Le parole della fine – a cura di Laura Liberale e Giovanna Zulian – Socrate

LE PAROLE DELLA FINE

Socrate, di Claude Aveline
(traduzione di Giovanna Zulian)

Accusato dai conformisti del tempo, sacerdoti e sofisti, di prestare un’attenzione empia “alle cose che sono sotto la terra come alle cose che sono in cielo”, di osare sostituire con nuove divinità gli dèi riconosciuti dallo Stato, in breve, di corrompere la gioventù, Socrate aveva risposto ai suoi calunniatori con la tranquillità impertinente dell’uomo perfettamente libero, e con quella logica d’evidenza, quell’acutezza bonaria, quell’umorismo, quella saggezza ancor più intollerabile che appartenevano solo a lui. Vinse nel vedersi dichiarato colpevole – di fatto, con soli trenta voti di maggioranza, per un tribunale di cinquecento membri – e quindi condannato a bere la cicuta. Egli fece notare che una tale decisione non avrebbe portato beneficio a quanti l’avevano presa. Disse loro: “Voi ritenete che, mettendo la gente a morte, vi eviterete il biasimo di non vivere rettamente! Vi sbagliate. Tale liberazione non è in effetti né molto efficace, né molto bella. La più bella, al contrario, e la più pratica, è, al posto di sopprimere gli altri, preparare se stessi a essere il più possibile migliori”. Quanto a lui, giunto comunque al termine della vita – aveva settant’anni – era pronto ad accogliere la morte come il migliore dei beni, sia che fosse totalmente priva di esistenza e simile a una notte senza sogni, sia che gli permettesse di ritrovare in un altro mondo dei giudici davvero giusti, delle vittime come lui di errori giudiziari e, soprattutto, una folla di gente illustre da interrogare come aveva sempre interrogato i vivi. Osservò che con tale condotta non avrebbe più rischiato laggiù di meritare la morte. Per completare il suo discorso, che più ancora che una difesa e un’apologia di se stesso, era stata la più terribile delle requisitorie, disse semplicemente: “Ma ecco che è giunta l’ora di andarsene, io a morire, voi a continuare a vivere. Delle due sorti, la mia e la vostra, qual è la migliore? Nessuno lo sa, tranne la Divinità!”.
Incatenato nella sua cella, dovette attendere quasi un mese l’esecuzione della sentenza. Una festa votiva e un pellegrinaggio di tale durata non consentivano alcuna messa a morte prima della loro fine. In questo intervallo di tempo, ricevette uno dei suoi vecchi amici d’infanzia, Critone, che venne a proporgli di fuggire e nascondersi all’estero. Rifiutò. Durante il processo, aveva dichiarato di preferire la morte all’esilio: non avrebbe ora risposto all’ingiustizia degli uomini col disprezzo delle leggi, quelle leggi d’Atene che aveva sempre onorato.
Quando giunse l’alba dell’ultimo giorno, i rappresentanti del Tribunale vennero a slegare Socrate e gli annunciarono che sarebbe morto al calare del sole. Tutti i discepoli, che gli avevano fatto visita quotidianamente dal processo, arrivarono ancora prima che d’abitudine per quell’ultimo colloquio. Vi trovarono Santippe, la moglie. Aveva con sé il figlio più piccolo e piangeva colpendosi la testa. “Falla accompagnare a casa, Critone!” ordinò Socrate. Si sfregò la gamba, segnata dalla catena.
Poi, tranquillo, sereno, persino felice, si mise a parlare della morte. Non pensava più, come al processo, che non potesse che essere un nulla. Ammise che ci fosse “qualche cosa”, un “qualche cosa” di migliore sia per i buoni che per i cattivi. Liberata dal corpo, l’anima poteva finalmente esistere, in se stessa, di per se stessa. “Questa deve essere la certezza del filosofo”, disse, “ch’egli rincontrerà laggiù e in nessun altro luogo il pensiero nella sua purezza”.
L’uomo che la sera venne a dargli la cicuta l’aveva informato, attraverso Critone, che doveva parlare il meno possibile per non essere obbligato a bere una doppia o tripla dose. Egli aveva risposto: “Che si levi di torno! Non ha che da preparare quel che deve”.
La conversazione sull’anima e sulla morte fece trascorrere la giornata come un sogno. Prima del tramonto, un funzionario del Tribunale giunse a ringraziare Socrate per la sua amabilità e pianse la sua dipartita. Subito dopo, e contro l’avviso del vecchio Critone, Socrate ordinò di affrettare la fine. “A ritardarla un momento”, disse, “non ci guadagnerò che un motivo per ridere di me stesso, invischiandomi così nella vita, risparmiandola, quando non me ne resta quasi più!”.
Entrò l’uomo col veleno, la coppa pronta. Socrate gli chiese: “Ebbene brav’uomo, che cosa devo fare?”. “Nient’altro, dopo aver bevuto, che camminare sul posto finché sentirai le gambe pesanti. Poi ti stenderai e il veleno agirà”. Socrate prese la coppa, disse una preghiera agli dèi perché si realizzasse felicemente il suo cambio di residenza, e bevve tutto d’un fiato.
I discepoli diedero sfogo al loro dolore. Sempre camminando, Socrate li rimproverò di comportarsi come delle donne e li esortò alla calma. Le sue gambe divennero pesanti. Egli si stese e si coprì il volto. L’uomo gli premette i piedi e gli domandò se li sentisse. Rispose di no. Il freddo conquistò le ginocchia, le cosce, il ventre. Quindi Socrate, mostrando di nuovo il viso famoso dai tratti rudi, dagli occhi sporgenti, che gli attori imitavano in scena e i vasai sui loro orci per divertire la gente, disse queste ultime parole: “Critone! Dobbiamo un gallo ad Asclepio! Pagate il mio debito, voialtri! Non mancate!”. “Ma certo”, rispose Critone, “sarà fatto. Non hai nient’altro da dire?”
No, niente. Dedicando un’offerta al dio guaritore, Socrate lo ringraziava di averlo guarito dalla vita. Un istante dopo era morto.


In copertina: Markus Antokolski, Socrate morente (1875, Parco Ciani di Lugano).

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