La resa dei conti

Mentre scrivo si sta aprendo la direzione del Pd, dove Renzi stando a molte fonti stampa potrebbe dimettersi in modo da anticipare il Congresso e chiedere le elezioni anticipate.

Come ho scritto nel mio precedente articolo “Onore a Renzi”, ritengo il comportamento di Renzi ineccepibile sotto il profilo della responsabilità personale. Renzi vuole capire se il partito a maggioranza è con lui: in tal caso spetta a lui dettare la linea. Altrimenti, spetta a lui dimettersi. La linea di Renzi è quella delle elezioni anticipate. Il partito è con lui?

D’altro canto, dal punto di vista della responsabilità rispetto alle istituzioni, è legittimo pensare che Renzi non veda l’ora di tornare a essere candidato premier, e che per far questo sia disposto a far fuori anche Gentiloni (dopo aver già falciato Letta) e a rischiare di rendere l’Italia ingovernabile. Questa accusa di scarsa responsabilità istituzionale a favore del protagonismo personale, poggia su dati oggettivi che potrebbero renderla verosimile.

La minoranza di sinistra, che vorrebbe leader Speranza o Emiliano o Rossi, vuole il Congresso. Ma non lo vuole anticipato. Perché? Per permettere a Gentiloni di arrivare a fine legislatura per il bene dell’Italia? Potrebbe darsi, ma è legittimo pensare che lo facciano per avere tempo per valutare una scissione, come hanno prospettato D’Alema e Bersani.  Oppure per organizzarsi meglio e avere più chance per spodestare Renzi.

Le esigenze di partito, credo, dovrebbero venire dopo le esigenze delle istituzioni. E al momento attuale, sia Renzi sia la sua opposizione interna potrebbero essere accusati di porre la questione di potere dentro il loro partito come prioritaria rispetto al governo dell’Italia.

La linea della minoranza, e di alcuni non renziani, di aspettare la fine legislatura è in continuità con quanto ha sempre fatto il centrosinistra negli ultimi 20 anni: rimandare le elezioni il più possibile, in modo da aspettare la fine naturale della legislatura. Non è un caso che Prodi, Napolitano, D’Alema, Bersani siano tutti d’accordo sul rimandare le elezioni. Questo modo di fare presuppone di non porsi il problema di avere una maggioranza di governo legittimata dalle urne, questione che negli ultimi 20 anni è stata sempre più sentita dagli elettori. Se è vero infatti che l’Italia resta una repubblica parlamentare, dove il capo del governo (Presidente del Consiglio) viene nominato dal Presidente della Repubblica, e dove sono le maggioranze parlamentari, in qualunque modo si formino (non è previsto il vincolo di mandato, come vorrebbero i Cinquestelle), a legittimare un governo, e non il voto popolare, è altrettanto vero che come prassi oramai da molto tempo i partiti si presentano alle elezioni con un loro candidato premier, posto a capo di una coalizione. Passare allegramente da una maggioranza parlamentare ad un’altra (come ha fatto D’Alema prendendo il posto di Prodi, per poi lasciarlo ad Amato) o da un candidato premier ad un altro (da Bersani siamo passati a Letta, poi a Renzi, poi a Gentiloni), di solito non ha raccolto grande consenso popolare, in quanto viene vissuto dalla popolazione come un tirare a campare se non come un restare attaccati alla seggiola per tornaconti economici. Ecco perché, scegliendo questa tattica, il centrosinistra ha sempre fatto vincere Berlusconi o, quando c’era Prodi, ha vinto di stretta misura nonostante i sondaggi lo dessero in grande vantaggio. Berlusconi ha sempre fatto il contrario: chiedere le elezioni sia quando era in difficoltà il governo di centrosinistra sia quando cadeva il suo governo. La linea del Berlusconi di un tempo è ora quella di Renzi: “non sono riuscito a governare o a portare a termine i miei obiettivi? Bene, vediamo se il popolo mi ridà la fiducia”. Attualmente, Berlusconi non vuole elezioni anticipate solo perché a seguito delle sue vicende giudiziarie è incandidabile, ma spera che la sua istanza presentata alla Corte Europea venga accolta, in modo da tornare presto candidabile e ripresentarsi come leader del centrodestra.

L’unico leader sicuro di essere candidato premier, al momento, è Di Maio. Il quale ieri da Lucia Annunciata ha rilanciato il suo movimento come primo partito d’Italia, pronto a governare. Da stasera Di Maio potrebbe essere l’unico leader (insieme a Salvini) in sella, visto che Berlusconi è incandidabile e Renzi potrebbe essere dimissionario. Se consideriamo i problemi della Giunta Raggi a Roma, di cui Di Maio è di fatto garante, trovarsi Di Maio come leader favorito a governare oggi la dice lunga dei meccanismi autosabotanti del Pd, dovuti alla continua paralisi per le divergenze interne, e di Forza Italia, dovuti alla gestione padronale di Berlusconi, che prevede lui solo come leader.

Nel Pd, in particolare, a me sembra chiaro che la linea della minoranza interna, che intende rendere il più possibile debole Renzi in vista del Congresso, da fare tra diversi mesi, è una linea suicida dal punto di vista politico per il Pd, perché:

1 Mira a far durare un governo con bassissima legittimazione e scarso consenso popolare come quello di Gentiloni

2 Fa apparire il Pd eternamente diviso al suo interno e incapace di prendere decisioni all’unisono: esattamente come il vecchio Pd di Veltroni e Bersani

3 Offusca, logora la figura di Renzi come premier, e lo intende fare per lungo tempo, per poi trovare un suo sostituto, decisamente meno carismatico di Renzi visti i tre concorrenti, negli ultimi mesi prima delle elezioni.

In pratica, questa linea tende a sostenere a lungo un governo impopolare come quello di Gentiloni; a presentare alla gente l’immagine di un Pd diviso e litigioso, tutto intento a fare faide interne; a far fuori Renzi come possibile premier per sostituirlo con un leader molto più anonimo. E’ facile prevedere che i risultati di questa linea sono un Pd sotto il 30%. Alle europee e al referendum, con Renzi a capo del Pd, il Pd e i Sì (che vanno da addebitare al 90% al Pd) hanno preso il 40%, e questo conta di più degli attuali sondaggi. La mia impressione è che Renzi apporti almeno un 5% di voti in più al Pd rispetto a qualsiasi altro loro candidato leader.

C’è di vero un fatto, ossia che qui il discorso è anche politico. Dove ha portato l’Italia un premier come Renzi, e dove la porterebbe uno come Speranza? Il programma politico di Renzi è stato valutato di destra da molti suoi colleghi di partito, e la minoranza interna vuole in buonafede riflettere sul futuro del centrosinistra in Italia, a partire dal dargli contenuti politici di centrosinistra, e non di centrodestra come il Job’s Act o la legge sulla Buona scuola di renziana memoria. Da questo punto di vista la minoranza interna al Pd sta compiendo una seria riflessione programmatica, che richiede i suoi tempi. Peccato che la politica ne ha altri, così come gli elettori, che tendono a non premiare i partiti in cui cronicamente non si sa chi comanda e con quale linea.

Fonti:

http://www.ilpost.it/2017/02/12/direzione-partito-democratico-11-febbraio/

http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/02/13/matteo-renzi-lettera-al-pd-nel-giorno-della-direzione-serve-leadership-ma-chi-perde-congresso-rispetti-lesito-del-voto/3387632/

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