Torre_controllo_Stazione_centrale_di_Milano_Foto_Giovanni_Dall'Orto_1-1-2007

I luoghi e le scritture (rubrica di Antonio Devicienti): Non-luoghi

1. Palazzine di cemento, gli orli dei balconi già sbreccati, stenti alberelli assediati dalle cartacce nello pseudoviale. L’insegna pencolante di uno spaccio di generi alimentari chiuso ormai da anni.

2. I viaggiatori in transito vanno a mangiare panini tra la recinzione semidivelta e i camion parcheggiati, bollenti di nafta e morchia.
Pochi centesimi nel piattino per la signora che tiene pulita la toilette.
Odore di fritto stantio dallo sfiatatoio del ristorante. L’autostrada lancia nel cielo bassissimo il grugnito dei motori.

 

Torre_controllo_Stazione_centrale_di_Milano_Foto_Giovanni_Dall'Orto_1-1-2007

3. Dei parcheggi multipiano: la luce sporca delle lampade perennemente accese dietro le loro griglie di metallo, la luce sporcata dal grigio del cemento, imperatore qui in questa provincia del sonno addensato nei motori e negli abitacoli vuoti, tutto è cemento a vista, segnato dalle spatole che l’hanno lavorato: le rampe che s’avvolgono su sé stesse, i pilastri, i soffitti bassissimi percorsi dalle tubature antincendio.
Ossessivo il ripetersi dei cartelli di divieto.

4. Malinconia delle cose che giacciono dietro gli edifici: le grandi scatole dentro cui girano le ventole degli areatori del reparto di geriatria e i bidoni allineati per la raccolta differenziata; i nastri svolazzanti bianch’e rossi che vorrebbero impedire l’avvicinarsi alla scala antincendio mezzo divelta sul retro dell’edificio scolastico; il materasso sventrato e la sedia senza schienale, l’armadietto dall’anta sfondata e la bombola del gas esaurita che, da mesi, addossati nell’angolo del cortile posteriore del condominio, attendono di essere portati via, non ancora pietosamente sottratti a questo status di oggetti consunti ed espulsi dall’uso.

5. Le enormi arcate metalliche della Stazione Centrale di Milano conoscono bene il susseguirsi di arrivi e di partenze, ricoprono un non-luogo il cui significato è il transito stesso, l’andare e l’arrivare, e si capisce così che non-luogo non sempre significa negare dignità o funzione a un luogo, ma evidenziarne talvolta la natura di trait d’union, d’elisione, di transizione, di sosta motivata dall’andare, d’intersezione e di connessione, di sospensione e d’attesa (e non posso dimenticare le pagine che Sebald dedica alla stazione di Anversa in Austerlitz).

 

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6. il sole si è abbassato sotto l’orizzonte alla profondità di circa 6 gradi.

che noi chiamiamo crepuscolo civile (Marco Giovenale : In rebus).

7. Gli enormi tir mezzo infilati (in retromarcia) nel magazzino dell’ipermercato. Trasfusione delle merci da ventre a ventre, il primo su ruote che rullano ininterrotte la pelle della terra, il secondo di prefabbricate pareti, andirivieni dei muletti di carico e scarico. Introibo prima della cerimonia solenne (le merci ordinate sugli scaffali illuminati, offertorium per la vendita).

Quando Antonio Lanza scrive Suite Etnapolis non rappresenta soltanto la realtà di un enorme centro commerciale: il mostro fagocitante di Etnapolis è l’intera realtà economico-sociale in cui siamo immersi, lavoratori e clienti.

8. Le barene erose, i becchi delle gru-escavatrici fermi nell’aria (è domenica d’ipermercati ovviamente aperti). Poco oltre le villette, ineccepibilmente eguali, un metro quadrato di prato davanti a ognuna di esse. Un barbecue che fuma.

9. Mandate a dire all’Imperatore che felicità è un pesco proteso al fiume;

mandate a dire all’Imperatore che luogo è là dove radica la memoria.

10. L’ininterrotta sequenza del guard-rail. Non si posa l’occhio su nessuna ruga di quella lamiera (non ne ha il tempo), su nessuna fessurazione, non vede l’occhio la ruggine che cola tra bullone e paletto. Lattine vuote e cerchioni smarriti, erba clandestina.
Se arrivano uomini in tuta arancione per la manutenzione nulla cambia nell’indifferenza riservata all’oggetto guard-rail. Milioni i chilometri di guard-rail su tutto il pianeta.

