Il tesoro inconfessato di Cosa nostra, recensione a “In morte di don Masino” di Pietro Orsatti

Di Alfredo Nicotra “I soldi hanno viaggiato un po’ ovunque. Ma alla fine sono ancora lì, in Sicilia, in Italia. Come se non si fossero mai mossi. E sono soldi che hanno prodotto, che hanno creato economia reale, che hanno condizionato il mondo politico e finanziario”. Ciò a cui fa riferimento questo frammento rappresenta uno dei più fitti e meno conosciuti misteri di Cosa nostra: il “tesoro” appartenuto al boss Stefano Bontade, il più potente dei suoi capi (“quello che se voleva, faceva volare anche gli asini”), sparito con la sua morte. Ne ricostruisce la vicenda, sebbene dentro una verità letteraria, il romanzo In morte di don Masino di Pietro Orsatti (giornalista e collaboratore del Manifesto, Diario, Liberazione, Lef/Avvenimenti, MicroMega, Antimafiaduemila, e autore di numerosi libri di inchiesta tra cui “Roma brucia”, 2015), che accoglie, come pochi, la lezione del magistrato Giovanni Falcone, secondo cui occorre “seguire la pista dei soldi” per raggiungere il cuore e l’abisso profondo di Cosa nostra. E quello che si apre in queste pagine è vertiginoso.

Dietro la finzione romanzesca emergono la rete di connivenze, la trama di relazioni occulte e di interessi economici internazionali che hanno tutelato la mafia siciliana, chiarendo senza reticenze quale “funzione” essa ebbe in un preciso momento della storia del Novecento. Farsi garante di una serie di equilibri nello scacchiere politico mondiale, in chiave antisovietica e anticomunista, grazie all’appoggio degli Stati Uniti, della Nato e della Democrazia Cristiana in Italia. E ciò attraverso l’accumulo di un capitale ingente (miliardi e miliardi di lire) legato al traffico internazionale di eroina (“l’industria più redditizia dalla fine della Seconda guerra mondiale”).

“Un enorme patrimonio” gestito dal monopolio criminale, che tramite i canali finanziari di Michele Sindona e dello Ior, per numerosi rivoli, servì a drenare “in Italia e fuori dall’Italia, soldi per la stampa, per la propaganda, per la pressione finanziaria. E non solo. Soldi, e tanti, per la politica e gli affari. E ancora, sul piano internazionale, soldi per le armi, per le operazioni coperte, per la struttura”. Un traffico illecito in cui erano coinvolti “la Cia, i servizi italiani, politici, pezzi della DC, industriali, banche, finanzieri. Mica c’era solo la Cia ad avere interesse che quel business partisse e fosse centralizzato e politicamente omogeneo con certe scelte strategiche a livello internazionale”, scrive Orsatti.

Un capitale che ancora oggi invade i mercati finanziari di tutto il mondo, influenzando l’economia di intere nazioni, e che verrebbe investito “a Dubai, in Oman” o nelle “le rivoluzioni in Nord Africa e in Medio Oriente, anche loro con quei soldi. Libia, Tunisia, Egitto e Siria e Yemen. La fine della guerra fredda  con i soldi di Stefano Bontade”.

Un tesoro sparito con la morte del Principe di Villagrazia: uomo di ottimi studi, di ottima cultura, diplomato al liceo classico Gonzaga di Palermo, e invitato per anni in quanto ricco imprenditore nei salotti internazionali. Ma in realtà capofamiglia di uno dei più famigerati mandamenti di Palermo, quello di Santa Maria di Gesù, quindi il vero padrino di Cosa nostra (“lui era Cosa nostra”), in grado di intessere relazioni con le più alte cariche istituzionali e della Chiesa (da lui “scese” Giulio Andreotti per scongiurare la morte del presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella, e se ne andò scornato) e maestro di cerimonia della “loggia massonica dei 300”, più oscura della P2.

Il capo dei capi ucciso dai corleonesi di Totò Riina, il 23 aprile del 1981; omicidio che spalancò le porte alla seconda guerra di mafia e inghiottì migliaia di uomini.

Ma di morti e di delitti per fortuna in questo libro non c’è traccia.

Si traccia invece una mappa dettagliata e preziosa, costituita di “pezze d’appoggio” giornalistiche (documenti, inchieste, articoli di giornale, relazioni parlamentari, libri, atti giudiziari e brani tratti dalla Relazione di maggioranza della Commissione parlamentare antimafia  del 1976), che ricostruisce le complicità e le ramificazioni di Cosa nostra nella società italiana.

Francesco Felice, giornalista romano ma frequentatore abituale dei recessi di Palermo, un giorno viene avvicinato da alcuni personaggi con l’intenzione di svelargli per quali canali e quali vie è passato questo immenso patrimonio. Finirà così a cena con un “resuscitato” Tommaso Buscetta, a condividere, insieme ai deliziosi piatti di pesce e di pasta con le sarde di un ristorante del New Jersey, i segreti impenetrabili di Cosa nostra e le verità inconfessabili di cui essa è stata custode fin dal 1943.

