Brotherhood of Lizards

Hidden Gems (a cura di Alessandro Calzavara) – 49) Brotherhood of Lizards

Io so di appartenere a un mondo le cui leggi sfuggono ai più. Senza questa non-sovrapponibilità il libercolo che vien formandomisi sotto le dita non avrebbe alcuna ispirazione, foss’anche prevalentemente polemica. Il suo contenuto consterebbe di ciò che sapete già, e la saliva che l’inzupperebbe sarebbe la consueta: di qualcuno che non si vede ma la cui azione masticatrice informa le azioni del pueblo ipnotico con l’invisibile discrezione del burattinaio.
Ci sono tanti mondi, invero; tanti quante le finestre da cui ci si può affacciare e da cui si è disposti a scrutare il paesaggio rinvenuto con una densa disposizione a crederlo reale e a interagirvi. E già sento gli umani della genia dei Davide Lima redarguirmi: “esiste una sola realtà e tutti dobbiamo farci i conti. In questa realtà ha valore e vigore solo ciò che la scienza ufficiale da me incarnata con fatica decifra. Il resto giace oltre le colonne di Gibilterra”.
La deprimente non masticabilità dell’“unico reale” digitalizzato è frutto dell’abitudine a inghiottire a primo colpo (e forse al volo) la palla di bolo 2.0. Risultati: un decimo del sapore potenziale d’ogni cosa, e un solo flavour, la merda. La metafora fecale mi pare calzante. La merda è tossica, ma soprattutto: già digerita. Appoggiati a quel davanzale si possono godere tutte quante le cinquanta sfumature di marrone. Forse anche di più.
Proseguendo di metafora in metafora, la musica dai molti zeri di visualizzazioni è un pastone a buon mercato per polli da allevamento. L’immaginario che da esso emana non ha più collocazione geografica: le discoteche sono tutte affinemente arredate. Né un tempo: l’idiozia dei ballerini alcoolico/drogati è puri primordi. Solo un cubo, fuori dal tempo e dallo spazio, che ruota su se stesso e macina carne e sudore. Ad ogni giro: insert password. Ma almeno si consumasse nel pudore con cui si ritorna da un omicidio (di neuroni): no. Esso reclama infinita pubblicizzazione, specchi ovunque, “viralità” e selfie dinamici. File under: ambito merceologico.

Martin Newell

E dunque domando a me stesso: come, nel 2016, poter aspirare alla fama e crederla qualcosa di desiderabile?
Insegui la fama? In nessun modo puoi interessami. Hai presenti coloro per il cui sollazzo stai facendo trottare i tuoi neuroconnettori? E non parlo solo dei mandanti. Concentrati sui “consumatori finali”. Il loro apprezzamento è l’equivalente d’una risata per una torta in faccia al cinema. Li attrai a te come una mammella sprimacciata o una vagina che si vede/non si vede. Ma forse questo è ancora uno stadio troppo raffinato. Il pubblico ha deciso che vuole vedere. E non prova più desiderio articolato per nulla. Dritti allo scopo. Il tempo è denaro, maledetto Franklin.
E se lo è il tempo non si vede cosa possa non esserlo. Insert coin.
Riflesse dalla moltiplicazione connettiva della foto profilo su facebook gli “artisti” amano farsi ben fotografare. Occhi penetranti, posa selezionata (anche quando simuli immediatezza), braccia conserte o fido strumento in braccio. Come spiegare loro la sensazione di mesta rassegnazione zoologica che prende un quarantaduenne da sempre invischiato in cose di rock in un’epoca in cui la significatività antropologica segna il suo punto zero?
C’è anche un manuale, in cui mi è capitato d’imbattermi e che ho acquistato per curiosità intellettuale (estrinseca): “The new rockstar philosophy”. Corredata da una pregnante introduzione di Manuel Agnelli (uno che ce l’ha fatta – estrinsecamente, s’intende), il manualetto elenca tutte le “tecniche” utili affinché il capitale sia bendisposto a rimorchiare il desideroso “artista”. Una guida a come devolvere, sbracciandosi, la residua dignità di un’epoca totalmente prostrata al mercato. Cosa scrivere sulla propria pagina, che tono usare, che tipo di canzoni scrivere. Come una farina raffinata che s’intoppa nell’intestino e nullo nutrimento apporta all’organismo, ciò che resta di questo processo di addomesticamento di tutto è il summenzionato pappone. Beh, certo, non è un crimine, almeno formalmente. Ma continuare a chiamarlo “arte” dovrebbe poterlo essere, in un mondo organizzato secondo i dettami della decenza nomenclativa. Se sentite in giro la parola musica siete avvertiti: al 90% si tratta di “intrattenimento”, al 9% di forme di mediazione tra intrattenimento e arte. L’1%, in cui il 99% della popolazione mondiale mai s’imbatterà, è arte. Una specie di carboneria.
Davide Lima darà la colpa agli epistemo-anarchici come me, colpevoli di aver relativizzato la “verità” lasciandola proliferare nella sbandante consapevolezza della corrente epoca dopo averla liberata dalla dorata gabbia dell’accademia. Preventivamente faccio rimbalzare l’accusa, rovesciando i termini della questione: non è la relatività il problema. Il problema è il pensiero unico, l’unica verità. La dottrina. Il mercato. La dottrina del mercato. Il mercato della dottrina.
Open your eyes, Lima: non stiamo patendo la proliferazione della spinta creativa, stiamo morendo della sua infima qualità, ovvero del suo tentativo di ricalcare l’unico schema calato dall’alto.

