Presidenza Trump. Che la barbarie abbia inizio

In dieci punti, riassunti da varie fonti stampa, integrati con mie riflessioni, un primo elenco della barbarie che sta iniziando. LG

1) 9 novembre 2016. Trump viene eletto Presidente degli USA. Esattamente come il suo predecessore repubblicano G. W. Bush, Trump vince negli stati chiave, con lieve vantaggio sul suo avversario, ma perde (di oltre due milioni) al voto popolare. Sul voto aleggia l’hackeraggio russo, che potrebbe avere inciso in modo determinante nel truccare le elezioni (così come G. W. Bush si conquistò la Florida grazie alla Corte Suprema: il riconteggio delle schede avrebbe dato ragione ad Al Gore). Durante la campagna elettorale, Trump ha rilasciato innumerevoli dichiarazioni sconvolgenti, tra le quali: la proposta di costruire un muro con il Messico per impedire l’immigrazione irregolare, le lodi alla Russia di Putin mentre questi bombardava a tutto spiano i civili ad Aleppo est facendo crimini contro l’umanità, l’intento di annullare tutte le principali riforme di Obama, a partire da quella sanitaria, e i suoi accordi internazionali, a partire da quello sul clima. Nei duelli televisivi, Trump ha ammesso implicitamente di aver fatto speculazioni finanziarie e di non aver pagato le tasse, oltre ad aver dichiarato esplicitamente che avrebbe messo in carcere, una volta eletto, la Clinton, ossia il suo avversario politico – promessa non mantenuta.

2) 23 novembre 2016. Trump in un’intervista al New York Times si allontana dalle sue storiche posizioni di negazionista del riscaldamento climatico. Interrogato sul legame tra attività umane e riscaldamento globale, il presidente eletto ha risposto: “Penso che ci sia una qualche connessione”, salvo poi specificare che guarda alla questione sulla base non tanto dell’ambiente e del clima, quanto di “quanto costerà alle nostre imprese”.

Trump da anni sosteneva che il riscaldamento globale fosse “una bufala” creata ad arte dalla Cina per nuocere all’economia americana. In realtà Trump non diceva che la Cina, facendo parte dei Paesi in via di sviluppo, e non dei paesi industrializzati, gode di uno status diverso da quello dell’America, che le consente di tenere le emissioni di diossido di carbonio al di sopra delle principali potenze mondiali. L’accordo di Parigi (Cop 21) è importante perché vincola tutti i paesi a mantenere entro un certo limite l’aumento del diossido di carbonio, il principale gas serra, fino al 2030.

Il New York Times l’ha messo alle strette sull’Accordo di Parigi, caldeggiato da Obama, che lo ha definito un accordo “storico”. E Trump, per la prima volta, dopo aver promesso in campagna elettorale che avrebbe ritirato la firma di Washington, ha cambiato posizione. “Lo sto studiando molto da vicino – ha risposto – Ho un atteggiamento aperto verso l’Accordo”.

Le dichiarazioni di Trump però non sono sufficienti a garantire il suo impegno. Infatti un conto è rispettare formalmente l’Accordo di Parigi, un altro è mettere in campo politiche adeguate per tradurlo in realtà. E proprio mentre si dichiara aperto sull’accordo, Trump ha annunciato che toglierà tutti i finanziamenti al dipartimento della Nasa che fa ricerca sui cambiamenti climatici, uno dei poli di eccellenza mondiale in questo ambito. Dal 2017, quindi, la divisione Scienze terrestri della Nasa potrebbe essere costretta a chiudere i battenti, a tutto vantaggio della branca occupata nell’esplorazione dello spazio profondo. In campagna elettorale, infatti, Trump aveva promesso di esplorare tutto il sistema solare entro la fine del secolo.

È facile fare profezie: Trump non rispetterà gli accordi di Parigi.

3) 2 dicembre 2016. Dopo annunci e smentite, Trump al suo primo comizio post elettorale conferma che costruirà un muro al confine con il Messico, per impedire l’immigrazione irregolare.

