Le parole della fine – a cura di Laura Liberale e Giovanna Zulian – Malati e medici

Malati e medici, di Claude Aveline
(traduzione di Laura Liberale)

“Non sapete dunque che ho entratura con la Morte?” rispose un giorno del 1780 il poeta Dorat agli amici che gli facevano notare la ricercatezza dei suoi abiti. “Non è per malignare, ma costei si fa pregare ancora meno degli altri. Il suo messaggero, vale a dire il mio dottore, mi ha detto che sarebbe venuta a prendermi questo pomeriggio; vedrete che non aspetterò per molto. Ho mantenuto la buona usanza di essere il primo agli appuntamenti.”
Dorat dava prova di uno stile assai migliore nell’agonia che nella gestione dei versi. Ma ciò che ci sorprende qui è la franchezza del “messaggero della morte”. Franchezza un tempo diffusa. Così (nel 1740) per il chirurgo di Federico Guglielmo I, a cui il re domandava di sentirgli il polso. “Ditemi, quanto andrà avanti?” “Ahimè, non molto.” “Non dite ahimè, ma come fate a saperlo.” “Il polso è assente!” “Impossibile”, replicò il re alzando il braccio, “come potrei muovere le dita se il polso fosse assente?”. Ciò nonostante aggiunse: “Signore Gesù, per te io vivo, Signore Gesù per te io muoio. Nella vita e nella morte tu sei il mio giovamento”.
Guglielmo III d’Orange, re d’Inghilterra, venuto a sapere che non si sarebbe rimesso da una caduta da cavallo, aveva chiesto (siamo nel 1702): “Può durare molto?”. E Thomas Arnold, famoso storico, consapevole (nel 1842) della morte imminente che lo avrebbe costretto a lasciare incompiuta la sua Storia di Roma, si limitò a dire: “Ah, molto bene”.
Possiamo immaginare come il medico di Lord Palmerston (nel 1865) dovette informare quest’ultimo del suo stato, considerato che il primo ministro gli rispose con estrema serietà: “Morire, mio caro dottore, è l’ultima cosa che farò!”.
Ecco altre ammirevoli parole di un morente al suo medico, ma non si tratta di un malato: una singolare congiuntura le ha estorte a un personaggio più famoso per rango e prodezza che per profondità intellettuale. Henri, duca di Montmorency, figlioccio di Enrico IV, governatore del Languedoc, maresciallo di Francia, sposò la causa di Gaston d’Orléans contro Richelieu, e marciò su Castelnaudary alla testa di truppe mediocri che l’esercito reale mise rapidamente in fuga. Egli non cercò che di farsi uccidere ma, malgrado diciassette ferite, fu preso vivo. Come tutti i pari di Francia, avrebbe avuto il diritto di comparire davanti al Parlamento di Parigi. Il cardinale lo fece giudicare da quello di Tolosa, che gli era fedele. Henri fu condannato a morte. La corte intera implorò vanamente la grazia. Il 30 ottobre del 1632, giorno dell’esecuzione, il suo dottore venne a medicarlo. Lui si rifiutò dicendo: “È giunta l’ora di guarire tutte le mie ferite con una sola”.
Se la congrega medica si sforza oggi di mantenere nell’illusione i pazienti spacciati, molti di costoro vi vedono un segno di negligenza inopportuna, in particolare gli spiriti inquieti, diffidenti, quelli “a cui non la si fa”, i libellisti, gli umoristi. Alla vigilia della sua morte (nel 1902), Aurélien Scholl si lamentava con un amico di essere curato male. L’amico prese la difesa del medico, che conosceva personalmente. “No”, insistette Scholl, “è un uomo troppo leggero”. L’amico protestò: “Leggero? Suvvia! Non è un motivo valido per prendere allegramente la vita…”. E Scholl: “Sì. Prende allegramente la vita… quella degli altri!”.
Forain, trent’anni dopo, fece una battuta degna delle didascalie esplosive che aveva messo sotto mille, feroci schizzi. I dottori gli certificarono che nessun organo pareva davvero compromesso. “Bene”, disse lui, “muoio guarito”. La battuta è talvolta attribuita a Georges Feydeau, che comunque non è un signor nessuno. Due secoli prima, Alexander Pope, satirico crudele in un corpo deforme, aveva già detto a uno dei suoi visitatori: “Signore, io muoio di cento buoni sintomi”.
Carlo Magno cacciò brutalmente i suoi dottori: “Lasciatemi. Morirò bene senza i vostri rimedi”. (Disse anche, pensando ai suoi due figli, Carlo e Pipino, morti prima di lui: “Pazienza, presto li raggiungerò”.) Cromwell dichiarava: “Ciò che desidero è di andarmene al più presto”. Avendo buone ragioni di temere per la sua salute, fu felice di sentir dire al cappellano che chiunque sia in stato di grazia una volta, lo sarà per sempre. “Allora”, disse, “sono salvo”. Ma aggiunse pure: “La natura può fare più dei medici”, esplicitando dunque ciò in cui non riponeva la propria fiducia, e dando a intendere che non aveva poi tutta quella fretta di andarsene.
David Garrick, primattore inglese del XVIII secolo, non distingueva quasi più niente di quel che aveva intorno. Saputo che la sua stanza era piena di dottori, mormorò due versi di repertorio:

Un altro gli succede, poi un altro ancora.
E l’ultimo imbecille è il benvenuto quanto il primo.

