La “Scuola poetica siciliana” alle soglie di Dante (2° parte)

di Melo Freni

Soffermiamoci proprio su Dante per saperne di più : è dimostrato l’influsso che la cultura araba, dalla Sicilia e dalla Spagna, esercitò proprio su di lui, soprattutto quale autore della Commedia (cui poco più tardi Giovanni Boccaccio aggiunse l’aggettivo che la fece diventare “divina” commedia) . Si legge nei diversi saggi che si possono consultare ( Gianfranco Contini, Umberto Eco, in particolare Maria Corti ) dell’influsso esercitato dalla poesia araba non solo sui poeti federiciani ma anche sui toscani , e si apprende che Brunetto Latini, considerato da Dante suo “maestro”, essendo notaio a Toledo presso la corte di Alfonso X “il buono”, venne a conoscenza di un singolare libro tradotto dall’arabo, “Il libro della Scala” dove si parlava di un viaggio di Maometto attraverso l’inferno e il paradiso, accompagnato dall’arcangelo Gabriele. Il maestro Brunetto, si legge, ne dovette riferire al suo Dante che così avrebbe acceso la sua fantasia per quell’inimitabile viaggio ricco di cronache, di filosofia e di storia, dove si riscontrano (e vengono riportati) contatti e intertestualità proprio con il “Libro della Scala”. E si sostiene anche l’influsso della dottrina di Averroé, filosofo arabo di Spagna, secondo il quale a Dio si può giungere soltanto dopo avere percorso un cammino di perfezione intellettuale e morale : il percorso, appunto, fatto da Dante lungo le tre cantiche.

(Una parentesi : gli arabi e il concetto di Dio ! Altro che gli attuali orrori dei fondamentalisti !)

I nomi più noti che giravano attorno a Federico II erano quelli dei suoi stessi figli Manfredi ed Enzo, ma primo fra tutti ritorna quello del “notaro” da Lentini ; quindi i cinque messinesi che sono Guido e Odo delle Colonne, Mazzeo di Rico, Rugieri d’Amici e Stefano da Messina detto il Protonotaro, che dedicò a Manfredi due sue traduzioni di opere scientifiche arabe, il “Liber rivolutionum” e il “Floris astronomiae” ; e ancora vengono ricordati tra i primi un Arrigo Testa, anche lui notaio da Lentini, Ruggerone da Palermo e Re Enzo, figlio di Federico, la cui canzone “S’eo trovasse pietanza” gli viene addirittura contesa da un’attribuzione al Guinizelli .

Concediamoci adesso una curiosità piuttosto divertente sulla proprietà dei tanti codici lasciati in quegli anni dagli arabi su fatti e avventure della storia siciliana del tempo. Vi ricordate la falsa traduzione dell’abate Vella di quel Codice di San Martino che ispirò a Leonardo Sciascia “Il consiglio d’Egitto” proprio a stigmatizzare l’arroganza del baronato? Senza la premessa di quei codici, risalenti appunto ai primi secoli dell’anno Mille, Sciascia non avrebbe avuto materia per quel romanzo che si pone come proiezione moderna di fatti e misfatti (antichi e moderni) di una Sicilia che, nonostante Federico e Scuola Poetica, candidamente esemplare non doveva essere. E lo dimostrano episodi uno dei quali lo stesso Dante ci fornisce nel canto XIII dell’inferno dove incontra il più sfortunato dei poeti federiciani che risponde a Pier delle Vigne : “ Io son colui che tenni ambo le chiavi / del cor di Federico … fede portai al glorioso offizio” finché la “meretrice” ossia l’invidia gli torse tutto contro. Era originario di Capua, il delle Vigne, povero ma di grande intelletto, sommo giurista laureatosi a Bologna, servì l’imperatore come il più fido consigliere, ma venne condannato ad una morte atroce, vittima del suo stesso ambiente sociale, per calunnie e gelosie di corte, per l’invidia che Dante definisce “meretrice” ; ma non è improbabile che c’entri la bruciante passione d’amore che legava Federico alla bella donna Bianca Lancia, della quale il Delle Vigne si sarebbe innamorato. Ipotesi, congetture! Come già detto, a corte non c’erano soltanto i siciliani, perché molte città d’Italia cominciavano ad esprimere l’autorevolezza di poeti che, a loro volta, arricchivano il contesto letterario di quegli anni : Bologna, Lucca, Siena, Pisa, Pistoia , Ravenna, ma soprattutto Arezzo col suo Guittone. I temi, anzi il tema, di questi poeti non si allontana da quelli siciliani, anzi ci sono dei versi di Ciacco dell’Anguillara che si rifanno esattamente al “Contrasto” di Ciullo d’Alcamo.

