Toulet, sortilegio lontano (I), di Gesualdo Bufalino

di Daniela Pericone

Copertina Toulet Le Controrime

Paul-Jean Toulet, Le Controrime, a cura di Gesualdo Bufalino, Sellerio editore, 1981

Copertina: incisione di Edo Janich

Il 1981 è un anno importante per Gesualdo Bufalino, viene pubblicato da Sellerio il suo primo romanzo e capolavoro, Diceria dell’untore. È anche l’anno in cui lo stesso editore dà alle stampe un lavoro cui Bufalino lungamente si è dedicato, la sua raffinata traduzione delle Controrimes di Paul-Jean Toulet (1867-1920). Una edizione di pregio (in copertina campeggia una incisione di Edo Janich) che fa conoscere al lettore italiano una delle opere più brillanti (pubblicata postuma nel 1921) dello scrittore francese, noto come il principale rappresentante della poesia fantaisiste del primo novecento.

Qui riportiamo una prima parte dell’introduzione di Bufalino alle Controrime, ch’egli considera gli elaboratissimi e fulminei capolavori di Paul-Jean Toulet.

Toulet, sortilegio lontano

di Gesualdo Bufalino

Una sensibilità ombrosa e disposta a ferirsi (“Au fond je suis une nature délicate; et qui me voudrait peindre, il lui faudrait me mettre une sensitive à la main”, in una lettera a J. Casanova, nel 1908); un’acuzie facile della mente , sparsa a vuoto ogni sera in manciate d’impertinenza e charme sul marmo dei tavolini, al caffè, o sotto la cupola di un paralume, in un salotto alla moda; una sommaria filosofia del piacere, imparata sulle alcaiche oraziane, però inacidita da un gusto elettivo per la perdizione e lo strazio… No, decisamente il personaggio Toulet non propone, a prima vista, che una mistura piuttosto usata di sentimento e cinismo, “un grand fond de tendresse sous les algues de l’ironie”, se vogliamo ripetere parole sue. Si aggiunga – sul proscenio di una Francia “début de siècle”, dove già squillano i corni di caccia degli Alcools, e con ben altra densità intellettuale Gide e Proust si apparecchiano a testimoniare i repentagli della coscienza – una paura, o chiamiamola diffidenza del nuovo, che non gli consiglia scorrerie fuori del chiuso fortino della norma letteraria, mentre minaccia di inclinarlo, in politica, verso simulacri, medaglie, similori della Rive Droite, non senza qualche sospetto di connivenza  con gli spiriti antidreyfusardi di un Maurras, di un Lèon Daudet. Insomma ce n’è quanto basta per crocifiggere Toulet allo stereotipo di petit maître dell’effimero: figura di gaudente d’annata e di conservatore poco illuminato, a cui andrebbe soltanto dato merito di una morte intelligente, subito dopo Versaglia, in tempo per risparmiarsi Breton, Cèline, Caligari… Se non ci fossero, così moderne e nostre, le Contrerimes. Dalle quali, detratte le superflue che si possono appena assolvere come granelli di grazie boulevardière o cammei di nitore neoclassico, si sprigiona abbastanza spesso, in grembo a misteriosi silenzi, un allarme, una curva di musica, un’implorazione senza risposta, ma tuttavia confidente, come certe ineffabili complicità promesse da uno sguardo. Sono soffi di cuore; schegge avare di piano sillabate fra due attese, sull’esempio dei Préludes del suo Debussy, e a cui risponde da lontano un odore e colore violetto di luminarie che marciscono, di giovinezze sepolte, con la bocca piena di terra:

Un Arlequin caduc pleure. Est-il las de vivre?
Va, nous dormirons tous. Mais les lits, sont plus bas.

Oppure:

Le vie est plus vaine une image
que l’ombre sur le mur…

Oppure:

Quoi, plus de larmes, ni d’avoir
personne qui vous plaigne…
Tout bas, comme d’un flanc qui saigne,
Il s’est mis a pleuvoir.

