Oscillare tra mestizia e ambizione. Basilio Reale – Forse il mare.

di Diego Conticello

<<Ventidue gli anni, venti le liriche di Forse il mare: […] musica lieve, quasi assorta, e l’aria di malinconia (nata da un colore, da un gesto dell’uomo) incrina la parola, la rompe, la fa viva>>. Così Raffaele Crovi sulle poesie dello stimato amico Basilio Reale, proprio nel risvolto di copertina della prima plaquette del nostro. E “viva” deve esser sembrata quella parola anche a Giuseppe Ungaretti allorquando, non ancora uscita la raccolta per i tipi di Arturo Schwarz, il poeta di Sentimento del Tempo le conferiva il primo premio, sezione inediti, in veste di presidente degli “Incontri della Gioventù”, alla presenza dell’On. Gronchi (a quel tempo Capo dello Stato). In giuria erano presenti fra gli altri: Enrico Falqui, Carlo Betocchi, Luciano Luisi, Leone Piccioni. Correva l’anno 1956 e non svenire alla vista di cotanta intellighenzia sarebbe stato già grosso traguardo per chiunque avesse avuto dimestichezza con la letteratura; così non fu per il giovanissimo Reale, smaliziato com’era dai primi incontri coi vari Montale (al quale sollecitava l’invio a Capo d’Orlando della prefazione ai Canti barocchi di Lucio Piccolo) e Quasimodo (del quale aveva favorito l’incontro con lo stesso Piccolo, proprio nell’estate del ’56 in un albergo di Gliaca di Piraino, suggestiva località balneare prossima alle coste “paladine”).
Tuttavia, nonostante l’immediato favore accordatogli dalla critica, queste <<primissime prove scolastiche e comunque di maniera>>, riscontravano ancora una certa <<acerbità di espressione che, forse, potrà diventare il segno più preciso della sua personalità>>.

Distante dunque da quella parola tecnologica che contrassegnerà le sue raccolte a venire, sinora poco riparato sotto i rami della nascente avanguardia lombarda, il pendolo del verso realiano oscilla tra nostalgie solari di un lontano meridione e <<adesione un po’ forzata allo smog milanese>>. A rinforzare questa convinzione incastro un attento assunto di Salvatore Ferlita, il quale parla di <<opposizione simbolica iterata, che si configura in un immaginario asse paradigmatico, tra ombra-sole, oscurità-luce, a seconda che si parli di Milano o della Sicilia>>. Predomina comunque il risvolto malinconico dato dal setting isolano (in 12 poesie su 20, si riscontrano descrizioni di paesaggi siciliani), come in Il mare raccoglieva le parole:
[…] Era vana la lotta per non perderti
inghiottita dall’ombra che dal capo
s’addensava veloce ai contrafforti.

oppure in Momento:
Malinconia dei pomeriggi estivi
quando i cani s’inseguono bramosi
per le piazze senz’anima.

Scorci di una poesia ancora <<imberbe ma accesa nei sensi>>, le cui tonalità sommesse ed elegiache sono vagliate, per dirla con Mario Raciti, <<alla luce del suo sentimento, anche se non esteticamente fruttifero, tuttavia basato sulla sicura premessa della umile sincerità>>.
Sempre meno sporadiche si fanno intanto le cornici milanesi, inquadrate da alcune “poesie spartiacque” quali Fra Nord e Sud, Lettera (dove si legge il verso emblematico: <<al cielo di cobalto e rosa/ il pittore ora mischia il grigio e il seppia>>).
L’abbandono del locus loci chiamato “Isola” non esclude sofferenti ‘stazioni’ da laica via crucis: <<su questo treno che non sbuffa più/ penso ai limoni sempreverdi, al mare,/ al carrettiere che canta a gola piena>>, o volitivi stacchi profetici:
Opaca è l’iride del giorno
e il verde delle piazze non riluce.

Aspetterò che il volo dell’allodola
s’apra a muovere il cielo
e l’ansia del vento mi riscatti
da questo gioco ambiguo di memoria.

Qui il poeta allude ad uno spegnimento della ‘tavolozza’ atmosferica dovuto al mutare del paesaggio, accompagnato dall’ansia di estinguere i residui fuochi del ricordo adolescenziale con l’acqua dell’opportuna emigrazione (fuochi che in realtà non verranno mai placati, troppo forte a tutt’oggi è il fascino dei luoghi d’origine).
L’arrivo a Milano appare denso di morìe ad un primissimo impatto: <<Qui non approda il sole:/ la città ha il sapore dell’inverno/ e il fumo delle ciminiere/ si rapprende nel cielo.// Vana e amara è l’attesa.>>, stemperato da certi passaggi d’impronta corazziniana, che rendono i nuovi luoghi lentamente più intimi:
[…] Quando giunsi una sera mi colpì
l’oscuro lamento del tranvai.
Ora so che può essere anche musica
come quella sgangherata dei pianini
per le nostre strade del Sud.

[…] Cosa importa se il cielo
è coperto di fuliggini?

L’altalena di memorie non si placherà del tutto in questo primo “quaderno”, visibili ne saranno gli strascichi ancora nella sezione: Il ponte di Messina, dove lo stilema dell’amara ironia insinuerà piaghe di compassione e di mestizia:
[…] Il sole, unica ricchezza
in sferza si tramuta
nei meriggi di polvere
e la cicala canta
l’inutile lamento.

Lievi e aleatorie le reverîes idilliache o mitiche, segno di un pensiero già maturo nonostante la giovane età, largo piuttosto ai toni del ‘ruminamento’ interiore, al distacco duro ma necessario, atto a non intrappolare gli orizzonti di ambizione.
A ragione Pasolini inserisce Basilio Reale fra quei poeti trapiantati nel nuovo sperimentalismo milanese che <<restano in un mondo linguisticamente “cosmopolitico”, […] inclusi completamente nel nuovo clima del poeta impegnato, con immediatezza esagitata e prosaica>>; e la lista sarebbe troppo lunga da ottemperare, mi preme tuttavia ricordare quelli più affini al registro realiano: Majorino, Risi, il Cattafi de Lo stretto (come ho già avuto modo di esemplificare), i toni di <<carenza elegiaca>> e <<idillio familiare>> che Giansiro Ferrata ha potuto riscontrare ne L’inverno di Crovi, e poi Erba e il Pagliarani di Cronache e altre poesie.
Il verso si affaccia, in questa prima raccolta, ad una flebile cantabilità, forse dovuta alla foga dell’inesperienza poetica, ma si intravedono spiragli di un lucido distacco ‘asciugante’ della parola, tipico del futuro modus operandi del poeta.

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