Fra i poeti toscani contemporanei dell’Alighieri, col quale addirittura scambiò delle dispute in versi , delle tenzoni, dobbiamo ricordare, da siciliani che siamo, un Dante da Maiano, presso Fiesole, autore di numerose corrispondenze amorose , una delle quali intrattenne con una Nina Siciliana, o Monna Nina, che era una poetessa di Messina, e con la quale ingaggiò, data la distanza, un amore platonico affidato alla poesia. Leggiamola Nina: “Qual siete voi – sì cara proferenza che a me fate – senza voi mostrare ? / Molto m’agenzerìa vostra parvenza / perché meo core potesse dichiarare. / Vostro mandato aggrada la mea intenza. / In gioia mi conterìa d’udir nomare lo vostro nome lo core meo pensare non savìa / nessuna cosa che turbasse amanza, / cosa che affermo e voglio ognor che sia / d’udendovi parlar è voglia mia.” Ossia : chi siete voi che mi fate preferenza senza tuttavia farvi vedere ? Il vostro mandato è gradito alle mie intenzioni e sarei contenta di conoscere il vostro nome. Il mio cuore non penserebbe a nulla che potesse turbare l’amore, e questo affermo e desidero che sia : di sentirvi parlare è voglia mia. E lui risponde : “La lode e il pregio e il senno e la valenza/ ch’aggio sovente audito nominare, / gentil mia donna, di vostra piagenza / m’han fatto coralmente innamorare,/ e miso tutto in vostra conoscenza /di guisa tal che già considerare / non degno mai che far vostra doglienza : /sì m’ha distretto Amor di voi amare. / Di tanto prego vostra signoria : in loco di mercede e di pietanza / piacciavi sol ch’eo vostro servo sia / poi mi terraggio , o dolce donna mia, / degno d’aver compiuto la speranza / di ciò che lo mio cor ama e desia.” : un canto d’amore pieno della speranza della conoscenza che “lo cor ama e desìa” .

Dante da Maiano : perché lo ricordiamo con particolare interesse? Perché veniva considerato un rimatore di transizione fra i siculo-toscani ; ed infatti la fisionomia stilistica dei suoi versi viene indicata come quella di un arcaismo provenzaleggiante e sicilianizzante al contempo.

Nina addirittura andava oltre ed è strano che sia stata così trascurata, fino a lambire il mistero, invece di essere considerata tra le voci più belle della poesia siciliana di fine 1.200. Di lei, addirittura, ho letto nel corso delle mie ricerche, “is candidate to be the first italian woman poet” ( può essere considerata la prima donna poeta italiana ) ; la sua scoperta risale al 1.780. Ma c’è di più, è possibile – leggo – che conoscesse, a Messina, i componimenti delle poetesse provenzali, provenienti dal sud della Francia, che circolavano nelle corti e negli ambienti colti della Sicilia del tempo. E da esse pare che avesse preso, unica, la leggerezza e la disinvoltura del poetare . Ecco, infatti, un suo “ Lamento per un amore perduto” : “ Tapina me che amava uno sparviero / amaval tanto ch’io me ne moria. / … Ora è montato e salito sì altero / assai più altero che far non solìa / e si è assiso dentro a un verziero / di un’altra donna ca lo ha in balìa. / Isparvier mio ch’io t’avia nodrido / sonagli d’oro ti facea portare /perché nell’uccellar fossi più ardito / ora che hai rotto li lacci e sei fuggito”. C’è tutto, mi pare, che va dagli arabi e si nutre di provenzale, ma anche, direi, c’è l’ assoluta modernità della parte allusiva. E’ l’importanza della contaminazione siculo-provenzale, di elementi linguistici trasportati nel volgare siciliano, che prepararono le esperienze dei poeti toscani , da Guittone d’Arezzo al giovane Dante , che ancora nel “De vulgari eloquentia” sottolinea il rigore dei siciliani nel “saper dire” , quali “primi fabri del parlar materno.”

