Il libro sul cinema di Marco Tullio Giordana

Presentazione al Salone Internazionale del Libro di Torino 2018: L. Franco (direttore editoriale Rubbettino), C. Uva (direttore collana cinema), A. Paparcone, M.T. Giordana, M. Olivieri.
Presentazione al Salone Internazionale del Libro di Torino 2018: L. Franco (direttoe editoriale Rubbettino), C. Uva (direttore collana cinema), A. Paparcone, M.T. Giordana, M. Olivieri.

Marco Olivieri Anna Paparcone

 

Marco Tullio Giordana

Una poetica civile in forma di cinema

Rubbettino

Anno: 2017

Collana: Cinema diretta da Christian Uva

 

In copertina fotografia di Angelo R. Turetta.

 

Premessa

 

Il cinema di Marco Tullio Giordana esplora i nodi irrisolti di un Paese, l’Italia, condannato all’incompiutezza. Il suo è uno sguardo partecipe su una realtà politica, morale e civile che stenta a trovare una dimensione comunitaria condivisa. Come osserva Roberto De Gaetano, la «vicinanza alla vita» da parte degli italiani «è foriera di un sentimento scettico nei confronti della dimensione sociale e civile dello stare insieme, sentita come distante e illusoria»[1].

Contro questo scetticismo Giordana ingaggia una battaglia appassionata. Ad alimentarne l’ispirazione è un rapporto costante con la storia, la letteratura, la poesia, il melodramma e la musica, ma anche la ricerca drammatica dei padri e la sensibilità delle madri, lo slancio ideale della gioventù e l’irrisolutezza dei rapporti umani, in primis quelli familiari. Emerge una dialettica continua che mette in gioco cultura e sentimento, vita interiore e mondo sociale, con un punto di vista analitico sull’interiorità e le sue contraddizioni.

Al centro delle sue riflessioni, troviamo quindi singole personalità ribelli al conformismo, dotate di virtù civica e in lotta contro il particulare, talvolta isolate e preda dei propri demoni interiori. Figure spesso destinate a soccombere.

Nel suo primo film, Maledetti vi amerò, il regista milanese racconta non senza amara ironia la generazione reduce dal Sessantotto e immersa in un periodo, la fine degli anni Settanta, segnato dal fallimento, complici il nichilismo terrorista e le sirene vuote del cosiddetto riflusso. Il viaggio nell’Italia paralizzata da una crisi d’identità tanto profonda quanto non elaborata e dalla fine di ogni rapporto delle grandi ideologie con la realtà continua con La caduta degli angeli ribelli, film nel quale lotta armata, amore, pulsioni di morte e osservazione della realtà si fondono in chiave melodrammatica.

Un’altra ferita nazionale, come la strage di tifosi juventini nello stadio Heysel a Bruxelles, e ancora la perdita della figura paterna, la spinta rabbiosa alla vendetta, il dolore e la disperazione ispirano Appuntamento a Liverpool. Gli elementi psicoanalitici nell’episodio La neve sul fuoco (all’interno del film La domenica specialmente) e soprattutto l’emergere potente, nei titoli successivi, della centralità – letteraria, politica e culturale – della figura di Pier Paolo Pasolini aiutano a indagare sulla filmografia di Giordana, senza trincerarsi dietro le stanche etichette del cinema politico.

Il racconto cinematografico di un’Italia che a volte soccombe a causa dei suoi troppi misteri è accompagnato da una visione introspettiva, dove lo sguardo sui lati oscuri del vivere si combina con le componenti civili e politiche presenti nelle storie messe in scena. La miscela narrativa si sviluppa attraverso una costruzione, a livello di sceneggiatura, che attinge alla tradizione: prima di tutto i maestri italiani del neorealismo e gli autori inquieti (come Bernardo Bertolucci e Marco Bellocchio) degli anni Sessanta e Settanta. E, nello stesso tempo, si mette in evidenza un linguaggio che induce a riflettere sui meccanismi del montaggio, del colore e dell’autenticità recitativa.

I film della maturità espressiva – Pasolini, un delitto italiano, I cento passi, La meglio gioventù –vedono in primo piano il confronto con un immaginario politico, sentimentale ed esistenziale segnato da momenti chiave della storia italiana. Così Giordana rielabora un patrimonio simbolico, presente nella Sinistra italiana ma non solo, grazie a un linguaggio cinematografico colto e popolare al tempo stesso. Tra le righe, si lascia intuire allo spettatore che cosa sarebbe potuta diventare l’Italia se avesse saputo, come nazione e identità collettiva, ascoltare la voce di Pier Paolo Pasolini e comprendere fino in fondo il significato del suo delitto. La tendenza a esplorare le zone d’ombra e le questioni nazionali irrisolte, senza perdere l’attenzione alle componenti intime che muovono l’animo umano, contraddistingue il regista e i suoi sceneggiatori.

Nei film I cento passi e La meglio gioventù, la rielaborazione creativa di un patrimonio simbolico collettivo trova negli anni Settanta uno scenario ideale. L’autore si muove al confine tra ricostruzioni storiche, verità da sottrarre all’oblio, valorizzazione dei modelli musicali e di cultura popolare (capaci di coinvolgere più generazioni) e il racconto collettivo delle illusioni perdute. In questa combinazione di elementi, il tema della memoria, individuale e collettiva, e i rapporti familiari risultano predominanti. Ponendo in primo piano letteratura e  psicoanalisi, si dà così risalto ai moventi inconsci che animano tematiche sia universali, sia legate al contesto storico e sociale.

Mafia, terrorismo, connivenze e deviazioni – ma anche le speranze giovanili post ’68, le intuizioni innovative di Franco Basaglia e il coraggio e l’intelligenza di Peppino Impastato – costituiscono un insieme narrativo nel quale l’estetica filmica e l’attenzione alle verità esistenziali offrono nuove chiavi interpretative dello scenario italiano. Nel frattempo, il lavoro con gli attori si affina sempre di più e, in generale, si evolve lo stile filmico di Giordana. La sua riflessione sul cinema (ad esempio con l’omaggio a Le mani sulla città di Francesco Rosi nel film I cento passi) appare più esplicita, mentre La meglio gioventù rappresenta anche un modello di racconto televisivo. Da Notti e nebbie a Lea, il rapporto del regista con il piccolo schermo appare infatti di rilievo,  nell’ottica di stimolare alla riflessione un pubblico vasto e di mettere in connessione  linguaggi differenti.

In Quando sei nato non puoi più nasconderti, invece, Giordana affronta da una nuova prospettiva le ferite aperte della società italiana, soffermandosi sull’immigrazione, sui limiti culturali e sulle contraddizioni di un Occidente incapace di affrontare in modo adeguato l’emergenza umanitaria, giuridica e civile. Subito dopo, con Sanguepazzo, ci si immerge nell’esistenza dissoluta dei divi del fascismo Osvaldo Valenti e Luisa Ferida. Uno scenario dominato dalla Repubblica di Salò e dalla guerra partigiana. Pezzi di storia densi di ambiguità e dal fascino perverso, spesso rimossi da una realtà nazionale che tende a rifiutare ciò che appare sgradevole e non pacificato. Qui il regista torna a confrontarsi con la grande storia (dal fascismo alla guerra civile) e i dilemmi delle singole coscienze, come aveva già fatto anni prima in Notti e nebbie, suscitando interrogativi su figure ed eventi del passato che meritano di essere sottratti alla dimenticanza per comprendere al meglio l’oggi.

