Uno dei più gravi depistaggi della storia italiana

Le indagini sull’omicidio del giudice Paolo Borsellino furono uno dei più grandi depistaggi della storia italiana. Il fratello di Borsellino, Salvatore, lo denuncia da 20 anni. LG

“Soggetti inseriti negli apparati dello Stato” indussero Vincenzo Scarantino a rendere false dichiarazioni sulla strage che uccise il procuratore aggiunto Paolo Borsellino e i poliziotti della scorta. “È uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana”, accusano i giudici della corte d’assise di Caltanissetta, che ieri hanno depositato le motivazioni della sentenza del processo Borsellino quater: 1.856 pagine, dodici capitoli, un lavoro minuzioso di ricostruzione firmato dal presidente Antonio Balsamo e dal giudice a latere Janos Barlotti, che rappresenta una tappa importante nel difficile percorso di ricerca della verità, perché fissa in maniera chiara i misteri ancora irrisolti e indica una strada per proseguire le indagini.

Indagini che puntano al cuore dello Stato. Scrive la corte: “È lecito interrogarsi sulle finalità realmente perseguite dai soggetti, inseriti negli apparati dello Stato, che si resero protagonisti di tale disegno criminoso, con specifico riferimento ad alcuni elementi”. Gli uomini dello Stato chiamati in causa sono alcuni investigatori del gruppo Falcone e Borsellino guidati dall’allora capo della squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera: dovevano scoprire i responsabili delle bombe, invece costruirono a tavolino alcuni falsi pentiti. La corte non crede per ansia di giustizia e di risultato. No.
 Vennero suggerite a Scarantino “un insieme di circostanze del tutto corrispondenti al vero”. Il furto della 126 rubata mediante la rottura del bloccasterzo è la verità che ha poi raccontato nel 2008 il pentito Gaspare Spatuzza. Come facevano i suggeritori a sapere la storia della 126? “È del tutto logico ritenere — scrivono ora i giudici — che tali circostanze siano state suggerite a Scarantino da altri soggetti, i quali, a loro volta, le avevano apprese da ulteriori fonti rimaste occulte”. Chi ispirò i suggeritori? La corte ricorda che il 13 agosto 1992, il centro Sisde (il servizio segreto civile) di Palermo, comunicò alla sede centrale che “la locale polizia aveva acquisito significativi elementi sull’autobomba”. E ancora la corte rileva “l’iniziativa decisamente irrituale” dell’allora procuratore di Caltanissetta Tinebra di chiedere la collaborazione nelle indagini di Bruno Contrada, all’epoca numero tre del Sisde, poi arrestato per mafia dai pm di Palermo nel dicembre del 1992. “Una richiesta di collaborazione decisamente irrituale — ribadisce la sentenza — perché Contrada non rivestiva la qualifica di ufficiale di polizia giudiziaria”. Tanta “rapidità nel chiedere la collaborazione di Contrada già il giorno immediatamente successivo alla strage — scrivono ancora i giudici — a cui fece seguito la mancata audizione del dottore Borsellino nel periodo dei 57 giorni” che gli rimasero da vivere. E col Sisde collaborava anche il capo della Mobile La Barbera, pure questo ricorda la sentenza. E viene scritto, per la prima volta: c’è un “collegamento tra il depistaggio dell’indagine e l’occultamento dell’agenda rossa di Borsellino”. Perché per i giudici La Barbera è anche “intensamente coinvolto nella sparizione dell’agenda, come è evidenziato dalla sua reazione, connotata da una inaudita aggressività, nei confronti di Lucia Borsellino, impegnata in una coraggiosa opera di ricerca della verità sulla morte del padre”.

Da qui

http://palermo.repubblica.it/cronaca/2018/07/01/news/strage_borsellino_fu_un_depistaggio_di_stato_i_falsi_pentiti_e_l_agenda_rossa_un_solo_mistero_-200488485/

“Non c’é stata mai una vera volontà di combattere la mafia migliorando e portando avanti quei provvedimenti legislativi che erano nati proprio grazie al lavoro di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. Tutto questo non c’è mai stato, non c’è stata mai una volontà corale dei governi che si sono succeduti dalla fine della guerra a oggi di combattere veramente la mafia”. E’ quanto ha detto il fratello del giudice Paolo Borsellino, Salvatore Borsellino ai microfoni di Sky TG24 rispondendo alla domanda se ci sia stata negli anni, e oggi con l’attuale Governo, la giusta attenzione alla lotta alla mafia.

E alla domanda su cosa chieda a questo governo, Borsellino ha risposto: “Due parole, verità e giustizia. Sono cambiate tante cose in quest’ultima tornata elettorale, ci sono tanti giovani e io dei giovani mi fido e spero che riescano a cambiare tante cose. Anche perché tanti di questi giovani io li ho incontrati nei meetup”.

“Quando all’inizio, 20 anni fa – prosegue Salvatore Borsellino – andavo in giro per l’Italia a parlare di verità e giustizia, erano solo loro a invitarmi, Luigi Di Maio era stato uno di quei ragazzini, veri e propri ragazzini, che mi avevano invitato a Pomigliano d’Arco per parlare di verità e giustizia”.

Di Maio è un interlocutore del Governo oggi in questo senso? “Sì – ha proseguito Borsellino – io sicuramente spero che sia un mio interlocutore, come spero che sia un mio interlocutore quella Giulia Sarti che era stata anche lei un’attivista delle Agende Rosse e che oggi è presidente della commissione Giustizia alla Camera, quindi tante cose sono cambiate e tante spero che ancora cambino”.

Da adnkronos

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