Per il resto continuiamo a dire che nei versi dei poeti federiciani c’è l’anticipazione della poesia improntata alla delicatezza di un sentimento estremamente puro , c’è la sofferenza e il tormento per un amore sognato piuttosto che vissuto, da cui le doglianze.

Così cantava il Notar Giacomo : “Tanto siete meravigliusa / quand’ì v’ò bene affigurata / ch’altro parete che ‘ncarnata”: un’amata, cioè, che non può essere di carne, ma in tutto spiritualizzata : e con questo “ch’altro parete che ‘ncarnata”, siamo proprio alle porte della donna angelicata di Guinizelli, di Cavalcanti e ancora più di Dante.

La scuola ebbe vita dal 1230 al 1250 con Federico II continuò con il figlio Manfredi fino al 1866 , data della sua morte nella battaglia di Benevento da parte delle truppe di Carlo d’Angiò.

Tradizione e documenti della scuola vennero ripresi dai toscani, i cui copisti, per rendere più leggibili i testi siciliani, vi apportarono modifiche. Non solo vennero toscanizzate certe parole, ma per esigenze fonetiche il vocalismo siciliano fu adattato a quello del volgare toscano. Così “l’amoruso piacimento” può cambiare in “d’amoruso piacimento” , “lo mio cor” in “lo cor” , “di voi madonna” in “madonna in voi” , e così via. Pochi sono i manoscritti siciliani originali rimasti, e quelli di cui gli studiosi dispongono sono delle copie, aderenti tuttavia al passaggio ed alla fruizione del patrimonio siciliano, al quale dedica un ricco e circostanziato volume il prof. Bruno Panvini , “Le canzoni dei rimatori nati in Sicilia”, volume 43 della Biblioteca dell’Archivium Romanicum , pubblicato nel 1955 dall’editore Olshki di Firenze.

Il legame che unisce le due scuole è strettissimo, la contiguità evidente: Dante lo riconosce e ne tien conto, ribadendo l’importanza di una eredità dalla quale la sua stessa esperienza poetica derivava.

La Scuola Toscana, con il primo Dante in testa (quello del “Convivio” oltre che del “De vulgari eloquentia”) prese anche la caratteristica di costituire un movimento spontaneo, non codificato, riservato ad una cerchia di intellettuali uniti dalle rispettive nobiltà d’animo e da una cultura che spaziava anche nel mondo scientifico e teologico, che sapeva della cultura filosofica della quasi contemporanea Scolastica.

In più, i toscani adottarono dalla Sicilia l’uso e il perfezionamento del “sonetto” , la forma espressiva più gloriosa della poesia italiana, che ebbe in Guinizelli, in Cavalcanti e Dante i maggiori interpreti della sua evoluzione.

Parliamo del sonetto e la storia vuole che la Sicilia ancora una volta si interponga ; e sembra proprio che, facendo un salto di secoli in avanti, si possa opportumanete ricordare il giudizio di Goethe secondo il quale “per conoscere l’Italia bisogna conoscere la Sicilia, perché qui è la chiave di tutto.”

Proprio a Jacopo da Lentini Dante Alighieri attribuì l’invenzione del sonetto, della struttura metrica che sappiamo di 14 versi endecasillabi suddivisi in due quartine e due terzine. Non solo : nel già citato “De vulgari eloquentia” Dante considera quello del Notaro un “esempio” di stile “limpido e ornato”.

Leggiamo una quartina di questi sonetti inventati dal Notaro: “Amore è un desio che ven dal core / per abbondanza di grande piacimento / li occhi in prima generan l’amore / e lo core li dà nutricamento. Ma da dove nasceva questa invenzione ?

Qui ci soccorre uno di quegli studiosi laici, cioé benemeriti della cultura paesana che si dilettano in ricerche storiche ed antropologiche che spesso danno frutti di altissimo valore; ci soccorre Giuseppe Ferreri da Mazzarino, che nel contesto del suo interesse per la storia del suo paese ad un certo punto questo sostiene : “Dall’aulica lingua latino-curiale usata quotidianamente per la redazione degli atti amministrativi del regno, il notaro passava, nei periodi di pausa e di sollazzo della corte, ad esprimere sentimenti di gioia nelle forme dialettali più disparate, attingendo a piene mani dalle cantate popolari, quelle dei vicoli e dei mercati, delle feste campestri in particolare ( dalla mietitura alla vendemmia ) , dove le sfide tra verseggiatori che si contendevano e improvvisavano a braccio venivano accompagnate dal suono dell’ organetto, ‘u sunettu” , nome da cui attinse il Notaro, e che la letteratura avrebbe adottato fissandolo nelle regole che sappiamo. Ma il caso, più che mai opportuno, vuole che anche in provenzale “sunet” significasse suono, melodia, canzone : donde la poesia.