 

Qui, come nel più dei casi, è l’intonazione che conta, questo mettere una sordina d’ombra all’emozione, e bendarla con gesti teneri e gravi, esorcizzando ogni volta, infallibilmente, il punto geometrico della pena e della memoria. E può darsi che siano, queste, parole troppo partecipi, ma è per restituire una più veridica anagrafe a un poeta, di cui, troppo sovente, per una miope assimilazione agli amici “fantaisistes”, si è voluto accreditare soprattutto il versante humoresque, le agrodolci jongleries; di un poeta che, confessando nella lettera sopracitata le sue ambizioni d’autore, le mortificava, lui per primo, dietro le insegne di modelli non tutti venerabili: “Je me suis remis à faire des vers. Je ne pense m’avancer trop en assurant que Moréas n’en a jamais fait des pareils. Me croiras-tu si j’ajoute que j’y parle d’amour comme Ronsard ou Paul le Silentiaire?”. Ecco, a noi piace credere, contro di lui, che Toulet sia qualcosa di più che un epigrammista o un prezioso epigono della Pléiade. Specie se nella sua poesia privilegiamo, com’è giusto, la zona d’indeterminazione, il luogo vago dove si genera, fra mille belle peripezie della sintassi, l’incantesimo della voce: quella malinconia esitante e interrogativa. D’accordo: si tratta di uno spazio poetico ridottissimo, di una minima monade dove si respira a fatica. Tuttavia Toulet vi si muove con agio estremo, non rinunziando, anzi, a moltiplicare attorno a sé le muraglie e i chiavistelli, tanto è sicuro di far coincidere, nella povertà premeditata del suo fiato, reticenza e abbandono, salvezza e schiavitù.

Così si spiega (anche in una scelta metrica può svelarsi, talora, un rimosso che ritorna) l’invenzione della controrima, componimento di esigua perfezione, le cui barriere di cristallo attraversa però il guizzo di un inatteso sconcerto: il baciarsi, nella desinenza, di due versi di lunghezza ineguale. Come a voler preservare un germe di contraddizione all’interno di un’impeccabile ingegneria, merletto di Burano o veliero in bottiglia che sia. In effetti, per tutto il resto, la poesia di Toulet rifiuta ogni deroga e sgarro, bensì si compiace dell’ordine, dell’obbedienza; a dispetto degli zelatori dello scialo sollecita la parsimonia; contro le soluzioni dell’opera aperta (Dada è alle porte) ripropone la sua magra claustrofilia. Sono testi che si richiudono su se stessi e si bastano, come chiocciole o cofanetti. Né per questo si negano alle lacrime o al sorriso, dal momento che il segreto di Toulet sta proprio qui: nel gesto con cui flette la voluta sinuosa di una vibrazione dell’anima entro il perentorio carcere di una forma. E sarà per il suo stretto torace di poitrinaire, certo egli non resiste allo sforzo prolungato, agli orizzonti senza confini. Dacché, abbandonati i cieli oceanici e pirenaici, s’è dovuto assuefare alle mansarde e ai garnis cittadini, mai si sente così sicuro, come quando può chiudersi tra le quattro mura di una quartina o di una camera, con un soffitto basso sul capo, e una porta dietro le spalle. Solo o con una donna; solo o con un ricordo. Disattento, senza rimedio, ai contagi dell’epoca e alle febbri collettive.

Marx voleva trasformare il mondo, Rimbaud cambiare la vita: lui, le monotonie della storia lo stancano. E ripete, convinto e deluso:

Rien ne change. Le même lys tu le respires
qu’autrefois Cléopâtre, – et le même baiser.

Meglio, allora, col capo curvo sul leggìo, lasciare che la Sommossa si sfoghi contro i vetri; o comporre acrostici indolenti, mentre i barbari salgono le scale; o dipingere un vaso con sottile pennello, come “le Chinois au coeur limpide e fin”. Questo ha appreso sulle pagine dei maestri recenti, Baudelaire, e Verlaine, e Mallarmé, letti, va da sé, con occhi legittimisti. Dando, in definitiva, ragione alla sentenza di Valery (rubiamo a P. O. Walzer la citazione): “A chaque terrrible époque humaine, on a toujours vu un monsieur assis dans un coin, qui soignait son écriture et enfilait des perles”.

