I luoghi e le scritture (rubrica di Antonio Devicienti): Maria Clelia Cardona, Penelope, l’altra Odissea

Ho qui tra le mani un altro bel libro della Casa editrice Coup d’Idée di Torino: Di fiato e di fuoco di Maria Clelia Cardona, libro che conferma quanto coerentemente Enrica Dorna scelga e si dedichi a un modo di scrivere poesia che non indulge a mode, né a correnti, né a richieste di mercato – ogni autore del catalogo possiede una personalità marcata e percorre un itinerario di scrittura autonomo e originale.
Nel caso presente il mito (quello di Ulisse e Penelope, ma dirò presto quanto complesso e interessante sia il risultato conseguito dalla poetessa) nutre, costruisce e risolve l’intero libro (esile all’apparenza – i testi in versi occupano un totale di circa 30 pagine – ma denso e stimolante).
Con bellissima espressione Giovanni Tesio, autore della postfazione, definisce il presente un “libro poetico (a due ante)” – e in effetti l’opera si articola in una prima e in una seconda parte (Penelope – il poema del non ritorno e Il riso di Hermes) che, traverso la voce monologante di Penelope, restituiscono l’estrema complessità di una visione che potremmo definire “femminile” del mito odissiaco, ma non vorrei correre il rischio di semplificare o di ridurre a etichette appiccicaticce un’opera che, invece, ha nella problematizzazione e nella complessità due punti-cardine.
Affidandosi a una lingua limpida e a un ritmo caratterizzato dai numerosi, spesso molto marcati enjambement, Cardona si distanzia dal proprio io oggettivando tramite la voce e la psicologia di Penelope una serie di tematiche che, è evidente, la toccano come donna e come autrice – e in tal modo la poetessa evita il cliché e le trappole della cosiddetta scrittura “femminile” o “al femminile” (evito di discettare qui sulla validità o meno di tali definizioni), immergendosi nel mito come armata di una consapevolezza culturale e antropologica che, a mio modo di vedere, costituisce uno degli aspetti più convincenti del libro.

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Leggiamo allora il primo testo per entrare meglio nel libro:

Parti di nuovo?

Bruciavo bacche di mirto per la dea dell’amore.
Mi rallegrava una tunica rossa e una cintura ricamata,
annodavo i capelli con astuzia, cantavo
il canto della non ragione. Credevo l’amore
libero ormai dal desiderio una storia
pronta a rinascere dalla sua fine
in una trama diversa.
La tua pelle scurita dal sole, la mia
sbiancata dall’insonnia, per entrambi la voce
ricordava lo stridìo dei corvi marini.

Niente restava di quei giovani che eravamo,
come quel tempo fosse di altri.
Ci guardavamo alieni, senza vederci,
e le parole impallidivano esangui.
Disattivi gli antichi gesti d’amore, era, il nostro,
un amore invecchiato, se pure solidale,
come invecchia la vite, solidale al tronco
dell’olmo.

Seduto su di uno scoglio invocavi il dio del mare –
a volte ci salva l’aiuto dei nemici, dicevi –
non conclusa con lui la partita.
Hai visto la mia ombra allungarsi al tuo
fianco – non hai girato il capo.
Parti di nuovo? ti ho chiesto.
(pag. 11)

Se la melancolia della voce monologante e la sua lucida capacità di descrivere eventi e moti dell’animo può far pensare al Ritsos dei recitativi di Quarta dimensione (e un’eco del poeta di Monemvasià si lascia udire nel corso di tutto il volumetto), è evidente che il lavoro di Cardona continua un’antichissima tradizione di rilettura e di variationes all’Odissea, con la decisa assunzione del punto di vista femminile, anzi: è il Femminile che si rivolge al Maschile, che spiega e dispiega sé stesso in rapporto e in contrapposizione al Maschile e, vedremo, non solo in termini psicologici, ma anche culturali e storici (già vi accennavo, ma lo ribadisco, perché è qui che il libro si fa moderno e originale); l’amore dei tardi anni, Leitmotiv del testo, è luogo d’una nuova partenza, inizio d’una nuova “trama” (la tela di Penelope è metafora spesso sottesa e sottintesa in questo libro), dal momento che il ritorno di Odisseo e la sua vendetta sono già avvenuti, il re d’Itaca vuole rimettersi per mare ed è da qui che prende avvio il lavoro di Maria Clelia Cardona, ma basta leggere un po’ oltre ed ecco la distanza tra moglie e marito, tra Femminile e Maschile esprimersi in termini concettuali, non soltanto psicologici:

La vista innamorata

Scivola occulto il tempo, serpe sottomarina,
mentre per noi si affaccendano i giorni
come disciplinati marinai
a governare la navicella.

