Come ossigeno che sfugge dall’argilla. Recensione a Illegali vene di Alfonso Lentini

di Diego Conticello

Leggendo questo minuscolo libriccino di Alfonso Lentini, Illegali vene (Eureka Edizioni, Corato 2014), stampato pour les amis in sole cento copie, si ha la medesima sensazione – quasi tattile – di avere a che fare con le sue ormai celebri “poesie oggettuali”, in cui il ‘corpo/libro’ viene dapprima all’apparenza distrutto/destrutturato per essere poi ri-composto in accezioni generanti metafore più vive e pregnanti delle testuali, in cui la modalità visiva viene a sconvolgere – coinvolgere lo spettatore con maggiore immediatezza e risolutezza.

Ora la prospettiva viene ribaltata ed è il ‘testo’ a farsi, a diventare ‘corpo’ nel tentativo di “scrivere” l’autore stesso per, quasi in maniera sacrificale, comunicarne il vissuto, rifletterne gli spasmi in un dettato strutturato per rime interne, assonanze e sinestesie delineante un inceppamento, una rizomia specchio della contorsione di realia sempre sfuggenti eppure difficoltosi a elaborarsi.

scrivimi in fermo immagine

usa l’acqua salata

per bagnare la pagina

e cancella. Scampata

alla luce, al macello,

a voci crocifisse,

l’impronta del cerchio permane

ora solo permane

l’eclisse

In controluce, il paesaggio dolomitico nel quale vive l’autore diviene emblema di questa difficoltà della parola a farsi portato effettivo del messaggio che risolva le contraddizioni e le antinomie di un’esistenza frastagliata e, a tratti, incomprensibile:

da questi luminosi ghiacci

squamati dal sole

dai graffi che tracci

su lastre

a picco fra le gole

da incastri di voli,

il difficile lago

di parole

E’ da notare il debito di Alfonso Lentini, in termini di lessico e costruzione, nei confronti della poesia ‘segnica’ di Bartolo Cattafi, maestro indiscusso per alcune generazioni posteriori alla neoavanguardista e sperimentale in cui si è formato il nostro, pur talvolta non in aperta consonanza con essa: «[…] solo un segnale, un indizio/ fra questo ammassamento di ferrami/ catrame chiodi viti macchie d’uovo…», o ancora «[…] lo zodiaco circonflesso della mano».

Dice bene Eugenio Lucrezi, nella prefazione a questo volumetto, quando definisce questa poesia «non post umana […] ma tardo-umana, e perciò esattamente contemporanea e realistica in modo acutamente doloroso». Lo si evince da alcuni versi che paiono configurare un excursus sugli ipertesti, sui supporti post-moderni su cui scrivere, tracciare, segnare in modo quasi ossessivo il proprio passaggio, l’esistere nel mondo, ma con quel rinnovato senso del dolore che accomuna un’umanità, quale sembra configurarsi la nostra, già per certi aspetti post-umana:

nel display brilla solo

mezza palpebra, un’unghia

un dettaglio di neve:

allora dimmi

dimmi dei rami esclusi dalla foto

della parte mancante

raccontami dei tagli alle montagne

dimmi di questo moto provvisorio

intorno al vuoto:

la caduta simultanea delle mani

in questo dilatato parlatorio

di ospedale, caserma, aeronave

Ma il sangue, le “illegali vene” di questa invischiata umanità non paiono tuttavia ancora ancorabili ad alcuna legge/legame e fluiscono a “creare” ritmo scaturente dal lavorio sui versi («l’ossigeno che sfugge dall’argilla» col particolare uso figurale delle sinestesie che ne consegue), in una preghiera laica, sofferta ma ineludibile, innalzata alla poesia, alla scrittura stessa affinché ‘comunichi’ l’autore, sottolinei e riproponga-rifletta il proprio corpo, le inquietudini che lo soffocano, appena prima della definitiva marcescenza (di una morale, dell’esistenza stessa?).

avrai camicie d’aria

stivali risuonanti suoni ciechi

l’ossigeno che sfugge dall’argilla

ti offrirà un suo sollievo

avrai illegali vene

e un nome sullo sfondo

un cubo trasparente che contiene

l’incertezza del mondo

***

Alfonso Lentini (poeta e artista visivo). Nato in Sicilia, a Favara (AG), nel 1951. Laureato in filosofia, si è formato nel clima delle neoavanguardie del secondo Novecento. Dalla fine degli anni Settanta vive fra le Dolomiti, a Belluno, dove ha insegnato letteratura italiana e storia.

La sua attività spazia dalle arti visive alla scrittura, spingendosi anche nei territori della poesia. Nelle sue numerose mostre e installazioni tenute in Italia e all’estero, propone opere basate sulla valorizzazione della parola nella sua dimensione materiale e gestuale.

Insieme ad Aurelio Fort, è autore del progetto artistico internazionale “Resistere per Ri/esistere” culminato il 25 aprile 2013 con un’installazione urbana per le piazze e le vie del centro storico di Belluno.

Ha svolto esperienze artistiche e di scrittura presso Centri di Salute Mentale.

Opere: L’arrivo dello spirito (con Carola Susani, 1991), La chiave dell’incanto (1997), Mio minimo oceano di croci (Anterem, 2000), Piccolo inventario degli specchi (2003), Un bellunese di Patagonia (2004), Cento madri (2009) e Luminosa signora, lettera veneziana d’amore e d’eresia (2011). In e-book ha pubblicato due raccolte poetiche: Il morso delle cose (2012) e L’uccisione del fuoco (2014).

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