Libere e disobbedienti

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Fumano, bevono, si fanno le canne, sono libere sessualmente e rivendicano una personalità indipendente dalle imposizioni dei maschi: dai padri padroni ai fidanzati ortodossi. Solo che Leila e Salma sono palestinesi, vivono a Tel Aviv e si scontrano con le discriminazioni politiche (accennate) e i diktat familiari di chi, in nome dell’ortodossia, vorrebbe relegarle in un ruolo marginale e soccombente. Opera prima di Maysaloun Hamoud, sceneggiatrice e regista, “Libere disobbedienti innamorate – In between”, frutto di una produzione israeliana e francese e premiato in molte rassegne, da Toronto all’Haifa Film Festival, ha un titolo più evocativo nella versione originale: “Bar Bahr”, ovvero “Tra terra e mare” (in arabo), per indicare una condizione di incertezza e di sospensione tra la tradizione e la tendenza delle nuove generazioni a imitare i modelli occidentali. A riprenderli nello sballo, nella libertà dei costumi e nell’opposizione esistenziale a ogni schema precostituito che costringa a vivere secondo le rigide regole dei padri.

Scritto e diretto in equilibrio fra elementi da commedia e slanci drammatici, il film risente dell’innaturalità del doppiaggio in italiano ma coinvolge lo spettatore grazie alla forza dei personaggi principali: dall’avvocata Leila, con tanto di fidanzato che sembra progressista ma che poi ricade negli schemi dei legami di sangue, alla lesbica Salma, destinata all’ostracismo da parte della famiglia. Ma il personaggio più complesso è quello della tradizionalista Noor, che cerca faticosamente di conciliare lo studio e il legame, in vista del matrimonio, con un fidanzato religioso in modo dogmatico e tendente alla doppiezza, come spesso accade ai fanatici.

L’incontro di Noor con Leila e Salma rende interessante il film e lo scambio e il legame che s’instaurano fra di loro apre la storia a una maggiore complessità. L’interpretazione delle giovani Mouna Hawa (Leila), Sana Jammelieh (Salma) e Shaden Kanboura (Noor) è ricca di freschezza e verità, in linea con la fotografia di Itay Gross.

Da parte sua, la grazia della regista, nell’alternare leggerezza e dramma, evita che “In between” cada nel prevedibile sul piano psicologico. Nulla d’innovativo sul piano del linguaggio filmico e della scrittura ma, quando la macchina da presa riprende con piano fisso le tre giovani donne pensose, sospese tra incognite e amarezze, si coglie qualcosa che rimane.

Marco Olivieri

Dalla rubrica “Visioni” del settimanale 100novepress, 15 giugno 2017.

Immagini fornite dal sito Internet http://www.studiopuntoevirgola.com/presskits.html#libere

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