Ma vedi: quella rotta di sirene e incantatrici,
e la vista innamorata di chi ha un solo occhio,
è l’aria fervida di quando un dio ci sorprende.
Non ti bastano due occhi, ne vuoi uno solo
e che il mondo tutto vi converga nel sonno
in cui linguettano lemuri per le visioni dei poeti:
è l’inganno che ami, non il conoscere –
è il mare.
(pag.16)

Penelope ribalta così, d’un colpo, secoli di tradizione che, inventando l’Ulissismo, avevano identificato l’eroe con la sua presupposta sete di conoscenza, mentre il mare si fa qui metafora dell’inganno, e conoscenza è, per rovesciamento della vulgata, il restare a casa della donna (non in attesa, direi, ma intessendo pensieri, parole, canti: un’intera civiltà, come vedremo); infatti:

La conventicola degli infiniti

Nel piccolo infinito della casa quali confini
la parola, quali il pensiero?
Nascosti infiniti si annidano nella stanza,
occhieggiano nel profumo del gelsomino,
si aggirano nella polvere, nella discarica dei ricordi,
nei ceci messi a bollire: li sento
fra di noi come ospiti spaesati e
gentili. La conventicola degli infiniti dilata
ogni nostro dominio. Nel viaggiare per mare,
invece, sei sempre fermo,
e in te chiuso –
non lo vedi?
Prigioniero di un infinito che in te trova
principio e fine.
(pag. 18)

 

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E poi, splendidamente detto:

La foca monaca

Tu nei tuoi mari popolati di irascibili dei,
ninfe solitarie smaniose d’amore, maghe
allucinogene, infere larve – tu, stregato
dal canto assassino delle sirene,
non sei approdato mai nei miei pensieri
a cercarvi quella monaca foca tessitrice di parole
che in fondo io sono.
Avresti ascoltato il rimare – are are are – del mare,
così vicino nelle sue carezze alla mia grotta
e così inaccessibile –
nasce da lì la tela del poema di cui
ogni tua avventura vive.

Ma l’attesa rende pesanti: sono anfibia di mente, sono animale
di terra e di mare, che è come dire
ovunque straniera, ovunque presente.

Poiché è nostra legge il disfare segreto
questo poema dovrà celebrare il tuo
non ritorno.
(pag. 19)

Νόστος? e, invece, trattasi di un “non-ritorno” e Odisseo è al centro d’una tela/trama narrativa ordita e disfatta, poi di nuovo ordita e ancora disfatta da Penelope, “monaca foca tessitrice di parole”, essere che reca nel corpo e nella mente la giunzione tra animale e umano (non si dimentichi che la Focide, la regione di Delfi, trae il proprio nome dall’eroe eponimo Foco che assunse le sembianze di foca, congiungendo così il culto della Terra con quello del Mare) – e Penelope si definisce “anfibia di mente / (…) / ovunque straniera, ovunque presente”; il Femminile accoglie allora in sé, sembra affermare Maria Clelia Cardona, l’istintivo e il razionale, il reale e l’immaginato, la presenza e l’assenza, in una conciliazione degli opposti che, però, non è mai definitiva, né pacificatrice, né tanto meno semplificatoria e consolatoria: proprio la complessità e il non banale (che sanno celarsi, però, sotto le mentite spoglie del quotidiano, del familiare, dell’assodato) caratterizzano la voce monologante, il Femminile che, traverso sé, offre una visione e un’interpretazione del mondo. Penelope è colei che scrive:

(…)
Scrivo per te. Scrivo per te il poema del Non
Ritorno perché non c’è fine al Non Ritorno.
(pag. 20) e si tratta di versi nei quai riconosciamo una ferma coerenza, dal momento che il ciclo dei poemi che narrano i “nóstoi” pone sempre al centro gli eroi, maschi, di ritorno da Troia, mentre il Femminile si definisce nell’universo, enorme e decisivo, del “non ritorno”, della quotidianità ricolma di cura e, come già sappiamo, di molti “infiniti”, consapevole del’assenza e della lontananza dell’eroe, ma, a specchio e per opposizione, l’eroismo è proprio quello delle donne che, rimaste a casa, intessono la trama vivissima dei giorni.

Per altri sogni

La sera siedo ad aspettare la luna, e ti scrivo –
chissà dove, non lo so dove sei. So che non
tornerai un’altra volta per la resa conclusiva,
quando tutto è compiuto si sgretola la casa
disabitata e il mare ripete in rima
che tutto si ripete.
Le parole che ti scrivo prendono il largo
come un’ordinata flottiglia: spero non ti raggiungano,
dovunque tu sia.
Doverti attendere ancora, accarezzando lo
scialle –
ognuno ha la sua parte nel poema e la mia è
sapere obliqui i tuoi sentieri e il mio
rivolto a questa bianca estremità
dove ogni tratto di penna è la tua assenza
e la tua ombra.

