FLASHES E DEDICHE – 44 – LE TURBATIVE SIDERALI DI GIOVANNI IBELLO –

ibello1 È in uscita in questi giorni, il primo libro di un autore che seguo da molto tempo: Giovanni Ibello. Lo pubblica la casa editrice Terra d’Ulivi che annovera un catalogo poetico  molto interessante ed è una realtà editoriale sempre più in divenire. Di norma sorrido quando leggo di un libro o di un autore cose tipo “imperdibile”, “straordinario”, “l’urgenza di questo libro”,  “il libro dell’anno”, etc etc etc. Diciamo le cose come stanno, quando esce un libro di poesia non succede niente o quasi. Il lettore – medio, generico, forte e altre amenità- che volesse invece avere a che fare con un libro di “rara potenza” (questa almeno è nuova) dovrebbe imbattersi nelle “Turbative siderali” di Ibello. Il lavoro ha la maturità e la profondità di un poeta esperto, non certo le ingenuità che spesso di trovano in un’opera prima dove l’entusiasmo fa perdere di vista il lavoro di lima e sottrazione. Ibello ha atteso prima di pubblicare e ha fatto molto bene, senza frenesia ma dedicandosi a perfezionare le sue “Turbative” che sono anche ben accompagnate da una postfazione di Tomada. Bene ha fatto Terra d’Ulivi a dargli fiducia. La prima  delle tre parti di cui si compone il testo, “l’ultimo rantolo del sole”, è decisamente una delle cose più interessanti che abbia letto negli ultimi mesi. Il filo (il)logico di considerazioni tanatovitali è qualcosa che colpisce e fa pensare. Ibello sa “fare” poesia, ha sottratto, ha lavorato, niente è improvvisato o casuale. Non scrive di silenzio ma di vuoto, come ammette. Alla fine la compattezza del testo e l’omogeneità la si trova anche negli scarti timbrici.
Un’ ultima considerazione è sopra il luogo della poesia di Ibello: da un mondo iperuranio alla sua Napoli (una Napoli che è anche un non-luogo), da un mondo ctonio alla luce ricercata sillaba a sillaba.

 

Di quello che sognavi veramente
non resta che un silenzio siderale
una lenta recessione delle stelle
in pozzanghere e filamenti d’oro,
il riverbero delle sirene accese
sui muri crepati delle case.
Così dormi, non vedi e manchi
il teatro spaziale delle ombre.
Il desiderio è l’ultimo discanto.
Ma quanti gatti si amano di notte
mentre l’acqua scanala nelle fogne

 

 

Non scrivo di silenzio, ma di vuoto.
Scrivo dell’acqua mentre scola
in un reticolo di nodi e feritoie.
Perché è sempre un discorsoibello2
sul venire meno
sul recalcitrare delle ore,
la canzonatoria
delle parole.
Penso al mare sfigurato
dalle scie dei mercantili
cinesi.

 

 

 

Basta canzoni d’amore

 

Hai sognato lo scisma dei santi
il mistero della cernia ermafrodita.
Hai sognato
la vergine delle dune
e aceto per le antilopi erranti.
Quando ti vedo dormire
la notte profuma di arance.

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