CONSONANZE E DISSONANZE / Nel ventre del grande animale, la scoperta della “Vocazione della balena” (L’Arcolaio, 2015) di Claudio Pagelli

Giunge fino a noi, fra i brandelli delle narrazioni mitico-religiose che ogni tanto ci pregiamo di raccogliere, la storia del profeta Giona, raccolta nel Libro della Bibbia a lui intitolato. Di Giona “la colomba”, figlio di Amittai, si ricorda soprattutto la vicenda nel ventre della balena, o comunque del “grande pesce” – un aneddoto, tuttavia, che è soltanto una delle fasi del suo travaglio e del suo exemplum.
Nel Novecento se ne sono date interpretazioni allegoriche molto importanti, ma assai lontane dalle funzioni della storia biblica: se George Orwell ha scritto Inside the Whale (“Nel ventre della balena”, 1940), recensendo Tropico del Cancro di Henry Miller e sostenendo la sostanziale autonomia delle sfere della letteratura e della politica, ciò gli è valso gli strali di E. P. Thompson e, in tempi più recenti, di Salman Rushdie, che ha inteso invece collocarsi Outside the Whale (“Fuori dalla balena”, 1984) per continuare a promuovere una visione in qualche modo engagée dell’attività letteraria.
Ed è (anche) a questa tradizione che pare ammiccare l’ultima raccolta poetica di Claudio Pagelli, significativamente intitolata La vocazione della balena (L’Arcolaio, 2015). Nel testo che chiude il libro, infatti, Pagelli s’interroga proprio sulla balena e sulla sua vocazione, che sembra essere quella di inghiottire senza sosta il “plancton” che viaggia attraverso alcune delle poesie precedenti – “plancton” del quale abbiamo qui un’ultima figurazione umana piuttosto squallida, completamente alla deriva, forse già sconfitta: l’ombra di granchio del vecchio professore / sbanda un poco sulle scale, nella borsa marrone…
Una costruzione testuale e archi-testuale, quella di Pagelli, che si vorrebbe (anche) allegorica, dunque. Apprendiamo invece dalla prefazione di Guido Oldani che il libro si può considerare un esempio di “realismo terminale”. Categoria proposta dallo stesso Oldani nell’omonimo manifesto, edito per Mursia nel 2010, la definizione di “realismo terminale” intende accomunare tutte quelle opere che rivelano lo stato patologico della società contemporanea, là dove il dato naturale e antropico risulta interamente soggiogato dalle dinamiche dell’industrializzazione. A connotare questa particolare posizione ideologica ed estetica, che in realtà non sembra essere del tutto nuova, sarebbe, in primo luogo, l’uso della cosiddetta “similitudine rovesciata” (non l’artificiale paragonato al naturale, viceversa).
Se Oldani rintraccia questa attitudine in alcune precise circostanze testuali – “occhi di burro”, “stretti come fiammiferi in scatola” – dove l’applicazione della similitudine rovesciata resta, peraltro, un po’ dubbia, non pare essere questo l’unico criterio, né il più importante, per parlare della poesia di Pagelli. Il gusto per la rima interna e alla fine del verso, l’uso evocativo dei tre punti di sospensione, il gioco libero con le forme strofiche tradizionali (come le sette quartine che compongono la sezione “Caffè in 7/4”) segnalano un rapporto ben marcato anche con la tradizione letteraria italiana, portando la lettura verso ben altri sbocchi.
Certamente, però, i riferimenti inclusi nella definizione del “realismo terminale” tornano di grande utilità almeno sul piano tematico-simbolico. Come ha segnalato Daniele Pegorari ne Il fazzoletto di Desdemona (2014), una delle interpretazioni più calzanti delle categorie proposte da Oldani si ritrova nella poesia di Ferruccio Brugnaro, con la sua figurazione imperiosa della fabbrica. Pagelli vi sostituisce l’ufficio, con le sue mediocrità impiegatizie che si trasformano lentamente nei fanoni della balena. Lo aveva già notato, del resto, in nuce Andrea Tarabbia nella prefazione al precedente libro di Pagelli, Papez (L’Arcolaio, 2011):

Prendete la seconda sezione, “Tempi moderni”: c’è il mondo del lavoro descritto per come è, con le sue vergogne e le sue piccinerie; vi si parla di aumenti di stipendio, di mobili da ufficio, del procurarsi il pane: ma anche in questa rappresentazione della monotonia e la difficoltà del quotidiano ci sono una «faccia dritta come un ago nella luce», un «vampiro introverso», un universo «sbilenco». Ci sono immagini potenti, fulminanti, che dicono più di mille racconti.

Immagine che dice di più di mille racconti e anche di qualche tassonomia critica, la balena continua ad essere spinta dalla sua vocazione, incessantemente e imperiosamente, verso di noi.

 

terzo piano

anche milano balla
la rumba del sisma –
nella pancia di mezzogiorno
il vetro oscilla, qualcuno grida
la tipa in fondo la fila
scatta come un topo e se la svigna dalle scale.
il capo, invece, ricurvo
fra i cavilli di un contratto
neppure s’accorge
della scossa del grido del ballo di gruppo…
(roba da poco l’oscillazione del globo
se la clausola si nega all’espulsione
se l’equilibrio è di carta e l’inganno la sola visione)

 

quartina n. 3

una piccola madonna di gesso
ascolta le nostre piccole preghiere
cose minime – battute sul sesso
e su ciò che resta delle preghiere

 

il viaggio del plancton

noi avevamo altri idee, altri progetti
noi non eravamo quello che siamo ora
Andrea Tarabbia

il romanzo di andrea
aperto come una falena di carta
tra le gambe, il treno scivola
sottile sui binari odorosi di maggio
fra campi veloci ed alveari di periferia –
una giovane coppia parla delle colpe della chiesa
mentre marat spolpa i suoi crimini
e il colpo di tosse della vecchia rompe gli argini dell’aria…
è così che si va, nel viaggio dritto alla bovisa
come il plancton in bocca alla balena…

4 pensieri su “CONSONANZE E DISSONANZE / Nel ventre del grande animale, la scoperta della “Vocazione della balena” (L’Arcolaio, 2015) di Claudio Pagelli

  1. Certo che il talento critico del mio giovane autore e collaboratore, che risponde al nome di Mari Lorenzo, è impressionante. Per i riferimenti, la sicurezza del dettato (per chissà ancora quante cose, che neppure immagino!). Non una nota fuori posto, non una. Bravissimo, poi, il Claudio arcolaiuto – con noi della editrice, al secondo libro – il quale, lettore avvertito di ogni genere letterario, dà l’impressione, talvolta, di nutrire la sua cifra in versi, più con le letture narrative che con quelle poetiche.
    Grazie ai redattori carissimi di questo spazio virtuale. I carteggi sono ormai una realtà ferma e professionale. Amati amici (Natàlia, Gianluca, Daniela, Enrico, Diego, Giampaolo e altri…), grazie di cuore! Vostro Gianfranco.

  2. Tenevo a ringraziare Carteggi Letterari per lo spazio dedicato alla “Vocazione” e a Lorenzo Mari, per la raffinata recensione. Un commento, quello di Lorenzo, assai vigile e competente – capace anche di aprire nuovi orizzonti all’interpretazione della silloge.
    Un caro saluto e un abbraccio
    Claudio

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