Ora stremata,
poiché ho smosso montagne di parole
e di te non un dito – ora smagrita e grama cagna di Ecate,
chiedo farina, non sale, per altri sogni mi addormento
in fondo alle scale.
(pag. 22)

La riflessione di Penelope è la medesima della facitrice di poesia, di colei che adopera la farina delle parole, di colei che sa e comprende (pregnante questo verbo italiano, che significa nel medesimo istante “capire” e “contenere”!) – e accade allora che, nella seconda parte, Penelope (che viene designata anche con gli appellativi di “potnia” e “basilissa”, entrambi attributi regali e divini, si badi) riceva la visita di un mercante straniero dagli occhi chiari di lupo, Hermes e che il “gelido eros” in chiusa alla prima sezione sembri scaldarsi al fuoco di un erotismo alimentato da immagini e da notizie provenienti da una cultura lontana e raffinatissima: è qui che Cardona innesta una novità molto interessante nel mito odissiaco: Odisseo rappresenta la schiatta acheo-micenea portatrice del verbo della violenza conquistatrice e distruttrice, mentre la civiltà cretese, armoniosa e pacifica, è vittima dell’empito violento dei conquistatori e, in questa seconda parte del lavoro, Maria Clelia Cardona fa pensare agli studi di Marija Gimbutas, associando l’idea d’una società matriarcale e pacifica a Penelope, là dove Ulisse incarna il Maschile in quanto portatore dell’impulso distruttivo e guerrafondaio dei popoli indoeuropei. La visita di Hermes “Occhichiaridilupo” presso la sposa di uno degli eroi-guerrieri-conquistatori costituisce il momento nel quale Penelope assume una precisa consapevolezza storica e culturale, portandosi oltre il proprio ruolo di moglie in attesa del ritorno e madre di un figlio, tra l’altro, del tutto assente:

Il vaso e la piovra

(…)
A quel mercante dagli occhi chiari da lupo ho chiesto:
E il mostro mezzo uomo e mezzo toro?
E il palazzo dei gigli?
E il prodigio dei pesci con le ali?
I guerrieri di qui, basilissa, ne hanno fatto
scempio e macerie
come lo sposo tuo con Ilio la bella.
(pag. 29)

 

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La bellezza e l’armonia che vengono distrutte sono anche il Femminile, offeso e depredato, al quale pertiene, però, la parola, vale a dire la capacità di verbalizzare i pensieri e i sentimenti:

L’approdo ignorato

Di te parliamo nelle notti di acque turbolente
e di luna iraconda – noi donne strette accanto
al focolare e Argina stesa nel suo vigile sonno.
Di te ricordiamo l’umana misura costretta
alle intemperie degli eroi.
Di te sparliamo con lingue notturne quando
il rancore sgretola le parole.

Curioso della vita mai entrato nei pertugi
dei filosofi – tu sapiente mai, a tutto infedele,
iroso, mentitore lascivo – un vago amore
a guidarti – era il tuo infinito. Diverso dal nostro
di donne che suonano cembali e parlano
ai serpenti e alle fiere, danzano al suono della cetra
e cantano.
Danzare è degli orsi e delle puttane, dicevi.
Non ti ho mai sentito cantare.

Però a volte piangevi, smarrito per un amore
mai visto – per l’approdo ignorato – quando
giravi lo sguardo.
Tutti noi vivi c’è l’istante in cui
giriamo lo sguardo.
(pag. 32)

La civiltà, sembra affermare Penelope-Cardona, è danza e canto e Odisseo non esisterebbe senza chi l’ha cantato nell’Odissea, poema, nell’interpretazione suggerita qui, femminile, di e per voce femminile – e tale voce esprime, inoltre, l’universo mediterraneo, ché Maria Clelia Cardona lavora con materiali culturali precisi e ben noti, i quali ricevono nel libro lo status di simboli e di rimandi sia al mondo interiore individuale di Penelope, sia al suo ruolo di rappresentante di una comunità e di un’intera cultura: Penelope sta, all’interno del mondo miceneo guerriero e distruttore, tutta tesa verso il mondo minoico, pacifico e armonioso, quasi che, restando nella propria isola e dialogando con Hermes, ella possa far transitare il proprio popolo dalla ferinità in direzione d’una civiltà di bellezza che non ha perduto la propria armonia con la natura; è come se il suo essere donna e sposa del re assente fossero condizioni privilegiate affinché possa ricostituirsi l’armonia infranta, quell’idea concepita da Marija Gimbutas di una civiltà mediterranea matriarcale pacifica e sapiente:

Le ulteriori ruberie

(…)

L’isola mia dei tori e dei gigli era terra
di mostri e maestri – pittori, vasai
allumati nel fulgore dei colori, costruttori
di palazzi sofistici e senza uscita come
la mente umana.
Nessuna muraglia a difendere quei labirinti
abitati da principi dalla vita sottile
assorti nella loro alchimia vegetale
e in testa serpi benigne, piume, eliche lunghe
di capelli.
Fusi insieme l’uomo e la bestia
nel rischio lussurioso degli dei, e dalle pareti
una ragazza riccioluta puntava un occhio
mondano – una mandorla nera – a dire
amara e lasciva e promessa alla sventura
la discendenza di candidi tori e maghe figlie del sole.