Brotherhood of Lizards

Eppure quell’1% è abbastanza largo da sfangarci un’esistenza di piacere. Certo, occorrerà sbattersi un bel po’, affinare assai le proprie capacità acustico/divinatorio/rabdomantiche. Scendete dunque in picchiata con la scala topografica di Google Heart (tasto zoom +) dalle parti di un certo tale di nome Martin Newell. Da solo basterebbe a ridare speranza al nostro globo. Il pianeta Terra tornerebbe allora a essere la pineta Terra e a profumare di campagna e tè caldo dietro una finestra piovosa.

Britannico fino al midollo (altrove s’allude al “più grande inglese vivente”), sopravvissuto al glam e al prog approda finalmente alla neopsichedelia con i Cleaner from Venus, perfezionandola poi a esclusivo nome proprio. Nel mentre unisce le forze col multistrumentista Peter Nice (aka Nelson, poi nei New Model Army) e sforna nel 1988 una cassettina (veicolo da lui prediletto) omonima e l’anno successivo un lp, “Lizardland”, a dir poco magnifico. Quest’anno è uscito un cd con entrambe le opere, titolato ugualmente “Lizardland”, ma con il sottotitolo di “The complete works”. Ecco, io non me lo lascerei sfuggire. Intanto perché è in assoluto tra le cose migliori del genietto neopsichedelico dell’Essex. Immaginate “Skylarking” degli XTC (notevolissime le affinità), aggiungetegli qualche chitarra jingle-jangle in più, re-invertite la re-inversione di polarità (qualunque cosa significhi) e dategli un tocco più demo. Poi perché funge da perfetto ingresso principale all’approfondimento della luminosa – numinosa carriera di Newell (1973-nowadays).
Una specie di monumento alla perseveranza nonostante il mondo.


In copertina: “Lizardland” (front cover, Brotherhood of Lizards, 1989)

Un pensiero su “Hidden Gems (a cura di Alessandro Calzavara) – 49) Brotherhood of Lizards

  1. Quale che sia la ispirazione per riflessioni introspettive, sui massimi sistemi, poetiche o prosastiche, e tutte le sfumature di grigio di esse, va benissimo, e tu sei uno di quelli da leggere perché in gamba. E sono contento del tuo libro.
    Lamento solo che a volte fai emergere quell’ispirazione (musicale), anzi la perori direttamente come oggettiva cosa buona (musicale), invece sovente è di infima qualità (musicale), facendola proliferare (insieme con altri proliferatori).
    Non si tratta di dorata accademia né di verità unica, anzi è piuttosto di rame e relativa, ma, in confronto alle altre, così reale e luminosa che sembra che il sole sia l’unico astro.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *