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“La Contessa di Messina”

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Il terzo romanzo di Piero Alessi

 

Totò Spataro e il suo inseparabile amico Lilluzzo ancora una volta vengono trascinati in una vicenda che si svolge nella provincia di Messsina e che ha, per certi versi, i tratti di una indagine poliziesca. Anche in questa circostanza Totò vorrebbe ritrarsi. Non potrà farlo perché affascinato dalla personalità di una anziana Contessa, alla cui vita si attenterà durante un pranzo sociale. Tirato per i capelli pensa sia utile scandagliare il passato delle persone che appaiono coinvolte in prima persona.  Così emergeranno sofferenze, scalate sociali, perdita e acquisizione di grandi ricchezze, estrema miseria, aberrazioni umane, l’odio e naturalmente l’amore. Come direbbe Totò Spataro la vita non è un sasso che lanciato in uno stagno crea cerchi concentrici e regolari. La vita è una serie di sassi che lanciati in acqua provocano spruzzi di diversa forma e consistenza. Le gocce d’acqua di incontrano, si scontrano, si sovrappongono e persino si mescolano. Ed è dunque nel casuale disordine che vanno cercate le ragioni di tutte le cose.

Da qualche giorno è disponibile, e si può ordinare nelle librerie, la versione cartacea dell’ultimo lavoro di Piero Alessi: “La Contessa di Messina”.

In versione e-book si può scaricare gratuitamente da Youcanprint o da tutti i principali book-store tra cui Amazon, Feltrinelli, IBS.it, InMondadori, etc.

 

 

TOTO’ E LA CONTESSA

Presentazione a cura di Claudio Galiani

Piero l’aveva promesso e Piero è uomo d’onore. Arriva così in libreria “La Contessa di Messina”, a comporre una trilogia con i precedenti “La pelle del serpente all’ombra del Pilone” e “Angelina del Faro”.

Si vede che Piero a scrivere si diverte, ma io voglio prenderlo sul serio.

Anche questa volta Totò Spataro è chiamato dalle circostanze a formare con l’amico Lilluzzo una improbabile coppia di investigatori, che si trova ad indagare su omicidi tentati o andati a buon fine.

Bisogna dire che Totò ha un particolare karma. Incollato al suo divano da mille fobie, ogni rara volta che si spinge fuori di casa si trova coinvolto in una torbida spirale di crimini.

Non si capisce se è il mondo che si vendica del diffidente Totò o se, più probabile, sono i suoi fantasmi a prendere vita e accendere fuochi malefici dovunque lascia impronte.

Il mondo è cattivo, ma le nostre pur giustificate paure riescono solo a peggiorarlo.

Con gusto dell’umorismo, uno stile leggero e una narrazione agile, Piero ci lancia comunque un messaggio.

Non possono più esistere coppie dal profilo nobile o drammatico, tipo Sherlock e Watson, o Guglielmo e Adso, né coppie visionarie ed eroicomiche, come Don Chisciotte e Sancho, ma solo parodie di coppia, come Totò e Peppino, e, nel caso estremo, Franco e Ciccio, dialoganti sull’inconsistenza di una realtà il cui senso ci sfugge.

In questo mondo che gira confuso e minaccioso, dobbiamo attrezzarci per l’autodifesa.

Niente più dell’amicizia, anche quando sembra metterci in pericolo, rappresenta un solido scudo.

In fondo è proprio la sincera lode dell’amicizia a prevalere sulla divertita meccanica del rapporto di coppia, che si polarizza sulle note funzioni: il braccio e la mente, l’impulso e la riflessione, la generosità e la prudenza.

Quello che conta è che solo insieme si vince.

Anche questo romanzo è ambientato nella provincia di Messina, tanto cara a Piero, che però non disegna solo uno spazio fisico e sociale per ospitare gli avvenimenti.

Qui, sentiamo di trovarci di fronte a qualcosa di più: è il luogo mitico delle origini familiari, delle radici, dove si torna per sondare i propri fondali.

Niente di più adatto a ciò di questo magnifico lembo di terra, che sfiora con  sguardo nostalgico il continente e nello stesso tempo rivendica la propria separatezza.

Questo tratto di mare perfido e seducente, su cui ha potuto prevalere solo l’antica saggezza di Ulisse, non l’ingenua innocenza della perduta Angelina, trauma fatale per il nostro Totò.

Totò filtra questa terra con il suo sguardo amoroso: accenti e tic delle persone si mescolano con gli odori e i sapori delle cose, ad annunciare che in fondo soprattutto di questo concreto impasto di umori siamo fatti.

C’è poi la Sicilia storica, contrasto di modernità e arretratezza, incrocio di grandi civiltà e orribili barbarie, terra di baronie feudali e di incursioni garibaldine, sede di omertà ma anche asilo di immigrati.

Naturalmente c’è la mafia, ma il romanzo non indulge ai luoghi comuni, la tratta più come sfondo che come protagonista.

Anzi, i veri protagonisti della storia vengono tutti da fuori. L’anziana e affascinante contessa, con il suo oscuro passato, e altri personaggi, costretti a vagare per sopravvivere, che in Sicilia hanno avuto un approdo casuale.

Queste storie personali, incastonate dentro la trama principale, ci portano in giro per l’Europa e al di fuori.

Sembrano divagazioni, ma ci aiutano a ricordare che anche la Sicilia, come ormai tutti i luoghi, è il mondo, caotico punto di transito di avventurieri, emarginati, violenti e ribelli alla violenza.

Ci sembra che in questa prospettiva Totò si faccia più maturo.

In “La pelle del serpente all’ombra del Pilone” narrava soprattutto se stesso, in un asfissiante outing. Ci presentava le sue idiosincrasie, i tanti difetti e poche virtù, filosofeggiava sul mondo, che leggeva con lenti disincantate e a volte ciniche.

In “Angelina del Faro”, assumeva un rilievo prepotente la sua memoria personale, irrimediabilmente ferita dall’ esperienza entusiasta e tragica dell’amore, che prima illude e poi abbandona.

In “La Contessa di Messina” Totò si ritrae, concede la scena ad altri.

Non rinuncia ai suoi mormorii, ma ascolta di più il mondo, è affascinato dai racconti picareschi di chi ha veramente vissuto.

Riscatta la sua pigrizia, offrendo la parola a chi ha lottato per riscattarsi nella vita.

Il vero thriller sono le sorti di questa umanità incerta e variegata, che può essere salvata solo provvisoriamente da un doveroso, ironico finale che lascia tutti, o quasi, felici e contenti.

 

Ricomponendo l’affresco della trilogia, alla fine risalta la meritata centralità delle donne.

Non ce ne voglia il buon Totò, rinchiuso nella sua tormentata misoginia.

Di fronte a un mondo maschile fragile e smarrito, assistiamo al trionfo femminile.

Ci scorre davanti una felliniana galleria di figure, ben scolpite, padrone della scena.

Nunziatina impegnata, solidale e iperattiva fino quasi alla molestia.

Klara bella, sicura e dominante nei rapporti.

Agnes orgogliosa e riconoscente verso chi le ha restituito dignità e libertà.

Angelina, luminosa nella tragedia.

La giovane Lily, che porta con sé la rabbia di un Medio Oriente percosso dalle sofferenze.

Infine la Contessa, dal passato burrascoso e dal fascino senza età, tanto da spingere l’insicuro e neghittoso Totò ad un clamoroso, surreale, esilarante duello d’amore.

Solo le donne mostrano sentimenti veri e forti e agli occhi di Totò e di Piero, nella loro dignità e bellezza, appaiono il vero motore della vita.

 

Claudio Galiani

 

 

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