Ancora la storia, sepolta nelle macerie del cinismo di Stato e della menzogna, ispira Romanzo di una strage: Giordana combatte contro un fallimento della memoria che accomuna più generazioni, nella consapevolezza che l’oblio sia il peggiore nemico di ogni maturazione civile e politica. È impossibile comprendere l’attuale situazione nazionale se non si esplora il passato e le mancate risposte ai delitti e alle stragi, suggeriscono regista e sceneggiatori.

Come nel precedente I cento passi, uno sguardo contemporaneo, con un’analisi parallela di struttura familiare e organizzazione criminale, prevale in Lea, in prima serata su Rai Uno. Una storia d’ingiustizia e orrore che pone al centro della narrazione il femminile e il rapporto madre-figlia.

Il cinema di Giordana racconta dunque, con la cinepresa attenta sia ai risvolti privati sia ai cambiamenti della società, la tensione verso una verità storica difficile da cogliere, sempre fonte di angosce e dolori, ma la cui ricerca è fondamentale. La lezione di Gramsci e Gobetti si combina con la poetica pasoliniana e con la rabbia civile e politica del regista in un cinema che mostra e mette in gioco rimozioni, desideri di rinascita e aneliti a una bellezza forse perduta per sempre. Una bellezza concepita come elemento di resistenza a un degrado sociale (la mafia) e antropologico/culturale (I cento passi), o come richiamo al mistero e al fascino di una natura che si impone e rimane come sfondo esistenziale dell’avventura umana, in un quadro di ricambi generazionali e nuove speranze (La meglio gioventù). L’ispirazione di Giordana è rivolta a cogliere l’anima più autentica di paesaggi, luoghi e personaggi, secondo la propria visione.

In linea con le caratteristiche del mezzo cinematografico, il regista anticipa tensioni e sentimenti del proprio tempo: dall’assenza di giustizia e la sensazione di impunità su Pasolini e sulle stragi alla difficoltà a trovare un approccio storico equilibrato, non revisionista ma nemmeno reticente, su fascismo e Resistenza.

Una simile concezione del mondo e del cinema, in relazione allo spirito della nazione, si coglie in diversi momenti del cinema di Giordana. Così questo libro intende sviscerare tematiche ed elementi artistici che investono il suo linguaggio filmico. In primis, il rapporto con i padri cinematografici, da Luchino Visconti a Francesco Rosi[2], e lo scambio con la letteratura, con la storia e con una visione politica e sociale che non si afferma mai a discapito dell’interiorità dei personaggi. Una visione che matura in un contesto dove la provvisoria armonia e l’inevitabile conflitto che separa individuo e dimensione collettiva diventano una chiave interpretativa.

Nella sua filmografia, oltre all’impronta pasoliniana, affiora a più riprese il fantasma di Aldo Moro, vera e propria «icona sacrificale degli «anni di piombo», come scrive Christian Uva[3]. Quest’ultimo individua in “Piazza Fontana” e nel “caso Moro” «i due termini, a quo e ad quem, tra cui racchiudere la narrazione di una delle stagioni più difficili della storia repubblicana».  Questi momenti sono considerati come «tòpoi nei quali si sintetizza la complessità di tale periodo storico interpretato da tutta una linea di esempi filmici in termini di romanzo». Si pensi a Romanzo criminale (Michele Placido, 2005) e Romanzo di una strage, ma anche a La meglio gioventù[4]. Giordana, come molti che si avventurano nell’arena della realtà, è continuamente alle prese con una rete di possibilità e con un processo di ricerca dagli esiti indefiniti.

È in un simile humus che si incentra molto del cinema di Giordana, con l’obiettivo di decifrare, interpretare, capire e trasmettere allo spettatore i propri dubbi e i possibili passi in avanti verso la verità, mai assoluta, di un fatto, di un documento, di una situazione.

In questo quadro, il viaggio monografico comincia con un’analisi del periodo degli esordi, nella società italiana degli anni Ottanta (capitolo I), per poi proseguire in funzione del racconto dell’ispirazione pasoliniana (capitolo II) e dell’attitudine a creare un immaginario, nel quale riflessi esistenziali e storici si fondono in uno sguardo appassionato sugli anni Settanta (capitolo III).