4) 3 gennaio 2017. La Cop 22 di Marrakech (l’ultimo accordo internazionale sul clima) “ha generato un clima di fiducia e ottimismo“, ma l’elezione di Donald Trump alla presidenza Usa “ha diffuso un sentimento di incertezza”, spiega il documento del Servizio Affari internazionali del Senato USA. Alla Cop 21 di Parigi si è deciso di fissare come obiettivo comune il contenimento dell’aumento della temperatura globale al di sotto dei 2°C. A un anno di distanza da quell’accordo, la Conferenza di Marrakech “ha rafforzato la consapevolezza che esiste una volontà comune a livello globale a sostegno delle politiche climatiche“, si legge nel dossier. “Il futuro delle politiche climatiche si definirà attorno a tre grandi ambiti: i piani climatici nazionali, le regole internazionali e gli investimenti“. Proprio quest’ultimo punto, sottolinea il dossier, è il punto “più critico” dell’Accordo: “sia la dimensione nazionale che internazionale dovrà essere accompagnata da un consistente flusso di investimenti verso le politiche climatiche e l’obiettivo del raggiungimento dei 100 miliardi di dollari annui che alimenteranno il Fondo verde a partire dal 2020 appare oggi come il punto più critico dell’Accordo“.

Trump, dopo aver detto che non avrebbe rispettato l’accordo di Parigi, e poi che si riservava di studiarlo prima di decidere, ha nominato a capo dell’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente (EPA) il procuratore generale dell’Oklahoma, Scott Pruitt, scettico sui cambiamenti climatici e critico convinto proprio dell’Agenzia che andrà a dirigere. Durante la presidenza Obama, Pruitt è stato il procuratore che più ha ostacolato, con azioni legali, i provvedimenti dell’EPA, è stato cioè il nemico numero 1 della protezione dell’Ambiente.

Nell’udienza di Pruitt alla Commissione del Senato USA, si è assistito a un botta e risposta tra lo stesso Pruitt e Bernie Sanders, l’ex rivale della Clinton a candidato democratico. Spinto da Sanders a dichiarare la sua opinione circa la causalità tra attività umane (emissione di diossido di carbonio) e riscaldamento globale, Pruitt si è limitato a dire che le attività umane hanno un qualche impatto sul clima, che occorre approfondire e dibattere, e che ogni altra sua opinione al riguardo è immateriale.

Secondo il resoconto testuale del botta e risposta:

“As I indicated in my opening statement, the climate is changing and human activity contributes to that in some manner,” Pruitt said.

“In some manner?” Sanders said. “97 percent of the scientists who wrote articles in peer-reviewed journals believe that human activity is the fundamental reason that we are seeing climate change. You disagree with that?”

In defiance of mainstream climate science, Pruitt insisted, “There should be more debate” over whether human activities are actually contributing to climate change. Sanders pushed back and asked Pruitt to provide an explanation as to why the climate has been changing.

“Well, senator, the job of the administrator is to carry out the statutes as passed by this body,” Pruitt said.

“Why is the climate changing?” Sanders asked again.

“Senator, in response to the CO2 issue, the administrator is constrained by statutes…” he said.

“I’m asking your personal opinion,” Sanders insisted.

“My personal opinion is immaterial,” he responded.

In disbelief, Sanders said, “Really? You are going to be the head of the agency to protect the environment, and your personal opinions about whether climate change is caused by human activity and carbon emissions is immaterial?”

È facile fare profezie: la politica ambientale di Pruitt sarà tutto il contrario di quanto sottoscritto da Obama all’accordo di Parigi.

5) 11 gennaio 2017. Oltre 600 compagnie e investitori statunitensi hanno scritto al presidente eletto Donald Trump per chiedere di proseguire la lotta al cambiamento climatico e andare avanti con gli impegni presi nello “storico accordo di Parigi”. “Vogliamo che l’economia degli Stati Uniti sia efficiente dal punto di vista energetico e a basso tenore di carbonio. Fallire metterebbe a rischio la prosperità americana”, scrivono le aziende, tra cui figurano Adobe, Allianz, eBay, Ikea Usa, Johnson & Johnson, L’Oreal, Unilever e Virgin. Sono quindi le aziende che in America spingono la presidenza Trump a sostenere misure ecocompatibili. Siamo al mondo capovolto: non è lo stato che fa pressioni, legiferando, affinché le aziende si diano degli obiettivi economici che siano anche ecocompatibili, sono le aziende che invocano provvedimenti ecocompatibili allo stato. L’appello delle aziende arriva a breve distanza dall’articolo scientifico pubblicato da Barack Obama sulla rivista Science, in cui il presidente uscente definisce ”irreversibile” il processo di transizione verso un’economia basata sulle fonti rinnovabili. Trump durante la campagna elettorale ha dichiarato che vuole rimettere mano alle fonti energetiche non rinnovabili, in particolare petrolio e carbone, al fine di aumentare la percentuale di energia prodotta da queste materie.