Con un po’ meno di sordità innocente, e un po’ più di malizia, è questa la sua condizione di fronte al turbine che matura e deflagra sulle fiducie del secolo; e così egli attraversa i venticinque anni che precedono Sarajevo, deglutendo senza accorgersene Nietzsche, Ibsen, Tolstoi, Bergson, Freud; alla crisi delle certezze borghesi, al brulichìo di eruzioni che è facile origliare sotto la cute dell’Europa, opponendo appena un sorriso di renitente ironia. Condividesse almeno, se non le paure, gli entusiasmi dei suoi contemporanei; lo eccitassero un poco i nuovissimi ritrovati della tecnica e della scienza. E invece si limita a compiere su di essi, come Proust sui telefoni e le telefoniste, un’operazione di colto travestimento, assumendoli senza residui nell’olimpo dei miti e delle biblioteche. Per cui, ad esempio, ignaro che presto sapranno compiere il miracolo della Marna, chiama i taxautos a testimoni di un commiato d’amore, non altrimenti che Meleagro, nell’Antologia Palatina, lampade e stelle.

Altrove è il recente orgoglio della Terza Repubblica, la Torre Eiffel, a subire l’ingiuria di una riduzione sarcastica; mentre lo stesso già divampante conflitto mondiale non sa ispirargli che una goliardica facezia epistolare (quando consiglia al figlioccio soldato di tagliare i bottoni della brache dei tedeschi prigionieri, per evitare che scappino).

Disimpegno, dunque: la storia fra parentesi; l’Hic et Nunc eluso o addirittura irriso a favore di un qualsivoglia Altrove; la fuga come vizio solitario da coltivare assiduamente nella pagina e nella vita. Verso l’Ellade antica e l’Estremo Oriente; verso l’isola mauriziana o le felici valli e riviere basche. E si tratterà, nel primo caso, di un’adesione a modelli di rispettabile letteratura (la scuola neolatina di Moréas, con tutti i suoi precedenti e seguenti e connessi: i Poèmes antiques, e i Trophées, e le Chansons de Bilitis, e la Prière sur l’Acropole; e si pensi al linguaggio falsomerico del Bloch prustiano…) ovvero di un corrivo abbandono a una voga (il Giappone dei De Goncourt, la Cina di Judith Gautier; Hokusai, e tanta geisheria da operetta; più un pizzico di Loti). Tutti svaghi di rapida fatuità. Mentre l’evasione nell’ieri privato ci porta di colpo nel cuore della più spontanea ispirazione tulettiana: la sua minore, ma non perciò meno dolorosa e toccante recherche.

A questo punto, anche senza osar giocare l’arrogante carta di un confronto, si sarebbe invogliati a pronunziare una volta di più il nome di Proust. I due, si sa, non si amavano. Ma quanto spesso i loro destini si sfiorano, in che misura si rassomigliano. Comune la reclusione coatta in una stanza, con accanto un comodino ingombro di medicine e di libri; comuni molti amici (e tra essi Jean de Tinan e Louis de la Salle, compagni di Marcel nei giochi agli Champs Élisées e di Paul-Jean, più tardi, nelle redazioni e nei bar); comune la morte precoce, con le bozze dell’opera (irrisorio fascicolo o saga fluviale) sparse sulle lenzuola. E ancora, in entrambi, l’incontentabilità di fronte alla pagina scritta; e una permalosa squisitezza dei nervi; e il dono di saper carezzare con dita leggere le cicatrici degli anni… […]

(I parte)

I

Avril, dont l’odeur nous augure
Le renaissant plaisir,
Tu découvres de mon désir
La secrète figure.

Ah, verse le myrte à Myrtil,
L’iris à Desdémone:
Pour moi d’une rose anémone
S’ouvre le noir pistil.