Dall’anno dello sbarco degli Alleati in Sicilia, preparato logisticamente da Lucky Luciano e da don Calogero Vizzini, in accordo con gli americani, in vista della realizzazione di un futuro business.

L’anno in cui la vecchia mafia “si era seduta al tavolo” per sancire un patto “fra gli Alleati, il regno d’Italia e Cosa nostra siciliana” e formare un “Governo affidato alla mafia” (come si legge negli allegati secretati della commissione Antimafia del 1976). Con la promessa di ricevere l’immunità per i suoi traffici e i suoi affari e “l’autorizzazione attraverso un Trattato internazionale all’avvio del traffico internazionale di eroina”. Un grande affare ratificato, dieci anni dopo, nel 1956, con la riunione all’Hotel des Palmes di Palermo, quando i boss delle maggiori famiglie siciliane e americane si sedettero insieme per la costituzione di una “commissione”, al fine di mantenere la pace e dividersi i proventi del narcotraffico. Una riunione a cui partecipò anche un “soldato” come era all’epoca il giovane Tommaso Buscetta, nel doppio ruolo di mafioso e di agente dei servizi e della Cia. Che ventenne, dopo essere stato punciuto nel mandamento di Porta nuova, era tornato dall’Argentina arruolato dai servizi segreti americani.

Lo stesso ruolo ambiguo rivestito dieci anni prima da Vito Guarrasi, un isospettabile e intoccabile uomo di potere siciliano, cugino di Enrico Cuccia, massone e imprenditore, appartenente a una famiglia mafiosa di Alcamo, nel trapanese, e mai scalfito da alcuna inchiesta giudiziaria. Avvocato, banchiere e industriale, di simpatie comuniste, era lui a presiedere ufficiosamente in veste di rappresentante degli interessi delle famiglie siciliane alle riunioni tra gli Alleati e il Regno d’Italia, che portarono all’armistizio di Cassibile.

È una storia di doppiezze e di silenzi, di alleanze tra mafia, massoneria e servizi deviati dello Stato, quella in cui scava Orsatti, per rinvenire un tesoro rimasto a lungo seppellito. Una storia che sgretola la narrazione ufficiale, secondo cui i mafiosi e i boss di Cosa nostra non potessero essere affiliati a logge segrete né avere rapporti con le istituzioni. E così insieme alla pletora di massoni ecco sfilare le maschere che hanno coperto le più sordide vicende della storia italiana, quegli “uomini di confine” legati sia all’organizzazione sia a pezzi dello Stato: Giuseppe  Di Cristina, uomo di Cosa nostra e in affari con i “poteri finanziari e politici d’oltreoceano”, Enrico Mattei e il giornalista Mauro De Mauro che indagava sulla sua morte, il tentato golpe di Junio Valerio Borghese, Andreotti, Licio Gelli, Sindona, i NAR di Giusva Fioravanti, esecutore materiale dell’omicidio del presidente Mattarella. In un dipanarsi inestricabile di complicità reali e di rotte navali dove viaggiarono per sessant’anni e viaggiano tuttora tonnellate di carichi di eroina. Le stesse rotte rodate un secolo prima col contrabbando dei generi alimentari e dei tabacchi, dall’Europa all’America, e con Castellammare del Golfo come epicentro.

E infine il ruolo egemone di Castelvetrano e di Trapani nel dominio dell’isola, luogo di confluenza di massoneria e mafia, emblema del vero potere in Sicilia, secondo il detto che “chi comanda a Palermo comanda la Sicilia. Chi comanda a Trapani comanda molto di più”.

E tra questi a comandare su tutti “Francesco Messina Denaro, il padre di Matteo, uomo chiave (…) per oltre trent’anni, (…) il ministro degli esteri di Cosa nostra. Era l’uomo di collegamento fra Cosa nostra, fra la Cosa nostra di Stefano Bontade, e i poteri della massoneria, la Santa calabrese, la finanza internazionale”. Concentrato a rendere quei soldi un potere economico e politico inattaccabile. Con una rete di relazioni, e non solo criminali, impressionante. “Negli Stati uniti e in America latina, in Egitto, Libano, Israele e Turchia, (…) in Olanda e in Francia. E moltissimi contatti li aveva anche con la massoneria inglese e di conseguenza con le banche della City”.

Per seguire le infinite propaggini che infoltiscono la storia di Cosa nostra, Orsatti ha costruito una trama fatta di salti temporali e di stratificazioni di discorsi, attraverso un metodo compositivo che alterna narrazione e documenti puntuali, mimando la complessità del reale e quanto di essa ci rimane interpretabile.

Un libro che, simile a questo famigerato tesoro “che non si trova più” e di cui “ogni tanto ne compare qualche traccia, frammenti, poi il  nulla. Ma quei soldi ci sono, pesano. Stanno lì e non sono inerti: producono affari, potere, politica e morte”, è un tesoro di conoscenze e di informazioni.

Segno che è negli autori meno paludati e nei loro libri che si possono trovare ormai le inchieste più coraggiose e intelligenti.

Pietro Orsatti, In morte di don Masino, pp. 215, € 17, Imprimatur, Reggio Emilia 2016

 

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