6) 16 gennaio 2017. Intervistato dal Times e dal Bild, Trump loda la Brexit, dichiara che la Nato è obsoleta (e ha ragione: ma ha intenzione di smantellare le basi militari americane in Europa se abolisce la Nato? Credo di no) e che l’UE è solo uno strumento in mano ai tedeschi per fare il proprio interesse. Gli USA ormai, con Trump, dichiarano apertamente che l’alleanza con l’Europa non è più strategica, per loro. A Trump interessa mantenere il dominio militare USA in Europa senza più una struttura comune come la Nato, e indebolire economicamente l’Europa, vista come un competitor.

7) 20 gennaio 2017. Trump si insedia alla Casa Bianca. Nel suo discorso evidenzia che il potere, grazie a lui, passa da Washington alla gente americana. Gli americani in piazza a protestare, intanto, sono di più di quelli in piazza a festeggiare.

8) 21 gennaio 2017. Tra i primi ordini esecutivi del nuovo presidente, spicca quello che vuole affossare l’Obamacare, la riforma sanitaria di Obama, ossia il fiore all’occhiello delle politiche sociali del presidente cui Trump ha preso il posto.

9) 22 gennaio 2017. L’ex direttore della Cia, John Brennan, ha detto che il presidente Donald Trump ”dovrebbe vergognarsi” per il suo comportamento al quartier generale della Cia. Lo ha rivelato Nick Shapiro, ex braccio destro di Brennan. Shapiro dice che Brennan ”e’ profondamente rattristato e arrabbiato per la deprecabile dimostrazione di autoglorificazione di Trump di fronte al Muro della memoria degli eroi dell’agenzia”.

10) 22 gennaio 2017. La presidenza dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) ha condannato la mossa del Comune di Gerusalemme di dare il via libera ai piani per la costruzione di 566 case a Gerusalemme est. “E’ una decisione che sfida – ha detto il portavoce di Abu Mazen, Nabil Abu Rudeina all’agenzia Wafa – il Consiglio di sicurezza dell’Onu, soprattutto dopo la recente risoluzione n 2334, che ha confermato l’illegalità degli insediamenti”. ” Chiediamo al Consiglio di Sicurezza – ha aggiunto – di agire immediatamente in conformità con la decisione 2334 per porre fine alla politica del governo israeliano estremista, che sta distruggendo la Soluzione dei 2 stati”.

Dal 1967, anno dell’occupazione della Cisgiordania (Territori occupati), o West Bank, Israele ha iniziato a costruire, contro il diritto internazionale che glielo vieta, colonie in territorio palestinese. La costruzione di colonie non si è mai fermata, nemmeno sotto il governo Rabin. Negli ultimi anni il suo ritmo è accelerato, insieme alla pulizia etnica di Gerusalemme est, dove le demolizioni di case palestinesi sono all’ordine del giorno. Girando per Gerusalemme est, come ho fatto nell’estate 2016, è facile scorgere le colonie ebraiche: si vedono facilmente case con muri alti e che espongono sul tetto la bandiera israeliana. L’obiettivo di Israele, da sempre, è quello di annettersi tutta Gerusalemme, che vorrebbero fosse proclamata capitale unica di Israele. Gerusalemme est, secondo il diritto internazionale, è territorio occupato, che non potrebbe essere colonizzato da Israele. Nelle trattative di pace, i palestinesi la rivendicano come la capitale del futuro (immaginario ormai) stato palestinese, a cui potrebbe essere associata Gerusalemme ovest come capitale dello stato ebraico. A Gerusalemme est c’è la Spianata delle moschee, posto sacro dell’Islam. L’obiettivo (non dichiarato) di Israele è impossessarsi di tutta Gerusalemme e demolire la Spianata delle moschee, luogo dove secondo Israele sorgeva il tempio storico, di cui è rimasto solo il Muro occidentale.

