Hidden Gems (a cura di Alessandro Calzavara) – 45) Sea Urchins

La magia nasce al chiuso, insieme agli spettatori.
L’arte ne eredita l’inclinazione alla separazione, alla dis-appartenenza; inonda il mondo di una dualità fondamentale, quella per cui dinanzi a un oggetto si pone un soggetto, soggetto alla fruizione del tutto fattosi alterità.
V’è, al cuore dello spettacolo, questa membrana, fragile eppure estremamente resistente, a separare il flusso dell’essere dalla fissità dello sguardo. Una finzione dalle conseguenze incalcolabili.
Il pensiero come mano armata del calcolo, agente d’un pollice opponibile, che strumentalmente seleziona e utilizza, sottraendo il corpo all’eventualità pura. Ciò che da lì in poi capita è frutto della corresponsabilità dei gusti dello spettatore con la natura dello spettacolo. Il Tutto indistinguibile, a sé omogeneo, diviene individuazione, frantumandosi in coriandoli d’intenzione e caso, ponendo la sostanziale unità di questi termini a un livello diffratto e nevrotico.
Manipolando la materia noi siamo contemporaneamente agìti e agenti: ciò che occupa il campo visuale è riflesso allo stesso tempo di forze che ci trascendono e forze che trascendiamo; impasto di azione e passione, coacervo di potenza e abbandono.
La storia, svolgendosi, ha alterato la commistione, e di fronte all’insorgenza di nuovi problemi ha avuto buon gioco nell’attribuirne la responsabilità all’insufficienza della previsione, alla carenza di sostituzione del principio logico alla dispersione naturale. Il mondo va infaticabilmente ri-organizzato, ogni punto fermo costantemente ridiscusso e il posizionamento della membrana sospinto nel buio dell’ulteriore, fino a lambire i confini del possibile.

Il pianeta Terra nel 2016 è il frutto più recente della hybris antropologica, la natura un coefficiente sempre ancora da plasmare, e infine da proteggere (da coloro che la proteggono).
La razionalità tende a non porsi limiti, a ritenersi responsabile unica del bios; eppure basterebbe analiticamente sondarne i recessi per trovarla a sé fallibile. Ma ancor più che fallibile: parziale. Di parte, insomma. La ragione non è specchio assoluto, non è organo capace di purificare ogni accidentale in formula eterna e assoluta; al contrario, è piuttosto l’organo capace di mutare ogni formula eterna e insondabile in scaturigine di prevedibile accidente. La ragione è lo strumento del dominio d’una specie vivente, che prende parte esclusivamente per sé, sull’Essere. La ragione è un metodo di funzionamento, e di fronte all’oggetto del proprio agire, un mero pretesto. Pura propaganda.
Le ragioni della disarmonia uomo/natura sono da rintracciarsi nell’ipertrofia del software del primo. A questo finisce per sfuggire la sua qualità di puro strumento: lo si preferisce piuttosto credere consustanziale al linguaggio dell’universo. A Galileo la natura appariva scritta in termini matematici. Non “interpretabile” anche con lo strumento matematico, ma proprio scritta nello stesso linguaggio con cui un essere umano scrive sul proprio inostensibile diario segreto fissazioni, paure e desiderio di autosoppressione. Dal canto suo la religione poneva (e pone) a creatore assoluto un’immagine e somiglianza dell’uomo, come a dire: è tutto per voi, potete farne ciò che preferite, che è (data l’omogeneità con Colui che tutto sa e prevede) l’unica cosa giusta.

