Catalunya, n. 4 – o come si tiene in carcere il leader del primo partito

  1. IL SILENZIO DELL’EUROPA

Come riporta l’Ansa settimana scorsa, 25 parlamentari europei hanno chiesto all’Ue “di rompere il silenzio” e “compiere un gesto di responsabilità, premendo per un dialogo affinché si trovi una soluzione politica pacifica” per la Catalogna. Tra i firmatari della “piattaforma di dialogo Ue-Catalogna” vi sono gli italiani David Borrelli (M5S), Eleonora Forenza , e Barbara Spinelli, entrambe della Sinistra unitari (Gue/Ngl). “Il gruppo, aperto alla firma di altri colleghi”, come ha spiegato Spinelli, chiede “di mettere in campo misure per assicurare il pieno rispetto, promozione e garanzia dei diritti umani entro le frontiere dell’Unione europea”. Il gruppo chiede “il rilascio dei politici e leader catalani che si trovano in carcere e l’annullamento dell’articolo 155, con cui è stato commissariato il governo catalano”, sollecita le “istituzioni europee a mediare nel conflitto, che ha una chiara dimensione europea”, e “insiste sulla “necessità di un accordo negoziato tra Spagna e Catalogna, che si concluda con un referendum concordato”.

I 25 eurodeputati hanno inoltre inviato una lettera sia all’attuale presidente del Parlamento Antonio Tajani, che al precedente Martin Schulz, in cui chiedono di prendere posizione per il rilascio “dei prigionieri politici catalani” affinché la Catalogna “possa esprimere liberamente e democraticamente la propria volontà alle prossime elezioni”.

Tajani e Schulz hanno scelto il silenzio. L’Europa mette la testa sotto la sabbia, come un cammello. A distanza di circa una settimana da questo appello, Oriol Junqueras, leader del primo partito in Catalogna, resta in carcere. Secondo il giudice potrebbe essere recidivo.

2. IL GIUDICE SCARCERA I MINISTRI CATALANI DESTITUITI, TRANNE QUELLO DELL’INTERNO. E TIENE IN CARCERE ORIOL JUNQUERAS.

C’è da chiedersi cosa avverrebbe in Italia se un giudice, dopo un mese di carcerazione preventiva, continuasse a tenere in carcere il leader di uno dei più importanti partiti politici per atti pubblici che ha compiuto alla luce del sole e nonostante questi si sia consegnato spontaneamente e abbia fatto di tutto per collaborare con la giustizia. Il caso di cui sto parlando è quello di Oriol Junqueras, leader di ERC, primo partito in Catalogna. Questo “pericoloso criminale” passerà le elezioni in carcere. Il suo nome è il primo della lista che otterrà la maggioranza relativa alle elezioni del 21 dicembre. Su di lui pendono accuse fino a 30 anni.

Secondo l’incredibile motivazione che ha addotto il giudice, Junqueras potrebbe reiterare il reato, e questo potrebbe provocare esplosioni di violenza. Junqueras ha dichiarato che non intende più fare dichiarazioni di indipendenza unilaterale: questa posizione, condivisa da Puigdemont, costituisce la nuova linea politica del fronte indipendentista. Eppure il giudice lo tiene in carcere per il rischio di reiterazione del reato. Inoltre, in Catalogna, nonostante decine di cortei e manifestazioni, nonostante gli arresti e gli abusi di violenza della polizia per impedire il referendum, non si è mai verificata alcune esplosione di violenza nel campo indipendentista. E’ quindi del tutto pretestuoso poter motivare la carcerazione con l’accusa che gli atti di Junqueras potrebbero provocare esplosioni violente. Sembra una beffa, dato che sono stati gli atti repressivi decisi dal governo, e quelli giudiziari, con le loro accuse del tutto sproporzionate, che hanno rischiato di portare la Catalogna alla violenza, ma per fortuna sia la classe politica sia la società civile catalana hanno sempre reagito in modo esemplare, democratico e pacifico.

Il Tribunale supremo spagnolo ha deciso di mantenere in detenzione anche i ‘due Jordi’, Sanchez e Cixart. Sono stati invece rimessi in libertà sei dei sette ex ‘ministri’ detenuti, grazie al pagamento di una cauzione di 100mila euro e al ritiro dei passaporti.

Quanto meno, c’è da segnalare che Podemos e En Comù hanno definito “assolutamente ingiusta” la decisione del tribunale supremo spagnolo di mantenere in carcere l’ex vicepresidente Oriol Junuqeras e gli altri leader indipendentisti detenuti.

Nel frattempo, a Bruxelles si sta decidendo sull’estradizione di Carles Puigdemont. Qualche opinionista nei giorni scorsi ha fatto notare che se pochi giorni prima delle elezioni Puigdemont tornasse a Barcellona, si facesse vedere dalla folla davanti al Parlamento catalano, e fosse pronto a farsi arrestare (andando a fare compagnia a Junqueras), forse il fronte indipendentista otterrebbe quella scena mediatica che gli consentirebbe di vincere le elezioni (al momento indipendentisti e unionisti sono alla pari con il 46%, stando agli ultimi sondaggi).

3. MAI SENTITO PARLARE NEI PRIMI TITOLI DELLE ELEZIONI CORSE PRIMA DI IERI. IL VENTO DELL’AUTONOMIA SOFFIA DALLA CATALOGNA ALLA CORSICA

In Corsica il fronte autonomista ha preso il 45%, salendo nettamente nei consensi. Era già il partito di maggioranza relativa, ma ora si avvicina alla maggioranza assoluta, raddoppiando i suoi consensi. La coalizione si chiama “Pe’ a Corsica” ed è guidata da  Gilles Simeoni (autonomista) e Jean-Guy Talamoni (separatista). Dopo il ballottaggio si formerà un’Asssemblea regionale formata da 63 rappresentanti, che sostituirà i due dipartimenti in cui è stata finora divisa l’isola.

In seconda posizione c’è la lista di Jean-Martin Mondoloni (destra regionalista) con il 15%, al terzo posto è arrivata la lista dei Repubblicani “Voir plus grand pour elle” di Valérie Bozzi (12,77%), mentre il candidato del partito del presidente francese Emmanuel Macron, La République en marche, Jean-Charles Orsucci, è arrivato quarto con l’11,26 per cento dei voti. Grande sconfitta per Macron, che perde nelle roccaforti repubblicane. Altre liste indipendentiste non hanno superato lo sbarramento del 7%.

In Corsica, i vincitori ci tengono a dire che non cercano l’indipendenza come in Catalogna (ma siamo sicuri che il referendum e le dichiarazioni del Parlamento catalano non fossero moneta di scambio per contrattare l’autonomia fiscale? Del resto Puigdemont chiese al governo di sedersi a un tavolo dopo il referendum). Cercano lo statuto speciale, e ora potranno negoziarlo con Parigi forti di un maggiore potere e riconoscimento.

Ma sono davvero convinti i corsi di Pe’ a Corsica che il caso Catalogna non abbia portato loro vari punti percentuale?

 

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