La stessa sfiducia ispirò Samuel Garth (nel 1719), il quale si era già assai beffato dei medici in un’epopea farsesca, a imitazione del Lutrin[1]. Vedendo quelli che lo curavano tener consiglio, Garth disse: “Miei cari signori, lasciatemi morire di morte naturale!”. Preghiera tanto più gustosa in quanto medico egli stesso, medico reale, anzi, fondatore di dispensari, iniziatore della consultazione gratuita e, in quanto tale, bestia nera dei suoi confratelli. Disse un’altra cosa prima di spegnersi: “Parto per il mio viaggio: il grasso è già stato passato sui miei stivali”.
Joseph Lieutaud, primo dottore di Luigi XVI, disse al gruppo di confratelli che (nel 1780) gli suggerivano tutta una serie di rimedi: “Ah! Morirò bene senza!”.
Perché, insomma, muoiono anche i medici; noi, i malati, non ci pensiamo spesso. A meno che non ci piaccia, per dei motivi assai trasparenti, immaginarli terrorizzati dal minimo sintomo, di cui la loro scienza può fin troppo facilmente presumere tutte le possibili complicazioni.
Si ripete volentieri che muoiono in poltrona, non volendo per sé il letto su cui hanno visto morire tanti dei loro pazienti. Sono i primi a contribuire alla diffusione di questa leggenda, se di leggenda si tratta. Quando, nel 1776, scomparve Bordeu, medico assai autorevole e collaboratore dell’Enciclopedia, il confratello Bouvart, che lo invidiava, malgrado i suoi titoli di professore alla Facoltà di Medicina e al Collège de France, al punto di impegnarsi a disonorarlo con i mezzi più ignobili, Bouvart, dicevo, dovette rendergli il seguente omaggio: “Non l’avrei mai detto che fosse morto orizzontalmente”.
Ne potremmo dedurre che i medici che muoiono nel loro letto diano prova di vero coraggio. Fatto sta che il coraggio l’hanno dimostrato ancor meglio con le loro ultime parole.
Nel 1777, Albert de Haller, poeta nonché fisiologo, disse, prendendosi il polso: “Adesso, muoio[2]“. Johann Georg Zimmermann, svizzero come lui, medico di Federico II e di Caterina II, disse ai suoi: “Lasciatemi solo, muoio”. Nessuno deve stupirsene: era celebre anche per un’opera sulla solitudine.
Nel 1882, Darwin− possiamo ben citarlo qui − all’età di settantatré anni, fulgido esempio delle sue teorie sulla sopravvivenza del più adatto e sulla selezione naturale, disse con fermezza: “Non ho la benché minima paura di morire”. Altri hanno perfino provato della contentezza. Nel 1783, il chirurgo inglese William Hunter dichiarò: “Se avessi abbastanza forza per stringere una penna, scriverei com’è facile e piacevole morire”. Sette anni dopo, il medico scozzese William Cullen, che speculò sull’atomo, s’espresse in termini quasi identici. Dei due fratelli del filosofo scozzese Abraham Combe, entrambi medici, quello che morì per primo (nel 1847), Andrew, mormorò: “Felice, felice”. E il secondo, George, famoso frenologo: “Stando a quel che provo in questo momento, direi che sto per morire. E me ne rallegro”.
L’illustre Laënnec (nel 1826) non pensò a se stesso. Uscì da un sonno durato diversi giorni. Dopo aver contemplato il crocifisso, si tolse tutti gli anelli e li posò accuratamente sul comodino. “Fra poco qualcuno dovrebbe comunque rendermi questo servizio. E io non voglio che se ne dia pena.”
Broussais (nel 1838) si limitò a un gesto: si abbassò le palpebre. Gesto straordinario, ma non senza precedenti. Warren Hastings, governatore generale dell’India inglese, grande avventuriero della politica britannica, aveva avvisato la moglie che non si sarebbe mai mostrato a lei nella decadenza della malattia. Giunta la sua ora (nel 1818), si mise sul volto un fazzoletto di batista. Quando gli amici lo scoprirono, era morto. È la fine di messer des Yveteaux, a novant’anni, così come l’ha raccontata Tallemant: “Un’ora prima di morire, camminò su e giù per la stanza e pregò la du Puis (sua moglie − una donna singolare) di chiudergli gli occhi e la bocca, e di mettergli un fazzoletto sul viso all’inizio dell’agonia, perché non vedesse le sue smorfie”.
