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Occhio al testo (11): Nino De Vita – Ha piovuto

Laureato in Scienze Agrarie presso l’Università di Palermo nel 1974, Nino De Vita ha insegnato Matematica e Osservazioni scientifiche in vari istituti del trapanese. Leonardo Sciascia, nel 1989, gli affida, assieme ad altri cinque studiosi, la direzione della fondazione che gli sarebbe stata intitolata dopo la morte. È anche autore di racconti per bambini e prose brevi in lingua ma, soprattutto, in vernacolo, comparsi in volume o su diverse riviste letterarie. Nel 2012 ha ottenuto il prestigioso premio “Viareggio” per Òmini.

Solo latamente ascrivibile ad una corrente neo-barocca per via di una profonda oculatezza nella cernita della terminologia, la poesia di De Vita si nutre di un’estrema, quasi scientifica, precisione nominale in cui il significato degli oggetti, grazie ad un procedimento analogico rovesciato, pare emanarsi dall’interno, come a sviare il passaggio intellettivo, rinnovando nel contempo, dilatandolo e arricchendolo, il senso primario delle cose.

Propongo qui quello che, a mio avviso, è il testo centrale della prima raccolta poetica dell’autore, Fosse Chiti[1] – ovvero “fosse cretose” –, nomen omen derivante da una contrada del marsalese vicino alla quale l’autore vive, per l’estrema ricercatezza dell’impianto metaforico e per lo straniamento che il quadro immaginativo rilascia al lettore:

 

Ha piovuto

 

 

Ha piovuto.

                  Sui vetri

è caduta, battendo,

l’acqua che in schizzi e onde

in fiumi gonfi

                     esili

                           è discesa

nel mare della soglia

di marmo…

 

                   Un sole caldo

spezza e assottiglia

                              isole

disperde…

 

                 È nella goccia

il cielo

           un albero

curvato…

 

 

È un inno all’importanza del particolare (‘soglia di marmo’, ‘goccia’) che di solito appare infimo, nascosto, dimesso ma che, grazie ad un inatteso ribaltamento, provoca. Dunque, per una sorta di procedimento analogico ribaltato di prospettiva, il significato pare scaturire dalla cosa in sé, emanando dal proprio interno aloni di senso che divengono – ma solo in seconda battuta – metafore di un implicito e nascosto pensiero (lo si nota soprattutto nella chiusa).

Ogni evento, anche quello che a prima vista potrebbe sembrare crudele, l’intemperie che lascia le cose vilipese, viene descritto col fare insieme impassibile ed accorato – esule da rassegnazioni – lecito solo a chi ha una profonda conoscenza del corso della natura: così, nell’immagine che ad una superficiale lettura parrebbe asettica, è implicita, invece, e sottintesa una pietas reificata nella quotidianità prima che filtrata da letterarie impronte specie virgiliane o lucreziane.

La versificazione, dal discreto respiro narrativo, si struttura nella prima parte attraverso l’uso di una sintassi nominale esasperata, corroborando il dettato con un afflato «epico-naturalista». Questa rischiosa ma necessaria ricerca si basa sul tentativo di far coincidere il più possibile il confine geografico (e, solo in parte, biografico) con quello figurativo e, infine, figurale, ricorrendo ad un registro conciso e roccioso che rispecchia, in somma parte, lo stesso crudo ma intatto orizzonte che descrive: il continuo inseguimento d’una impossibile coincidenza tra la fisicità dell’oggetto e l’impalpabilità delle parole che lo dicono.

 

Diego Conticello

[1] Fosse Chiti. Messina, Mesogea 2007 (ed. riveduta e ampliata).

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