Hidden Gems (a cura di Alessandro Calzavara) – 22) The White Birch

The White Birch

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La propria distanza dall’andazzo circonvoluto della turpe genia umana raggiunge di questi tempi quotidianamente il suo apogeo, senza mai detonare. La perfetta macchinazione del rigetto, meticolosamente strutturata, è oggi l’oggetto della biopolitica ufficiale, ricompresa nella quota riciclaggio. Le nuove generazioni mai sperimentarono altra omeostasi che non quella del ribasso spirituale, e le vecchie s’inlatebrano vieppiù in spelonche d’acrimonia e depressione, da cui pontificano tramite risibili sentenze sature di costernazione e spuntato dileggio. I dischi provengono tutti da Amazon: contatto umano, coefficiente aggregativo della musica: qualcosa dalle parti di zero.

Dall’oblò nascosto da cui osservo le vicende della musica mondiale o, per metterla diversamente, di quella cosa che ne ha preso il posto e dal cui odore i paraspifferi siliconici della rete mi tutelano a stento, percepisco la drammatica misura in cui i mattoni preziosi che soli potrebbero gettare le basi d’un avvenire sopportabile siano lasciati a marcire nell’incuria di nuovi ospedali mai inaugurati, e s’erodano a contatto con la luce d’un astro tanto più violento quanto più invecchiante. D’altra parte, a ben guardare, mai la stirpe post-ominidica brillò particolarmente in empatia estetica con i precursori e lì dove il genio ha scintillato è occorso installare programmi virali di diffondibilità mediatica. Nick Drake s’è dovuto accomiatare con affabile decoro affinché altri riscuotessero il salario della sua disperazione. Cito non a caso: in quei tre dischi (più gli ultimi drammatici pezzi) s’ode ancora l’eco distante d’una dolcezza mai accasata, d’una carezza mai ricevuta, d’un anelito per cui si rivelarono modesti i corrispondenti. Pur nella sua distanza stilistica, azzardo questo paragone, anche solo per piazzarlo anch’io, Nick, nei miei sproloqui associativi. Eppure qualcosa mi dice che, fosse nato qualche anno dopo la sua morte, avendo a disposizione uno studiolo d’incisione casalingo, il suo disco d’esordio non sarebbe stato molto diverso da “Come up for air”, il terzo ineffabile capitolo della produzione dei norvegesi White Birch. Il padre di Nick commerciava in teak nelle lande birmane, i nostri invece traggono il nome dalla bianca betulla, scortecciata da un lp dei Codeine. Albero che cresce nel freddo, e che offre qualche tenue punta di colore a distese altrimenti monocromaticamente sottomesse al bianco dell’assenza.

Il pur bellissimo “Star is just a sun” che lo precede di tre anni (2002) rivela una qualche forma di propedeuticità soltanto retroattivamente a partire da queste undici canzoni, che incapsulano quei brividi di sperdutezza siderale in capsule d’armonia apollinea dalla forza resiliente totalmente inconsueta. Sono dieci anni che mi sforzo di trovare un difetto a quest’album, anche solo per non doverne ancora avere paura. Ma niente. È una scheggia d’un altro pianeta, un unicum di sensibilità, ispirazione, grazia, che sprigiona tanta neve quanto la luce che essa può rifrangere. Persino provare a reperire qualche mentore nella memoria si dimostra vano affannarsi… si potrebbe provare a richiamare in causa i sontuosi, fragili Talk Talk di “Spirit of Eden” – ma tanto quel capolavoro suona trascendente quanto questo immanente e invischiato d’umana gettatezza. A differenza di “Laughing Stock” non sono i silenzi a far da padroni: “Come up for air” parla attraverso i suoi “pieni”, attraverso l’introiezione della distanza in un’apnea compositiva (a cui rimanda il titolo) che vuota il sacco d’una vita in poco più di mezz’ora di ispirata confessione. I suoni – con una dinamica molto limitata, quasi a voler rimarcare l’ovattamento emotivo di chi provi a respirare per branchie, sono timbricamente morbidi, neppure mezza frequenza riconduce all’aspra nettezza del taglio. Eppure i moncherini sanguinano sulla neve, il cuore si svuota sott’acqua, gli occhi sono immersi nella nebbia. E così la percezione acustica si fa flebile, come di morte che assorba il corpo alla lentezza d’un rampicante silenzioso, mentre attorno un coro di mai nati intona una ninna nanna consolatoria, a chiudere il ciclo.

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Non mi proverò a citare alcun pezzo, ne sono indegno e non sarebbe possibile scegliere. Undici su undici di queste gemme rifulgono all’unisono, senza mai sottrarsi a vicenda alcun fotone, e qui avviene un altro dei tanti miracoli di “Come up for air”: la somma delle parti è superiore alle parti stesse, ma ogni parte in sé presa, brilla della magnificenza del tutto, senza perdita. E dura in eterno, se un eterno esiste.

Quando penso che “tanto è tutto inutile”, che non esista propriamente nulla che leghi gli uomini in una percezione comune, in un’empatia unisonica, penso a questo disco, e a quanti distrattamente l’hanno riposto negli scaffali dopo un paio di ascolti. E mi chiedo cosa in quei cuori potrebbe fornire mai la stessa meraviglia. L’incanto primigenio d’uno sguardo puro sul mondo. Eppure, se questo è un uomo, vale ancora la pena di attendere.

Alessandro Calzavara


In copertina: Come up for air (front cover, The White Birch, 2006).

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