Altri hanno avuto l’ossessione di servire ancora, di illuminare il loro entourage. Ecco, nel 1890, l’americano George Miller Beard, specializzato in narcotici e ipnotismo: “Dite ai dottori che mi è impossibile annotare i pensieri di un morente. Sarebbe interessante farlo, ma non posso. La mia ora è giunta”. Il dottor Richet, chirurgo ospedaliero, membro dell’Accademia delle Scienze, primo della dinastia dei Richet, tenne al figlio e a un amico, medici anch’essi, un’ultima lezione circa l’evoluzione della sua malattia − morì di una congestione polmonare. Ne descrisse i sintomi via via che si presentavano, e concluse così: “Quando il fenomeno che avete appena constatato si è prodotto, ogni speranza è perduta e la morte non è che una questione di secondi. In effetti, lo vedete, io sto per morire, muoio”.
Elie Metchnikov, premio Nobel a cui si deve la conoscenza della funzione dei fagociti, notando che il suo orologio s’era fermato, sussurrò: “Guarda! È strano che si sia fermato davanti a me.” Sua moglie lo supplicò di non pensare al peggio. “Ma, piccola mia”, le rispose, “perché mi tranquillizzi? Io sono molto calmo, constato semplicemente”. Domandò poi al dottor Salimbeni, che lo curava: “Lei è un amico, mi dica, è la fine?”. Malgrado i dinieghi, aggiunse: “Si ricorda la sua promessa? Sarà lei a farmi l’autopsia. E presti molta attenzione al mio intestino, perché è lì che ho qualcosa adesso”. Morì un istante dopo.
Madame Stodel, una delle prima donne francesi a laurearsi in medicina (discusse la tesi nel 1900), la cui natura eccezionale ho avuto modo di conoscere, raccontò ora per ora la sua agonia a uno dei nipoti, il navigatore Alain Bombard. “Sfortunatamente”, aggiunse, “c’è un breve istante che non potrò descriverti. Ed è quello che ti interessa.”
Che ne dite se chiudo la mia rassegna con Clemenceau? La sua carriera in un altro ambito potrebbe far dimenticare la tesi pubblicata nel 1865 circa La generazione degli elementi anatomici e firmata ‘Dottor Georges Clemenceau, ex internista degli ospedali di Nantes, ex internista provvisorio degli ospedali di Parigi’. Avrebbe potuto aggiungere: ‘Figlio di un medico’. Fu assai legato a coloro che sorvegliavano il suo vecchio cuore aritmico negli ultimi anni, non senza dirigerli a bacchetta come faceva con tutti, proprio come aveva diretto la Francia. Alla fine del 1928, il suo collaboratore, il generale Mordacq, non gli esprimeva che l’augurio “di vederlo tutti gli anni così in salute”. Lui rispose: “Può essere, a patto che i miei dottori mi lascino un po’ tranquillo”. Non sarebbe arrivato alla fine del 1929, anno in cui scrisse Grandezze e miserie di una vittoria. Essendo corsa voce, in ottobre, che fosse molto malato, qualcuno osservò due giorni dopo: “Non sembrate affatto malato”. “Io non sono malato, sono un moribondo che fa il suo dovere”. Il 19 novembre borbottò: “La morte, che rilassamento!”. Il 21, una crisi uremica cominciò a martirizzarlo e lui smise quasi del tutto di parlare. Però la sera successiva (morì il 24) disse: “Mio padre è morto a ottantasette anni, mia madre a ottantatré. Tocca a me!”, (aveva ottantotto anni), “è giunta l’ora. Sto per morire… ma è più dura del previsto. Avrei preferito morire come mia madre, che, nel mettersi a tavola, s’accasciò sulla poltrona. Io, invece, morirò coricato. Spregevole morte…”.
Sempre l’assillo del letto. I due dottori Clemenceau lo proiettarono perfino nella tomba. Poco prima delle sue ultime parole, Clemenceau aveva ordinato: “Portatemi in Vandea e seppellitemi accanto a mio padre, e, come lui, in piedi!”.

[1] Di questa epopea farsesca, Aveline riporta alcuni versi secondo la traduzione di Voltaire, versi che non ho tradotto qui.

[2] “Qualche minuto prima di spirare”, dice un racconto del tempo, “il signor di Voltaire si tastò il polso e fece segno con la testa che era finita”.

In copertina: Il letto di morte, E. Munch.

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