Viola Amarelli: micro-racconti inediti

Ad agosto Carteggi Letterari si prende una pausa e sospende la programmazione ordinaria. Riproporremo post apparsi nel secondo anno di attività. Micro-racconti inediti di Viola Amarelli (pubblicati il 1° febbraio 2015).


di Viola Amarelli

sono molto contenti. era ora che se ne andasse. a cavallo. ne verrà uno peggiore azzarda un gruppetto. i gruppetti sono in genere apocalittici. il signore ha finito il mandato, mandato ai suoi diavoli. ognuno ha i diavoli che si merita. mangiamo. tuberi ed erbe. cotti. il segreto di cenere, custodito da vecchie. il fuoco è per i potenti. non ce ne sono per ora. per fortuna. chi ha voglia di qualcuno che sbraita, schiamazza, e raccoglie le tasse? da sputargli addosso, ma tanto, solo acqua sprecata anche se d’acqua ce n’è ancora tanta. più giù no. dicono che non piova da mesi. da anni. che il cielo sia ormai una coperta riarsa. dicono spesso sciocchezze, però arrivano, a cercare acqua. e i signori spariscono. fuggono, da qualche parte, inventando scuse. per ora c’è acqua. e tuberi, ed erbe. poi si vedrà. dopo. se. caso mai.
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siamo finiti in un sogno. che è un posto strano. a colori, arancioni abiaditi, gialli malandati. manca il cielo ma c‘è un sacco di spazio. ogni tanto compare un animale, tipo topo, tipo criceto, tipo comunque roditore, camminano piano, baffi all’erta, non ci vedono, soprattutto non ci annusano. tu provi a odorare mai il naso non funziona. anosmia. devono essere i fumi che si vedono lontani e sembrano uscire da ciminiere, talmente sono in alto e distanti, o da torri in rovina. sono seccato. è un sogno stupido. neppure un incubo. arriva una motocicletta, sopra un tizio con una divisa grigia e dorata, ma slavata, ci ferma, chiede dove è la strada. ci sta camminando sopra, rispondiamo. grazie, volevo esser sicuro, replica e si allontana. nel sogno si vedono altre strade, ma pochissime persone, appena le incontri, voltano la faccia, forse è il loro modo di salutare. dobbiamo andarcene di qui, dico io, lei ribatte : perché? ho sempre sognato di visitare la cina.
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Fu nel mille, all’incirca. L’odore di fumo. Avvinghiati intorno al focolare. Pelli e lana. Si faceva buio presto. I vecchi dicevano che sarebbe passato. Il buio e il freddo. Bugie. non mi fidavo. I vecchi morivano in fretta, li ammucchiavamo fuori, sotto una grotta, chiudendo coi massi. Puzzava da morire, chiaro, ogni volta che si apriva. Dopo il freddo, il buio, si sarebbe potuto scavare. O scaraventare i corpi in un burrone. Più veloce, per quanto mi riguardava. Fu nel 1.000 all’incirca anche se allora non sapevo se fosse o meno il mille né sarebbe cambiato niente a saperlo. Occorre imparare le cose che servono, il resto è tempo perso. Questo lo diceva il giovane, quando iniziavano le sere di veglie e storie. C’era roba da mangiare. C’era legno. C’era torba. Si poteva fare all’amore. Riscaldarsi, volendo.Il buio e il freddo. C’ero nata. Stavo bene. Lo ricordo. Meglio di molti millenni, prima e dopo-che cosa? Ghiaccio e vento e pioggia e noi vivi.
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ottanta. ottocento. ottomila. ottantamila. 800.000. 8.000.000.ottomiliardi. una crescita esponenziale, accelerata negli ultimi secoli alla faccia di guerre, carestie, epidemie, ormai impotenti a fronteggiare la marea di parti, nascite, fecondazioni, comuni ed allotrie. in tutto questo più eravamo più aumentava l’isolamento, l’insignificanza, l’impossibilità di andare oltre il brandello o, nei casi migliori, la briciola che capitava in sorte. una somma impressionanti di frustrazioni, miserie e rancori. soprattutto rancori, abilmente frullati e diluiti fra gli sfortunati-gli affamati- persino tra i miserabili ricchi, essendoci sempre qualcuno più. più ricco, più sano, più bravo, più famoso. una gigantesca rincorsa sul posto. una rincorsa sul baratro del falso/fasullo quotidianamente riverniciato e venduto al miglior offerente. i gonzi continuano a comprare. ad affollarsi. a soffrire. i gonzi presi all’amo, infiocinati. da chi. da cosa. dai 7.999.999.999 di simili. tautologia degli sciocchi. noi, tutti. sparire. invisibili, sorridere. a tutti.
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Noi, si andava aventi e indietro, senza memoria, senza odio, leggeri. Era bello? Era bello, e come al solito, come accade per le cose belle, non ce ne accorgevamo. Solo passi, leggeri, pianissimo e fermarsi, ogni tanto a un sedile, a un’antenna, nel rottamaio dello sfasciacarrozza che parlava strane lingue, e ci faceva ridere, appendendo radiatori d’annata su un cavo di ferro, un’infilata di mascherine, di catodi e candele a iniezione, lezioni di vecchie anatomie carrozzabili. Carezzevoli. Il momento magico era l’avvio della pressa: sventrate le carcasse, accatastati i motori, i cofani, le guarnizioni, le gomme, insomma il recuperabile in buono, discreto stato, si avviava il mostro. Un boato terribile e via, balle di materiali. Lo sfasciacarrozza si tappava le orecchie, il naso, e infilava un paio di occhiali da saldatore, vecchio pilota d’aviazione, molta scena. Noi trattenevamo il fiato. Poi arrivava il lupo cecoslovacco, probabilmente ceco era anche il padrone, si ammansiva con un pezzo di pane e marmellata, pianissimo, leggere le zampe, si fermava a leccarlo, La lingua andava avanti e indietro, senza memoria, attenta al dolce, allo spessore di pectina acido citrico. Era bello, per il lupo cecoslovacco. O ceco. Cambiano i nomi, i confini, nelle foreste restano pochi lupi, ma quelli- i rimasti- poi, se ne accorgevano?

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