che quando è allegro si fa chiamare principe Myskin; la ragazza che non poteva morire perché innamorata; l’uomo del manoscritto; pittori ciechi e archivisti dell’anima. Risultano molteplici i riferimenti letterari, da Cervantes e Kafka (altro scrittore chiave per l’autore) a Pessoa, Camus, Borges, con i suoi dedali inesplicabili, Melville, Bernanos e Pamuk, rielaborati in una chiave personale.

In una polifonia scandita da cinque lune, anticipate da epigrafi che rappresentano una dichiarazione di poetica e non una mera citazione, si afferma la forza immaginifica della letteratura. Affiora così un quadro in perenne movimento, incerto e creativo come un film di Fellini ed elaborato sotto l’influsso di figure immortali come Don Chisciotte, centrale nella scrittura di Bozzo,  e il Prospero della Tempesta shakespeariana.

I tanti punti di vista che si susseguono, tranne qualche momento in terza persona, caratterizzano una partitura romanzesca che si apre all’evento inatteso di uno Stretto scomparso, specchio ed emblema di una contemporaneità spesso indecifrabile, in un prodigioso miscuglio letterario di fantastico e sguardo politico sul mondo, con echi di Camus e Saramago.

Infine, soffi di speranza, mai banali e legati a un’attenzione alla natura umana, che ricordano autori come Dostoevskij e Sciascia, chiudono le pagine di un romanzo scritto da chi crede nella forza trasformativa di ogni parola. Una parola frutto di occhi e sensi che indagano sull’esistenza e sui suoi enigmi.

Ecco perché va letto questo romanzo che convince per la sua raffinata geografia interiore di spazi vissuti e immaginati, dove il senso del tragico, la sensualità, la fiducia nonostante tutto nelle risorse dell’umano, il dolore e la passione per la pratica rivoluzionaria della letteratura generano un impasto indissolubile di sogno e realtà.

Marco Olivieri

 

 

Quarta Luna

“E oso dire di più: scriverò un saggio in cui sostengo

che non sia esistito Cervantes e sì, invece, Don Chisciotte.

E visto che Cervantes non esiste più e che, al contrario,

continua a vivere Don Chisciotte, dovremmo tutti

lasciare il morto per seguire il vivo,

abbandonare Cervantes e accompagnare Don Chisciotte.”

M. De Unamuno (Epigrafe al capitolo Quarta Luna. Cristo e il venditore di rose.)

 

Foto di copertina di Gerri Gambino.

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