*
Fiato d’aprile, al cui presago annunzio
rinverdisce il piacere,
tu la sembianza del mio desiderio,
misteriosa, denunzi.

Ah, versa pure il tuo mirto a Mirtillo,
e l’iris a Desdemona:
per me si schiuda d’un rosato anemone
il luttuoso pistillo.

***
II

Toi qu’empourprait l’âtre d’hiver
Comme une rouge nue
Où déjà te dessinait nue
L’arôme de ta chair;

Ni vous, dont l’image ancienne
Captive encor mon cœur,
Île voilée, ombres en fleurs,
Nuit océanienne;

Non plus ton parfum, violier
Sous la main qui t’arrose,
Ne valent la brûlante rose
Que midi fait plier.

*
Né tu al camino, fatta tutta porpora
come infiammata nube
onde spirava a disegnarti nuda
l’aroma del tuo corpo;

né voi che sempre m’avete sedotto,
vecchie immagini, il cuore:
isola avvolta di veli, ombre in fiore,
oceanica notte;

né, violaciocca, l’olezzo che spieghi,
se ti bagnano un poco;
no, nulla vale la rosa di fuoco
che al meriggio si piega.

***
III

Iris, à son brillant mouchoir,
De sept feux illumine
La molle averse qui chemine,
Harmonieuse à choir.

Ah, sur les roses de l’été,
Sois la mouvante robe,
Molle averse, qui me dérobe
Leur aride beauté.

Et vous, dont le rire joyeux
M’a caché tant d’alarmes,
Puissé-je voir enfin des larmes
Monter jusqu’à vos yeux.

*
Iride dalla sciarpa luminosa
di sette fuochi accende
la molle pioggia che dai cieli scende
con movenze armoniose.

Ah, sii sopra le rose dell’estate
un flessuoso velo,
molle di pioggia, che tutta me ne celi
la bruciata beltà.

E tu che, a schermo di tue ansie, tante
liete risa mi scocchi,
ch’io veda infine inumidirti gli occhi
una stilla di pianto.

***
IV

Ces roses pour moi destinées
Par le choix de sa main,
Aux premiers feux du lendemain,
Elles étaient fanées.

Avec les heures, un à un,
Dans la vasque de cuivre,
Leur calice tinte et délivre
Une âme à leur parfum

Liée, entre tant, ô Ménesse,
Qu’à travers vos ébats,
J’écoute résonner tout bas
Le glas de ma jeunesse.

*
Queste rose che lei m’ha destinate,
scelte dalle sue mani,
eccole, ai primi fuochi del domani,
di subito appassite.

Batton l’ore e ogni calice, a vicenda,
nella cuprea vaschetta
vibra e libera un’anima che aspetta,
ai loro effluvi avvinta.

Mentre, o Menesse, fra i vostri bagordi,
la giovinezza mia
par che mi dica a bassa voce addio
in quei funebri accordi.

***
V

Dans le lit vaste et dévasté
J’ouvre les yeux près d’elle;
Je l’effleure: un songe infidèle
L’embrasse à mon côté.

Une lueur tranchante et mince
Échancre mon plafond.
Très loin, sur le pavé profond,
J’entends un seau qui grince…

*
Nell’ampio devastato canapè
apro gli occhi, le sfioro
il fianco: un sogno, un sogno traditore
l’abbraccia, accanto a me.

Un raggio aguzzo e minimo recide
il soffitto a metà.
Sul selciato profondo odo, chissà
dove, un secchio che stride…

***
VI

Il pleuvait. Les tristes étoiles
Semblaient pleurer d’ennui.
Comme une épée, à la minuit,
Tu sautas hors des toiles.

“Minuit! Trouverai-je une auto,
Par ce temps ? Et le pire,
C’est mon mari. Que va-t-il dire,
Lui qui rentre si tôt?”.

“Et s’il vous voyait sans chemise,
Vous, toute sa moitié?”.
“Ne jouez donc pas la pitié.
“Pourquoi?… Doublons la mise”.