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La verità (semmai una ve ne sia) è che la faccenda vita parte da basi molto meno concilianti, più selvatiche e casuali. Ogni nascita ripete la tragedia d’un essere troppo più potente di quanto i campi di applicazione di tale potenza possano sopportare la guerra che egli porta loro. L’uomo costruisce, è faber, e se decostruisce è solo per costruire macchine ancora più potenti, o adeguate a nuove forme di potenza. Il riposo (da se stesso) gli serve perlopiù per ricaricare le batterie in vista di un nuovo sforzo mirato a superare il proprio limite.
In sintesi: l’uomo ha sostituito sé stesso alla natura, passando per la tappa intermedia di avere sostituito se stesso a Dio, che già era immagine d’uomo potenziata. Ciò che l’uomo primitivo scorgeva nei cicli naturali, l’uomo contemporaneo lo scorge nei cicli umani. Lo stesso coefficiente d’ostilità, di pericolo, che un tempo era delle carestie e delle alluvioni oggi lo ritrova nelle pianificazioni del mercato neoliberista. L’uomo non ha assoggettato la natura per emendarla da ciò che d’essa ha patito come crudeltà e indifferenza, bensì per mutare in interessi di parte ciò ch’era danno comune. De-potenziare l’umano oggi avrebbe lo scopo di manomettere una strumentalità ipertrofica e ipercinetica, e allentare la presa di una propaganda “di specie” vieppiù forsennata. Noi non siamo costretti ad aderire all’uomo.
Forse ancora, non esiste alcun piano generale d’uomo. Se esiste un unico sentiero evolutivo, sarà meglio prendere la via del bosco e prender parte per sé, piuttosto che per una specie lanciata verso il proprio globale annientamento materiale e spirituale.

L’autore di queste righe, finito di vergarle, si tolse la vita.
Oppure, provò a riappropriarsi dell’arte. Provò ad auscultare, dietro l’omniavvolgente brusio della macchina spettacolare, la presenza di un piccolo esercito di esseri dediti all’invisibile. Se per giungere “nelle case di tutti gli italiani” occorre aver sempre disconosciuto la Bellezza, o – e sono i mendaci più pericolosi – averla disconosciuta, occorrerà disertare i luoghi troppo illuminati e avvelenati da chiacchiere che sembrano libere e non lo sono. Ricercare la sconfitta sociale, l’isolamento, lo sperpero, il gesto fine a sé, una qualche forma di idiotismo.
O essere consapevoli dell’impostura di ogni centralità, nel cosmo come nel mondo delle classifiche musicali.

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I Sea Urchins risalterebbero, sotto la penna di chi giudica sub specie della trionfale genialità artistica, come dei perfetti imbelli, vacui strimpellatori votati irreversibilmente all’oblio.
Sono ragioni fondamentali, ammettiamolo; qui nella fattispecie le ragioni per cui li amo.
Attraverso un’adolescenza magnificamente tradotta in suoni essi lasciano giungere a noi la dolorosa sincerità di chi altro scopo non detiene che non quello di purgar l’anima dall’immane peso d’esser qualcosa o qualcuno. Chitarrine distorte, batteria semplice semplice, basso essenziale, tastierina atmosferica e una voce che piagnucola. Quanto basta per non detenere alcun motivo di finire nei taccuini di chi considera la musica l’equivalente di un record sui centro metri, che sposti l’asticella dell’evoluzione antropologica qualche metro più avanti verso il surmenage definitivo.
A noi invece qui può bastare il toccante lirismo di 6 adolescenti (sei persone per questa lagna?) di West Bromwich disposti a mettere a nudo la propria secondarietà in trame melodiche esili e narrazioni umili.
Alla magia, spesso, non serve la complicazione, ma un filo diretto, un modesto varco dalle orecchie al cuore.
“Stardust” è tutto ciò che hanno da regalarci, una manciata di singoli (usciti per la Sarah Records, tumultuosa ex-fucina di magnifici secondari) e le loro b-sides.
Ostinatamente, li ricordiamo.


In copertina: “Stardust” (front cover, Sea Urchins, 1992)

Un pensiero su “Hidden Gems (a cura di Alessandro Calzavara) – 45) Sea Urchins

  1. Caro Alessandro, altro che “non siamo costretti ad aderire all’uomo”, forse l’esistenza dell’individuo è, come scriveva il buon Jacobsen, “quell’eterna caccia a se stesso; quell’eterno girare in tondo, stando ad osservare le proprie orme; quel tuffarsi, in apparenza, nel fiume della vita e invece, in realtà, restar lì seduto, e gettar l’amo, per tirar su: che cosa?”

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