Il percorso continua per affinità tematiche, più che per cronologia, con i fantasmi (ancora oggi incombenti nella realtà nazionale) della guerra civile, dopo la caduta del fascismo, e della già citata ferita di Piazza Fontana, che conclude e inquina gli anni Sessanta (capitolo IV). Se il passato non termina di provocare effetti, a causa di una mancata elaborazione, l’oggi vede il tema della centralità della persona come componente necessaria per valorizzare la complessità della condizione umana e la capacità di non assuefarsi all’ingiustizia (capitolo V).

Il titolo del volume richiama sia l’eredità pasoliniana, sia alcune caratteristiche fondamentali della filmografia di Giordana: dalla componente civile alla passione per la poesia e al costante lavoro sulla forma cinematografica, come base per un approfondimento che si sviluppa lungo tutto il libro.

 

Marco Olivieri Anna Paparcone

 

 

[1] R. De Gaetano, Introduzione. Il cinema senza uniforme, in Id. (a cura di), Lessico del cinema italiano. Forme di rappresentazione e forme di vita, I vol., Mimesis, Milano – Udine 2014, p. 9. Scrive De Gaetano: «Nella tradizione italiana non sono in gioco sentimenti generici e plurali, c’è qualcosa di più decisivo, c’è un sentimento della vita che comprende tutti gli altri, e crea uno scarto con la società e con la storia. Questo lo aveva compreso un autore decisivo della (contro)modernità italiana, Giacomo Leopardi, che sostiene con chiarezza che la distanza degli italiani dai costumi di una società civile, di una «società stretta», corrisponde ad una vicinanza massima alla vita, al suo fluire indifferenziato, rispetto al quale emerge il carattere limitato e finito dell’esistenza umana», ibidem. Per una sintesi e un approfondimento conclusivi degli argomenti sviscerati in tre volumi: F. Casetti, Postfazione. Le parole per dirlo, in R. De Gaetano (a cura di), Lessico del cinema italiano. Forme di rappresentazione e forme di vita, Mimesis, Milano – Udine 2016, III vol., pp. 473-481.

 

 

[2] In un’intervista, Francesco Rosi afferma di passare il testimone a «Giordana, a Martone, a Sorrentino, a Roberto Andò», V. Cappelli, Tutti in piedi per Rosi. «Tra i miei eredi Sorrentino e Martone», «Corriere della Sera», 1 settembre 2012, p. 59.

[3] C. Uva, Storia, in R. De Gaetano (a cura di), Lessico del cinema italiano, III vol., cit., p. 217.

[4] Ivi, pp. 218-219.

 

Gli autori

Giornalista e dottore di ricerca, Marco Olivieri è autore del libro La memoria degli altri. Il cinema di Roberto Andò (Kaplan 2013 e 2017). Sul tema è intervenuto in varie conferenze nazionali e internazionali e ha intervistato il regista per Cinema e Storia 2016 (Rubbettino), oltre a curare il volume Le confessioni (Skira 2016). Collabora con «la Repubblica» – edizione di Palermo, è direttore responsabile del sito http://www.carteggiletterari.it e ha scritto saggi per la casa editrice Leo S. Olschki e articoli per il «venerdì di Repubblica», «Ciak» e «Doppiozero».

Anna Paparcone insegna presso la Bucknell University (USA). Ha scritto sul cinema di Pasolini, Rosi, Giordana, Garrone, Pif e Quatriglio. Tra i suoi saggi, Un mosaico di verità per «una storia sbagliata». Il caso Pasolini secondo Marco Tullio Giordana e Aurelio Grimaldi (in Strane storie, Rubbettino, 2012) e Beyond Politics: The Cinema of Marco Tullio Giordana (in Italian Political Cinema, Peter Lang, 2016).

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