Dalla moltitudine di libri che affollano la mia biblioteca, ho tratto un elegante volumetto che si intitola “Vestigi della storia del Sonetto italiano dall’anno 1200 al 1800.” E’ una ristampa dell’originale pubblicato a Zurigo nel 1816 soltanto in tre copie, l’autore è Ugo Foscolo; ebbene, i vestigi ci sono grazie ai poeti che vi vengono riportati, ben 26, ma dell’ atto di nascita si tace, la storia non c’è. Pertanto è bene che qualche altra fonte ce ne parli, riportandoci alla poesia di un mondo suburbano che abbiamo motivo di credere fosse animato anche dai carrettieri che nelle notti di luna si accompagnavano al canto dei loro lamenti d’amore ( e talvolta danche di sdegno, se pensiamo al compare Alfio della “Cavalleria rusticana” ) ; lamenti del repertorio antropologico che il Notaro da Lentini si dedicò a raccogliere e formulare nella struttura del primo schema musicale.

Canta un anonimo del 1800, come avrebbe potuto cantare un poeta del 1200, “Amuri amuri chi m’hai fattu fari / m’hai fatti ‘na grandi pazzia / lu Patri Nostru m’hai fattu scurdari / e ‘a megghiu parti di l’Avimaria.” E’ un canto che ancora oggi, sul flusso di quelle antiche memorie, i versi di Salvatore Quasimodo fanno vibrare tristemente nel maranzano del carraio che risale il colle nitido di luna.

Per la Scuola poetica siciliana come per il Dolce Stil Novo, amore è dolore, è sofferenza; ma Dante, pur provenendo dalla medesima esperienza, se ne distacca, per esaltare in pieno l’amore-estasi che supera la sofferenza ed esalta in modo esclusivo la spiritualità.

Ci siamo soffermati spesso sul Notaro da Lentini, ma un po’ tutti i poeti siciliani andrebbero citati per quello che espressero proprio alle soglie di Dante.

Cantava Tomaso di Sasso da Messina “ D’amoroso paese / sospiri e dolzi planti m’ha mandato /Amor che m’à donato a donna amare” ; e Guido delle Colonne “ La mia gran pena e lo gravoso affanno / c’ò lungamente per amor patuto, / madonna mo m’à ‘n gioia ritornato …” ; e dello stesso imperatore Federico : “ Oi lasso ! Non pensai / sì forte mi parisse / lo dipartire da madonna mia. / Da poi che m’alontai / ben paria ch’io morisse / membrando la sua dolze compagnia.” Sono versi rapportabili in tutto e per tutto al Dolce Stil Novo, al Cavalcanti del “ tu m’hai sì piena di dolor la mente / che l’anima si sbriga di partire / e il sospiro che manda il cor dolente / mostrano agli occhi che non può soffrire. / Amor, che lo tuo grande valor sente,/ dice : e mi duol che ti convien morire / per questa fiera donna, che niente / par che pietate di te voglia udire.”

Di tutt’altra natura, senza più tormento e sofferenza, il sentimento d’amore cui giunse il Dante della donna fortemente idealizzata, casta e portatrice di umiltà, simbolo di quella Beatrice che : “ Tanto gentile e tanto onesta pare / la donna mia quand’ella altrui saluta / ch’ogni lingua divien tremando muta …”

Sono versi di una grande poesia dell’amore, sono la svolta decisiva di una produzione amorosa forte di una storia radicata nel clima e nella lingua di una corte che lo stesso Dante, volle consacrare “…poiché il soglio regale era in Sicilia e ne venne che quanto i nostri predecessori divulgarono si disse siciliano”.

(Testo della conferenza tenuta nella sede centrale della “Società Dante Alighieri”, in Roma, il 2 dicembre 2015 nell’ambito delle celebrazioni dell’Anno dantesco).

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