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Il clamore su Bauman e la necessità di riflettere sul suo pensiero

Una riflessione di Angela L. Di Fazio

Zygmunt Bauman, il sociologo gentile, profeta della post modernità e della società liquida, se n’è andato.

Non sappiamo se gli sarebbe piaciuto il clamore attorno alla sua partenza, le decine di migliaia di post sui social network, i cinguettii più o meno consoni sulle sue teorie, le esternazioni di chi, mentendo a sé stesso più che ai lettori ha giurato di conoscerne a menadito le opere.

Interprete del caos, avrebbe forse desiderato il silenzio; teorico del disorientamento, che ci investe e ci sovrasta, avrebbe desiderato la riflessione che solo una morte come la sua può determinare.

E per quelli come me che lo hanno studiato mentre era in vita, come hanno studiato Luhmann o altri, senza nascondere di non afferrarne sempre la complessità, Bauman rimane il sociologo gentile, predicante ma mai urlante, sommesso ma convinto come coloro che non hanno bisogno di alzare la voce nel frastuono per affermare il proprio pensiero, perché sono, essi stessi il pensiero.

Era un ebreo, riservato, mite ma mai arrendevole. E, nella sua rielaborazione dell’Olocausto, fece dello sterminio dei suoi una vicenda storica ripetibile, costruendo una relazione tra modernità e persecuzione, che interpretò come una prova del grado massimo di crudeltà che una società può sperimentare in contesti di straordinarietà. Un grido di dolore, così lessi allora e così leggo anche oggi.

Bauman osservava una società indignata, conscia di ciò che non desidera, ma inconsapevole di ciò che realmente vuole e quindi fratturata al suo interno dal tutti contro tutto, non capace della nobile indignazione che sorregge il cambiamento. Una società che mossa da spinte contrastanti, percorre sentieri complessi, ma in realtà non conosce la meta, una società a-progettuale a cui mancano soluzioni di fronte alla fuggevolezza e all’instabilità delle relazioni.

La modernità liquida era questa per il sociologo: una fase di incertezza e di dissacrazione dei valori del passato, in cui, per dirla con Gramsci, “il vecchio muore ma il nuovo non può nascere”; uno stato di crisi, intesa come rottura, a cui però non sopravviene un ricostruzione di nuovi scenari.

Ho citato spesso Bauman agli adolescenti e ai genitori che ho incontrato e, a mio modo, amato.

Confidavo nella potenza pedagogica del suo messaggio, soprattutto quando ero chiamata a mettere in guardia dalla solubilità e dalla cedevolezza degli incontri che nascono sui social e che non diventano mai substrato da cui attingere solidità e fermezza.

Citavo Bauman perché era per me prima di tutto un novantenne che insegnava a vivere e a dare un senso alle cose, un’infaticabile sentinella del nostro tempo, un maestro attuale dalla dottrina trasmissibile ai giovani.

Continueremo in molti a parlare di lui con lui, perché il suo non rimanga un appello inascoltato, ma lo stimolo a riappropriarci del ruolo politico ed educativo che ci appartiene e che abbiamo spesso interrato o addirittura negato.

Angela L. Di Fazio

(foto di copertina: Zygmunt Bauman, fonte Wikipedia)

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