La politica di Obama verso Israele è stata timida. Dopo aver chiesto a Netanhyau di bloccare la costruzione delle colonie, e riprendere i colloqui di pace, e aver ricevuto un secco NO, i rapporti tra USA e Israele si sono allentati fino ad arrivare ai minimi storici – anche perché Obama ha scelto la via diplomatica con l’Iran, mentre Israele spingeva per la via militare. La politica di Israele, da molti anni, è quella di chiedere colloqui farsa con i palestinesi, purché siano senza precondizioni, dove per precondizioni si intende che Israele si rifiuta di sospendere la costruzione di nuove colonie mentre sono in atto i colloqui. Abu Mazen ha rifiutato questi colloqui perché non ne risulta più chiaro il motivo: come è possibile pensare di arrivare a un accordo di ritiro delle colonie israeliane per formare uno stato palestinese se nemmeno durante i colloqui Israele si ferma dal costruire nuove colonie? Obama non ha avuto comunque il coraggio di mettere in forse l’alleanza strategica con Israele, anche perché il suo partito, il Partito Democratico, è votato dalla maggioranza degli ebrei americani, ed è finanziato dalla lobby ebraica. L’unico atto che Obama ha compiuto, a fine mandato, contro Israele è stato quello di astenersi dalla risoluzione ONU 2334 che conferma come illegali le colonie israeliane nei Territori Occupati.

Trump ha dichiarato di essere contrario all’astensione decisa di Obama, e quindi di essere favorevole alla colonizzazione della Palestina. Ma non solo, Trump è anche favorevole alla conquista di tutta Gerusalemme, infatti ha dichiarato che vuole spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. Questo gesto sarebbe la fine, la pietra tombale per la soluzione “due popoli due stati”. Al momento, infatti, secondo il diritto internazionale è Tel Aviv la capitale di Israele, proprio perché Gerusalemme è una città divisa, che non appartiene solo a Israele, e soltanto la soluzione “due popoli due stati” con capitale per entrambi Gerusalemme, fornirebbe a Israele il consenso internazionale per avere Gerusalemme capitale. Ecco perché le ambasciate di tutti i paesi del mondo sono a Tel Aviv, mentre a Gerusalemme ci sono i consolati. Con lo spostamento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, gli USA di fatto riconoscono Gerusalemme come capitale unica dello stato ebraico di Israele. Questo piano di Trump ha subito sortito i suoi effetti. Infatti, il 22 gennaio 2017 il presidente israeliano Reuven Rivlin ha invitato ufficialmente Donald Trump in Israele e a Gerusalemme. In una lettera inviata al neo capo della Casa Bianca, Rivlin si è congratulato a nome degli israeliani con Trump sottolineando che “l’alleanza tra Israele e Usa non è solo basata sull’amicizia, ma è anche incardinata in valori comuni e un lungo attaccamento alla libertà e alla democrazia: pietre fondanti delle nostre due società”. E sempre il 22 gennaio 2017 si apprende che Benyamin Netanyahu potrebbe incontrare il neo presidente Usa Donald Trump nella prima settimana di febbraio a Washington. Lo indicano alcune indiscrezioni giornalistiche che citano fonti non specificate a Gerusalemme. Secondo queste Netanyahu – che ha definito Trump “un vero amico di Israele” – non aspetterebbe il congresso dell’Aipac, la principale lobby filo israeliana negli Usa, prevista per fine marzo e dove è tradizionale che partecipi il premier, ma tenderebbe ad anticipare i tempi. Netanyahu a fine gennaio ha in calendario due trasferte all’estero: Australia e Singapore. Ma subito dopo andrebbe in America. In questo primo, cruciale, incontro, sono molti i temi: dalla situazione della regione alla costruzione delle colonie ebraiche, dall’accordo sul nucleare dell’Iran alla ripresa delle sanzioni contro Teheran, al trasferimento del’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme.

Fin troppo facile fare profezie anche in tema di Israele, Palestina, paesi arabi, terrorismo islamico. Sia chiaro, il Medio Oriente è già una polveriera, ma se Trump riesce ad aprire anche il fronte con l’Iran e lo status di Gerusalemme, la situazione rischia di precipitare, con conseguenze per tutto il Globo.

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