11. I vecchi paracarri di pietra, quelli su cui si sedeva tranquillo Manuel Fangio a veder passare le auto in gara (aveva distrutto la sua arrischiando un sorpasso in curva).
Non ce ne rendiamo mai conto: l’accumulo del capitale ci fagocita e surclassa: tempi eroici dell’automobile, quelli, ma era già in atto la transizione: strade alberate sarebbero state presto desertificate di quegli esseri sublimi, allargate e ricoperte di stese d’asfalto ch’isteriliscono la terra, offerte all’arroganza dei tir.
Le epiche gare soltanto paravento ed esperimento per la campagna di conquista imminente.

12. Edotto dei luoghi di transito (stazioni, corridoi negli aeroporti, palazzi amministrativi) Austerlitz esiste nella parola, nel suo raccontarsi. “Dice Austerlitz”: splendore di un raccontare anche ciò che i più non vedono, felicità del dire, del dirsi.

 

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14. Quando Ai Weiwei posta sul suo blog migliaia di foto a documentare la trasformazione di Pechino in nonluogo traccia lungo le rotte incontabili del web il grido di ribellione contro la barbarie politico-affaristica.
Quando monta mappe della Cina con legni recuperati dagli antichi templi distrutti sbeffeggia la modernità senza memoria.

15. Eppure, mi sembra, la Stazione Centrale di Milano possiede una sua singolare attrattiva; la vecchia torre di controllo del traffico ferroviario emerge come da un’altra era, se ne sta lì, romantica e solitaria.

16. E se Vhils dipinge incide scrosta l’intonaco per lasciarvi volti grandissimi a staccarsi contro pareti, e se JR popola le facciate di una favela di occhi, di sguardi, di pupille vivissime

 

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è per rivendicare identità e umanità anche ai nonluoghi. Women are heroes, intitola la sua azione JR, in una scuola di Seixal, nella regione di Lisbona, Vhils scolpisce il volto del cantautore antifascista José “Zeca” Afonso: la feroce ingiustizia economica degrada una favela a nonluogo, la scuola rimane, talvolta, ancora lontana dall’essere  luogo attivo e gioioso di democrazia – Vhils e JR riscattano con la loro antiaccademica e antiretorica arte menti sottoproletarie e giovani menti, gettano fasci luminosi di pensiero.

17. E che cosa significa il gesto di Flavio Favelli che dentro stanze antichissime a Specchia, in Terra d’Otranto, recupera e rimonta le luminarie dismesse dalle feste padronali?

 

flavio_favelli_luminarie_specchia

 

I muri, vecchissimi, i legni, ben verniciati, le lampadine, gl’intagli dei legni, i mattoni affioranti, il pavimento irregolare: è memoria, è questa la memoria.

18. La linea ferroviaria non ha la stessa identità (o non-identità) di nonluogo come l’autostrada – l’autostrada resta aliena alle città, ai borghi, alle masserie e ai cascinali che, pure, da essa si scorgono: per raggiungere quei luoghi occorre uscire dall’autostrada, abbandonarla al suo giacere estranea al paesaggio – i binari entrano in città o in paese, i binari e i tralicci e i cavi per il pantografo del treno appartengono a un paesaggio; lo dimostra Beppe Bartolini dipingendone l’abbagliante presenza,  la splendida evidenza di sguardo destato dal viaggio e al viaggio:

 

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binari e tralicci all’altezza di San Rossore dialogano con la sovratemporalità di Piazza dei Miracoli, lo sguardo della pittura riscatta quelle cose che nessuno, normalmente, osserva.

 

 

L’immagine di copertina proviene dall’articolo di Wikipedia dedicato alla Stazione Centrale di Milano; la foto in bianco e nero è di Pepi Merisio, proviene dal suo sito e resta di proprietà dell’autore; le due immagini successive provengono dal sito di Vhils e restano di proprietà dell’artista, mentre le immagini relative a JR e a F. Favelli provengono entrambe dal sito www.artnet.com e sono proprietà dei rispettivi autori; l’immagine conclusiva proviene dal sito di G. Bartolini e resta di proprietà dell’autore.

 

 

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