Di quei dipinti restano sagome scheletrite
destinate alle ulteriori ruberie del tempo.

E cosa resta di Ilio.

La malasorte ha colpito i vincitori
nelle loro case superbe,
come accade, basilissa.
(pagg. 34 e 35)

Hermes-occhi di lupo è l’unico, vero interlocutore di Penelope, la quale, secondo la famosa definizione di Clarissa Pinkola Estés, potrebbe essere una “donna che corre con i lupi”, colei, cioè, che conosce la propria interiorità e la sa governare, conquistandosi così una libertà inalienabile.

Knossos

 

 

Il giocoliere

Un giocoliere di strada approdato qui
ha lanciato fiaccole accese verso il cielo
e in un cerchio di fiamme ha narrato di voi
cose mai da alcuno ascoltate, fatte
di fiato e di fuoco.
(pag. 39)

Penelope è “Pòtnia Theròn” (“Un’isola di donne e di animali (…) / (…) Capre selvatiche / astiose come filosofi, lepri permalose, / volpi lunatiche, gatti egizi di forma divina, / e cinghiali di rovo che senti grufolare antiche / nenie quando cresce la luna. / È il tuo dominio, basilissa senza sposo.  / Pòtnia Theròn, signora delle fiere e dei serpenti, / impasti farina, stendi candidi panni sul greto, / lecchi ciottoli salati per vederli brillare, / canti con le compagne canti di donne”, pag. 41), signora degli animali, come, con altra ardita e interessante combinazione d’immagini, ci lascia intendere l’autrice:

L’incantatrice di serpenti

Occhichiaridilupo mi ha donato una statuina di donna
che stringe nelle mani due serpenti
e li agita in aria. Ha un gatto sulla testa.
Ti somiglia, basilissa, dice,
anche tu incantatrice dei tuoi serpenti,
piangi con i gatti sotto la luna,
danzi a seno nudo di notte come una dea
senza ricordi, sfidi le nuvole,
minacci gli dei.
(pag. 40)

E continua questo congiungere l’Odissea con le civiltà minoica e micenea:

Massi e maschere

(…)

Il popolo tuo, basilissa, è astuto e predone,
circonda i palazzi di massi non umani,
e pensa la morte come una maschera d’oro.

Ma anche il loro tempo è contato
e già i cantori affinano le storie
da ricordare dietro i loro occhi ciechi.
(pag. 42)

Di fiato e di fuoco è, anche, un libro intorno all’amore (Ma più inabitabile isola è il cuore / che l’alato corteggio di Afrodite abbandona…, testo già citato di pag. 41) e intorno alla fedeltà – concetto complesso pure quest’ultimo, trattandosi di fedeltà alla vita e alla cultura, a un amore e a una persona, ai giorni densi d’infiniti e splendenti di vita in comune, fedeltà che si oppone a morte:

Retrogusto

Viene dall’isola dei tori,
dice Occhichiaridilupo,
quella mela che induce
sogni ed errori,
e seduce e profuma aspra
come aspro è l’amore
che nasconde nel fondo
di un inatteso retrogusto
sua dolcezza.
(pag. 44); e più in là:

(…) / Chi scriverà la fine del tuo poema? / Infinita è la vita, finita è la morte dove nulla  / più accade.  / (…) Vi lega un amore di acqua e di cielo, di tempeste / e naufragi, e attese e pensieri raccolti dalle stelle / come solo agli uccelli e agli dei (da Come Alcione?  pag. 46).

S’avvia a conclusione il libro, sigillato dalla voce di Penelope:

Il riso di Hermes

……………………..Nel salutarmi
agitava il sottile bastone con le due serpi
intrecciate, e rideva con la complicità della luce
e con l’oscurità dei lupi e di chi guida le ombre.

Nessun addio è dovuto a chi resta
impigliato fra le righe di un poema
nei mutevoli casi  e in  un’incerta
non descrivibile fine.
(pag. 47); e, in fine:

(…) e ora mi resta questa musica – / niente che valga più la pena di dirti, / affaccendato come sarai / a ingannare le ombre (da Questa musica, pag. 48).

 

Tutte le immagini che corredano l’articolo sono tratte dalle voci di Wikipedia relative alle civiltà minoica e micenea.

 

 

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