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Le narrazioni (Sicilia) – IL BISOGNO DELL’ASSOLUTO E DI CINQUANTA LIRE, I Quaderni di Antonio Bruno/V parte

di Antonio Lanza

«IL BISOGNO DELL’ASSOLUTO E DI CINQUANTA LIRE».
I QUADERNI DI ANTONIO BRUNO
V parte

Da poeta a santo

Il mio ritorno alla fede – dice Antonio Bruno estraendo il portasigarette dorato dalla tasca dei pantaloni – fece immediatamente seguito a un improvviso scoppio di pianto mentre mi trovavo in una panchina del giardino dei Vosgi, nell’inverno del 1923. Ero stato al museo Victor Hugo dove avevo potuto godere di un’esposizione di Daumier, che mi aveva reso felice. Tornando a casa però, la spaventosa lentezza delle mie gambe unita all’ipersensibilità dei miei piedi, mi avevano di fatto costretto a cercare un posto per sedermi. Il giardino dei Vosgi lo avevo sempre amato, mi riportava a certe tipiche atmosfere di una città di provincia, calma e onesta, con le sue buone popolane e i suoi piccoli borghesi. Lì, in attesa che il fastidio passasse, aprii il Corriere della sera alla terza pagina e lessi l’elogio funebre della terza saletta del Caffè Aragno.

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Nell’articolo li si nominava tutti: il giornalista toscano Giuliano Bonacci che poi morì in guerra, nel ’17, l’unico che mi aveva fatto una buona impressione; Fausto Maria Martini, poi, del gruppo dell’amatissimo Sergio Corazzini; e Oppo il pittore; e tutta la cerchia di Arturo Onofri, di cui faceva parte anche lo sdegnoso Cardarelli; e Baffico ancora, e il flemmatico Forino, il cameriere, che prestava i soldi a Fausto quando questi era al verde, e poi Cortese, e l’avvocato socialista Emanuele Modigliani, il fratello del geniale Amedeo. Li avevo tutti conosciuti nei primi anni Dieci quando per poche lire al giorno pranzavo da Aragno.
Mentre me ne stavo lì su quella panchina, col giornale spiegato sulle ginocchia, mi misi a un tratto a pensare a tutti loro, a quelli che erano nel frattempo morti e gli altri che non sentivo più da anni, e a come ero io, pieno di sogni e speranze, allora, con un saggio su Leopardi e un piccolo libro di versi già all’attivo, che mi facevano ben sperare del mio futuro di scrittore. Un indicibile rimpianto mi vinse al pensiero che la vita passava senza lasciare traccia e dopo tanto dolore, per sempre. Mi misi le mani davanti agli occhi e scoppiai a piangere, senza volerlo. Il giornale mi scivolò dalle ginocchia e planò a terra, bagnandosi. Da tre, quattro anni ormai durava questa sensazione angosciante di aver vissuto in ciò che è passato, come se il tempo a un certo punto mi avesse superato e lasciato indietro. Singhiozzai. Smisi quando mi sbucò dalla mente l’idea che non c’era nulla da preoccuparsi, che andavamo tutti verso Dio. Il pensiero, lì su quella panchina dove calava ancora di più adesso il freddo parigino, ebbe il merito di calmarmi.

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Cominciò così un periodo difficilissimo. Non stavo bene. I miei disturbi psichici diventavano sempre più invalidanti e insopportabili. Della lentezza alle gambe vi ho già detto – dice tirando fuori una sigaretta senza filtro e accendendosela con un fiammifero – non vi ho ancora accennato al resto. Le mani erano sempre instabili, così come le dita, soggette spesso a movimenti incontrollati. Sentivo i muscoli della pelle vicino al naso tendersi e il naso come se mi si muovesse. Mia mamma era impazzita proprio a causa di questa stessa sensazione. Nel ’13, a quarantasei anni, si era buttata giù dal balcone di casa nostra a Biancavilla, lì sul corso principale. Pensavo di uscir pazzo anch’io. Avevo l’impressione che, per quanti sforzi facessi, non avrei mai avuto la forza di sottrarmi a quello che io pensavo fosse, e penso tuttora che sia, un male ereditario.
Mi misi a tradurre alcuni dei Salmi, a leggere San Vincenzo de’ Paoli, a centellinare un capitolo ogni mattina dell’Imitazione di Cristo. Era difficile uccidere l’antico uomo. Cercai a Parigi una chiesa dedicata a San Vito, il santo protettore dei malati di nervi, senza però che mi riuscisse di trovarne una. Ovunque mi trovassi, da solo, per la strada, al ristorante, al caffè, sull’omnibus, non riuscivo più a frenare le lacrime. Lacrime se parlavo di Dio, lacrime se mi ridicevo alcuni passi del Vangelo, lacrime se guardavo all’ora della comunione la Santissima Eucarestia. Portavo in giro questi occhi gonfi e rossi. Tutti pensavano che stessi affrontando in segreto e stoicamente le pene di un lutto per un parente stretto.

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Mi convinsi che il disprezzo che da sempre nutrivo per gli uomini era dovuto a un eccesso di idealismo e che l’idealismo era stato il principale ostacolo alla mia fede, perché fino a quel momento non ero riuscito a convincermi che Dio si fosse potuto abbassare all’uomo, incarnandosi.
Abbandonai, senza che ne sentissi più desiderio, Wilde e qualsiasi assurdo progetto di un libro contro D’Annunzio. Presi l’abitudine della preghiera e della riflessione.
Finché un giorno di luglio, mentre appendevo il crocifisso al capezzale, cominciai a sentire una luce, come una pietra di smeraldo, conficcarsi nel petto e restarci e mandare lenti bagliori. La trasformazione era così completa, da poeta ero diventato un santo.
Il giorno dopo Antonio Aniante venne a trovarmi in albergo e mi raccontò di un sogno strano che aveva fatto la notte prima e che gli aveva messo i brividi.
Quell’ingrato di un Aniante, sbotto io per fare intendere a Bruno di saperla lunga sul conto dello scrittore di Viagrande.
Antonio Bruno tiene adesso la sigaretta tra il pollice e l’indice, con la punta fumante rivolta verso terra. La lascia cadere, la guarda fermarsi alla destra della sua lucente scarpa nera, e poi rivolgendomi uno sguardo significativo la schiaccia con il tacco.
Cameriera?

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Antonio Bruno nacque a Biancavilla (CT) il 20 novembre del 1891 e morì suicida in una camera dell’albergo Italia, a Catania, all’età di 41 anni. È autore di due libri di poesie, More di macchia (1913) e Fuochi di bengala (1917), di due saggi Come amò e non fu riamato Giacomo Leopardi (1913) e Un poeta di provincia (1920) e un romanzo epistolare 50 lettere d’amore alla signorina Dolly Ferretti (1928). Nel 1915 fondò e diresse a Catania il quindicinale Pickwick, uno dei migliori esempi di rivista di avanguardia, ben recensita da Lacerba e La Voce. Suoi scritti comparvero su Lacerba, La Diana, l’Italia futurista e Il Tevere. Tradusse Baudelaire. Postuma uscì la sua traduzione de Il Corvo di Poe.

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