*
Pioveva. S’eran le stele ridotte
a pianger d’uggia, sole;
come uno stocco, fuor delle lenzuola
balzasti, a mezzanotte.

“Già mezzanotte! Trovarla, con questo
tempaccio, una vettura!
E che dirà mio marito, che pure
rincasa così presto?”.

“E se vedesse qui nuda a quest’ora
la sua diletta sposa?”.
“Non stare a farmi ora il finto pietoso”.
“Ma va’… Su, un colpo ancora…”.

***
IX
Nocturne

Ô mer, toi que je sens frémir
À travers la nuit creuse,
Comme le sein d’une amoureuse
Qui ne peut pas dormir;

Le vent lourd frappe la falaise…
Quoi! si le chant moqueur
D’une sirène est dans mon cœur —
Ô cœur, divin malaise.

Quoi, plus de larmes, ni d’avoir
Personne qui vous plaigne…
Tout bas, comme d’un flanc qui saigne,
Il s’est mis à pleuvoir.

*
Notturno

O mare, di cui odo il batticuore
per la tenebra informe,
come seno di donna che non dorme
per travaglio d’amore…

Un vento sordo la scogliera assale…
Come, se in cuor mi stride
un canto di sirena e mi deride…
Cuore, divino male.

Come, più niente lacrime, mai più
per me pietà né pena…
Piano, come da un fianco che si svena,
la pioggia cade giù.

***
X
Fô a dit…

«Ce tapis que nous tissons comme
Le ver dans son linceul
Dont on ne voit que l’envers seul
C’est le destin de l’homme.

Mais peut-être qu’à d’autres yeux,
L’autre côté déploie
Le rêve, et les fleurs, et la joie
D’un dessin merveilleux.»

Tel Fô, que l’or noir des tisanes
Enivre, ou bien ses vers,
Chante, et s’en va tout de travers
Entre deux courtisanes.

*
Fo ha detto…

“Questo tappeto che tessiamo come
il suo sudario un bruco,
e di cui par solo il rovescio luca,
è il destino dell’uomo.

Eppure forse ad altri occhi risplende,
sull’altro lato a noi
vietato, il sogno e il verziere e la gioia
d’un disegno stupendo…”.

Ebbro d’un nero oro di tisane
come di versi, Fo
così canta e di sguincio se ne va,
stretto a due cortigiane.

***
XII
Le Garno

L’hiver bat la vitre et le toit.
Il fait bon dans la chambre,
À part cette sale odeur d’ambre
Et de plaisir. Mais toi,

Les roses naissent sur ta face
Quand tu ris près du feu…
Ce soir tu me diras adieu,
Ombre, que l’ombre efface.

*
Camera mobiliata

Batte l’inverno sul vetro e sul tetto.
Si sta bene qui chiusi,
non fosse questo tanfo di zibetto
e di piacere. Tu,

quante ti nascono rose sul volto,
se ridi accanto al fuoco…
Sarà stasera per l’ultima volta,
ombra che l’ombra acceca.


Paul-Jean Toulet nacque a Pau nel 1867. Di origine creola, trascorse l’infanzia in varie località pirenaiche e la prima giovinezza tra Pau, Baiona e Bordeaux. Nel 1985 si ricongiunse al padre nell’isola Maurice, dove soggiornò vari anni conducendo una vita dissipata tra alcol e droghe. Dopo lunghi viaggi nel 1898 si stabilì a Parigi, dove divenne noto come collaboratore de “La Vie parisienne”, con racconti brillanti e cronache mondane. Scrisse romanzi e racconti, tra i quali: Il signor de Paur, uomo pubblico (Monsieur du Paur, homme public, 1898), Il matrimonio di don Qujote (Le mariage de don Quichotte, 1901) e La mia amica Nane (Mon amie Nane, 1905); in poesia le Controrime (Les Contrerimes, post. 1921) e i Versi inediti (Vers inédits, post. 1936). Morì per una emorragia cerebrale a Guéthary nel 1920.

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